Il Partito Democratico, lo spirito delle primarie e l’elezione alla segreteria di

Pier Luigi Bersani

di Elio Matassi

Quella del 25 ottobre è stata una grande celebrazione della democrazia, un ritorno, dopo tante micro- o macracoconflittualità ‘interne’, allo spirito originario del grande progetto che ha contraddistinto la nascita del Partito Democratico. Ho assistito in prima persona, aspettando per quasi due ore, prima di votare in un seggio situato a Piazza Verbano, e sono rimasto colpito dalla pazienza, dalla serenità e consapevolezza che caratterizzavano l’atteggiamento delle lunghe fila degli elettori-simpatizzanti.

Si è avanzata da parte di molti l’accusa di sistema ‘iperdemocratico’ e ‘barocco’ – alcuni aggiustamenti-ritocchi allo statuto e al regolamento del Partito Democratico sono sicuramente necessari, ma non credo si tratti di obiezioni convincenti. La democrazia, l’inveramento e la realizzazione compiute della democrazia non possono mai essere considerate alla stregua si una patologia ipertrofica: la democrazia, interpretata nella sua accezione più originaria ed elevata è soprattutto ‘partecipazione’, aspirazione da parte di ciascuno alla realizzazione dello stesso progetto. Questo era anche lo spirito trasparente con il quale quasi tre milioni di persone, in uno dei momenti peggiori della nostra vita azionale, ha affrontato questo appuntamento per dimostrare, con uno scatto d’orgoglio, che esiste ancora un’opposizione, un’alternativa ‘civile’ prima ancora che ‘politica’. 

Si tratta di un’indicazione decisiva per la classe dirigente del Partito Democratico, che dovrà essere in grado di raccogliere e interpretare una sfida che nasce ‘dal basso’, dal cuore stesso della società civile.

Ho sempre ritenuto fuorviante la contrapposizione tra militanti ‘iscritti’ e militanti simpatizzanti, tra una forma-partito chiusa, oligarchica, e, invece, una forma-partito ‘liquida’, travolta e sommersa dal presunto volontarismo dei soggetti partecipanti. 

Uno scatto d’orgoglio che era indirizzato, da un lato, contro una prassi di governo esclusivamente ‘mediatica’, fatta da semplici annunci che non  è mai stata seguita da una risposta legislativa veramente concreta, una prassi che cerca di destabilizzare concretamente le istituzioni e i loro rapporti, che cerca forzature e semplificazioni in ogni direzione, che getta scetticismo e sconforto sulla società civile, e che, dall’altro, era rivolto contro le ‘tentazioni personalistiche’ del nostro gruppo dirigente, contro una forma di lotta politica condotta più all’‘interno’ che all’‘esterno’ e in favore, invece, di un’unità sostanziale. Questo è il messaggio che le primarie hanno trasmesso al gruppo dirigente; su questa base, con una fiducia rinnovata, si può finalmente costruire quel partito profondamente innovativo quale dovrebbe essere il Pd.

In virtù di tale messaggio è stata altamente positiva l’elezione a Segretario di Pier Luigi Bersani; un’elezione che ha dimostrato in maniera inequivoca come non esistessero due prospettive parallele e in conflitto tra loro, quella espressa dagli ‘iscritti’ e quella dei simpatizzanti del popolo della ‘sinistra’. Ha vinto con merito il candidato che era riuscito, meglio degli altri, a interpretare questo sentimento di ‘unità’ emergente in maniera irresistibile dalla base. Pier Luigi Bersani ha vinto, inoltre, anche in larga misura per aver avuto la spregiudicatezza intellettuale di non rimuovere-esorcizzare l’idea di ‘sinistra’ dal Pd; ovviamente un’idea di ‘sinistra’ che deve essere ripensata nella contemporaneità con strumenti concettuali completamente nuovi. Pier Luigi Bersani è partito simbolicamente dai problemi della crisi e del lavoro, da problemi che l’attuale maggioranza governativa sta cercando di eludere e che non possono essere considerati alla stregua di ‘accidenti’ transitori.

La crisi esplosa in maniera drammatica impone una riflessione a trecentosessanta gradi, ad amplissimo spettro e Bersani si è dimostrato il più pronto a entrare in sintonia con una sfida che non lascerà le cose come prima. E’ un’illusione che tutto possa tornere rapidamente come in passato,  che si sia trattato semplicemente di un incidente di percorso. La crisi è così profonda e radicale da imporre una vera e propria ‘svolta’, un capovolgimento di paradigma e Pier Luigi Bersani si è saputo collocare su questa lunghezza d’onda con una forma mentis aperta e con un illuminato pragmatismo. 

Molti si chiedono e chiedono: è dotato il nostro attuale Segretario di ‘carisma’? Che cos’è il carisma?  Può essere esercitato in assenza della carica e del ruolo di rappresentanza? Io ritengo di no e credo, al contempo, che proprio una personalità come quella di Bersani sia in grado di esprimere il proprio carisma nell’esercizio della funzione di Segretario; questa è l’interpretazione più convincente che possa essere fornita del ‘carisma’, le altre sono teoreticamente inquietanti e, in maniera particolare, profondamente antidemocratiche. 

Bersani si è sempre mosso nell’ottica della costruzione di un quadro di riferimento stratificato sulla base di alleanze specifiche e non sull’illusione-ambizione veltroniana del partito a ‘vocazione maggioritaria’. Si è trattato di una semplificazione fuorviante che non rispecchia la realtà del nostro Paese e delle nostre tradizioni, molto più articolate di quanto possano presumere le apparenze estrinseche. 

Il bipartitismo presunto e non realizzabile ha, di fatto, favorito l’egemonia populistico-berlusconiana; Bersani si sta muovendo in una direzione completamente diversa, recuperando un rapporto con tutte le altre forze di opposizione.

Il destino del Pd si giuoca proprio su questo tornante decisivo, recuperare un’idea di sinistra, anche se, come qualcuno l’ha felicemente definita, una “sinistra possibile”, ossia moderna e riformista. Una ‘sinistra possibile’ che elegge a suo punto di riferimento l’etica della democrazia, il ripristino di regole condivise, quel comun denominatore che oggi sembra essere scomparso per sempre.

Non vi è un’etica senza democrazia, né democrazia senza etica, si tratta di una relazione biunivoca che è l’unica a garantire la prospettiva di una ‘sinistra’ riformista, dove ‘riformista’ e ‘possibile’ non dovranno essere considerati aggettivi ‘deboli’, di cui vergognarsi, ma linee-guida da portare avanti quali autentiche bandiere della sinistra.

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