Le elezioni regionali ed il fenomeno 

del populismo

di Elio Matassi

                            

         

Le imminenti elezioni regionali dopo il decreto ‘interpretativo’ del governo, il grave pasticcio concernente le inadempienze giuridiche relative alla presentazione delle liste da parte del PDL in alcune Regioni (Lazio, Lombardia) cadono in un momento storico che segna il punto più elevato di crisi del nostro sistema democratico. Lo scollamento tra paese reale e paese legale (rappresentativo) diventa sempre più evidente ed i sondaggi demoscopici più recenti segnalano un tasso di astensionismo sempre crescente, che in questo caso, sembra lambire non più non più solo l’area di sinistra ma anche settori consistenti del centrodestra e del PDL.  Silvio Berlusconi, nonostante gli errori evidenti compiuti dall’opposizione, comincia ad essere in difficoltà, difficoltà legate alla costituzione-formazione stessa del partito  ed,  in parte, corrispondenti alla generalizzazione del fenomeno popolustico, fin’ora cavalcato e gestito con efficacia dall’attuale maggioranza ma che, da qualche tempo, sembra essere sfuggito ad ogni forma di controllo politico.

Fenomeni evidenti di corruttela hanno attraversato in eguale misura i due schieramenti e il tutto ha generato ulteriore sfiducia nel sistema della rappresentanza ed in quello della democrazia.

Crisi economica e crisi politica si stanno intrecciando sempre più strettamente con effetti devastanti sulla tenuta stessa del sistema democratico nel suo insieme.

Il conflitto, esasperato fino all’estremo, dal premier del centrodestra fra potere governativo-politico e istituzioni giudiziarie sta colpendo alle fondamenta in maniera profonda la struttura ed il funzionamento della nostra democrazia.

Altro aspetto di una gravità inaudita sta nel superamento della legge concernente la par conditio con il conseguente oscuramento di tutte le trasmissioni di dibattito politico(da ‘Porta a Porta’, ad ‘AnnoZero’, a ‘Ballarò’).

Un clima plumbeo e livido sembra ormai imperare nella nostra società dove tutte le strutture pubbliche, dalla scuola all’università sembrano ormai al collasso.

Scelte molto difficili sono state compiute in questi ultimi giorni ed una di queste ha riguardato la stessa Presidenza della Repubblica con la firma al Decreto governativo concernente la possibilità di riammettere le liste alle elezioni regionali. Scelta che è stata duramente criticata dall’Italia dei Valori e dal suo leader, Antonio di Pietro, con accenti estremi.

Questa è solo una radiografia essenziale di problemi sul tappeto; provo ora, selezionando i diversi aspetti, ad offrire qualche elemento di riflessione.

Inizio dall’ultimo problema sollevato, quello relativo alla firma del Presidente della Repubblica al Decreto interpretativo del Governo. La Presidenza della Repubblica ha cercato con questa soluzione di creare un argine all’imperante neopopulismo, cavalcato finora con spregiudicatezza e miopia dall’attuale premier. Dinnanzi alla scelta, rispetto delle regole o possibilità di dare sbocco politico ad una parte consistente dell’elettorato, la Presidenza ha optato per la seconda soluzione, cercando in tal modo di esorcizzare ed arginare l’irresistibile flusso del neopopulismo. Una scelta che può essere largamente condivisibile e che non ha impedito, per esempio, al TAR del Lazio ed al Consiglio di Stato di ricusare la lista del PDL a Roma e provincia per le prossime regionali.

Il fenomeno neopopulista presenta, dato l’intreccio perverso che si sta instaurando tra crisi politica e crisi economica, aspetti di estrema gravità, ed una soluzione diversa, la non firma della Presidenza della Repubblica, avrebbe offerto il pretesto politico di una nuova esplosione populistica. Invece, le possibilità offerte dalla Presidenza della Repubblica, hanno di fatto liberato il campo da ogni eventuale pretesto, mettendo in evidenza la brutale semplificazione giuridica che caratterizza la vocazione dell’attuale maggioranza. Il che ha generato sfiducia e si sta ritorcendo come un boomerang sugli stessi protagonisti di questa brutale semplificazione.

Recenti sondaggi  attestano che almeno il 17% dell’elettorato sta modificando la propria intenzione di voto in ragione di questa scelta. Non si può pertanto condividere l’estremismo retorico dell’Italia dei Valori e del suo premier, che diventa speculare alle rivendicazioni estremistiche di larghi settori dell’attuale maggioranza, rafforzandone di fatto la dimensione politica.

Un’ ulteriore riflessione riguarda la crisi che sta investendo sempre più direttamente il PDL con una fusione che è stata enfatizzata come nascente dal basso, dal cuore stesso della società civile e che, invece, si sta prestando a difficoltà impreviste, rilevate, per esempio, da esponenti della stessa maggioranza: basti ricordare l’attuale Presidente della Camera dei deputati che, pur essendone il cofondatore, ha affermato esplicitamente che il PDL nella presente versione non sia un’operazione riuscita compiutamente ed abbia pertanto bisogno di modifiche profonde.

Queste evidenti difficoltà sono l’effetto naturale di due anni di governo, caratterizzati da molta enfasi retorica e da scarsissimi risultati politici. L’interpretazione di Silvio Berlusconi, che tende a stabilire un’equazione strettissima tra la nostra situazione politica e quella degli Stati Uniti – bisognerebbe in questo caso stabilire un’analogia con le elezioni statunitensi ‘di mezzo’, che registrano sempre delle difficoltà per chi è al Governo – è molo riduttiva, perché tende a considerare l’attuale crisi come esclusivamente congiunturale e non sistemica. Quello che l’attuale premier non riesce o non vuole comprendere sta nel fatto che l’attuale maggioranza, dopo aver cavalcato la tigre del populismo, non riesce più a controllarlo politicamente.

Una crisi che apre scenari politici inaspettati ma che purtroppo il Partito Democratico non sembra in grado di saper gestire. 

Debbono essere segnalati dei veri e propri errori politici nella scelta – selezione delle candidature alle regionali, basti ricordare i casi della Puglia e del Lazio. Possibile che la dirigenza del Partito Democratico, nella gestione delle primarie non sia riuscita ad intercettare in alcun modo le linee di tendenza dell’elettorato, ricevendo un’autentica lezione – umiliazione dal cosiddetto popolo delle primarie? Altrettanto improvvisata ed approssimativa è stata la gestione politica della scelta delle candidature nella regione Lazio, dopo il caso Marrazzo. Era proprio scontato che la scelta del candidato, (tra l’altro del tutto rispettabile) dovesse essere compiuta da un partito rivale e alleato nel contempo come quello Radicale?

Questi sono, per così dire, errori tattici ma anche, sul piano generale, si deve lamentare una strategia che si sta rivelando sempre più deficitaria: come può essere concepibile, da un lato, un’alleanza sempre più stretta con l’UDC e con il centro e, nel contempo, perdere proprio al centro ‘pezzi’ sempre più consistenti del partito.

I ritardi nella costruzione del partito sul territorio, errori strategici e tattici, sempre più evidenti, stanno contrassegnando il momento molto difficile del Partito Democratico e dell’opposizione in genere, nonostante le altrettante evidenti difficoltà del Centrodestra.

Il cammino rimane lungo e complesso ma almeno su alcuni punti deve esserci la massima chiarezza e disponibilità: diventano sempre più indifferibili i criteri di formazione della nostra classe dirigente; purtroppo fenomeni di corruzione hanno attraversato anche esponenti del Centrosinistra e questo non dovrà più avvenire o, almeno, dovranno essere create le condizioni ottimali perché questo non avvenga più.

Vi è un ulteriore problema che non può più essere eluso; dinnanzi all’ormai evidente disegno di distruzione della formazione e della scuola pubblica, risulta sempre più necessario che il Partito Democratico si doti di una politica culturale di ampio respiro e recuperi un rapporto stretto con gli intellettuali. Un’operazione che dovrà comportare il recupero – rinnovamento di una identità e di una egemonia che diventano un problema ogni giorno più stringente.

I due momenti, quello dell’opposizione (della tipologia dell’opposizione da condurre) e quello della ricerca, con un vocabolo gramsciano, di una nuova egemonia, - essendo ben consapevoli che non potrà più porsi negli stessi termini del passato (ha ragione Etienne Balibar nel sostenere che, nella contemporaneità, per la complessità dei fattori in gioco si potrà parlare solo di egemonia ‘incrinata’ ossia di egemonia relativa e non assoluta), - devono essere considerati complementari.

Che cosa significa innanzitutto ‘egemonia’? In questo caso Gramsci può risultare ancora molto utile; come ha ben visto Norberto Bobbio, da sempre libero dalle pregiudiziali della scolastica marxista, il concetto di egemonia nella rilettura gramsciana prospetta un’interpretazione innovativa della relazione struttura-sovrastruttura, un’interpretazione che si concentra in maniera particolare sulla categoria della società civile. Mentre nella tradizione marxista l’impianto hegeliano della società civile viene assimilato all’esclusivo elemento strutturale, in Gramsci prevale l’opzione inversa, ossia l’analogia società civile-sovrastruttura. A risultare capovolto è il rapporto tra istituzioni e ideologia: le ideologie diventano il momento primario e le istituzioni quello secondario.

Da questa ‘inversione’ nasce anche il concetto di ‘egemonia’ come direzione sostanzialmente culturale prima che politica. Nelle pagine programmatiche, dedicate al moderno Principe, pubblicate in testa alle Note sul Machiavelli, Gramsci propone per lo studio del partito moderno due temi fondamentali, quello della formazione della ‘ volontà collettiva’ (la direzione politica), e quello della riforma ‘intellettuale morale’ (la direzione culturale); in Gramsci pertanto la conquista dell’egemonia precede e non segue quella del potere. Una via che in questi anni ‘Inschibboleth’ ha seguito con umiltà e in solitudine, trovando solo in ‘Argomenti umani’ una disponibilità al confronto ed invece una totale sordità di fondazioni di presunto maggior peso. Una umiltà che ha ricevuto un primo riconoscimento: il 18 aprile a Certaldo ‘Inschibboleth’ riceverà il primo premio come miglior sito filosofico dell’anno.

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