Il PD e la ricerca dell’identità

di Elio Matassi

 

‘Il passaggio’ dinnanzi a cui si trova il Partito Democratico, dopo le traumatiche dimissioni di Walter Veltroni,  è veramente drammatico al punto da metterne in discussione l’esistenza stessa. 

Un primo giudizio, forzatamente sommario, della Presidenza Walter Veltroni non può non essere decisamente negativo. Non sono abituato, per temperamento e per vocazione, ad infierire sugli ‘sconfitti’, il giudizio non è personale ma esclusivamente ‘politico’. Walter Veltroni ha disperso tutto l’investimento propulsivo che alla sua candidatura era stato fornito dalle primarie; le sue dimissioni, completamente errate rispetto al momento politico contingente (la prossimità delle elezioni europee ed importanti appuntamenti  amministrativi  prima del congresso del Partito, fissato per l’autunno) sono la  estrema -conclusione di una serie di errori tattici e strategici che hanno portato il Partito Democratico dinnanzi all’attuale empasse.  

Si tratta di un giudizio completamente svincolato dalla dialettica delle correnti, anche se questa dialettica non deve essere pregiudizialmente demonizzata, rappresentando l’anima, il tessuto ideale e, nel contempo, passionale di un partito.

Ho  già affermato, in varie occasioni e circostanze, di non sentirmi avvinto da nessun neologismo, non mi proclamo nè veltroniano nè dalemiano o, altro ancora, ma sento di riconoscermi  compiutamente nell’aggettivo che è stato scelto per caratterizzare il nostro Partito, ‘democratico’.

Dinanzi alle scelte cruciali per l’identità del Partito Democratico, lo schierarsi con la tradizione social-democratica o con quella liberal-democratica, in ottica europea ed, ancora, per le più vitali questioni del’esistenza  e della sua fine (si veda il caso Englaro), la leadership ha dato la netta impressione di inseguire un paradigma di sintesi esclusivamente tattico-carismatico, frutto di scelte puramente contingenti senza alcuna prospettiva generale e culturale. Un modello grosso modo simile a quello perseguito dal PDL e da Silvio Berlusconi.

Questa ricerca, continuamente ondeggiante, ha appannato qualsiasi identità del partito, scontentando tutti, al centro come a sinistra. Il Partito Democratico non acquisisce voti centristi e non riconquista voti ‘a sinistra’. La lettura della realtà italiana è avvenuta sulla falsariga di quella statunitense, nell’ossessiva ricerca di uno schema politico, rigidamente bipolare, che ha soltanto favorito e rischia di favorire il PDL ancora per lunghissimo tempo.

Un altro errore fatale è stato quello della tipologia di opposizione da condurre, un’opposizione completamente schiacciata sul governo ombra. Dopo aver sbaragliato la sinistra massimalista, l’opposizione del Partito Democratico ha costantemente ondeggiato tra la ricerca del dialogo con il governo ed, invece, l’opposizione di principio, senza risultare incisiva né sul primo né sul secondo piano; la leadership non è riuscita a coniugare l’opposizione parlamentare-istituzionale e quella dei movimenti reali della società. E’ mancato completamente un qualsiasi respiro progettuale, da un lato, e, dall’altro, non vi è stata alcuna incisività nelle proposte concrete che dovevano presumere un’alternativa a quelle praticate dal governo del centrodestra. Si pensi al caso esemplare della Scuola e dell’Università, dei tagli alle istituzioni di ricerca e delle fondazioni culturali in genere; l’opposizione scatenata dal ministro Gelmini, dal momento che la rivolta contro la sua devastante proposta di riforma non è partita dal Partito Democratico ma da chi è stato toccato direttamente dalla proposta di distruzione della scuola pubblica, ossia, da insegnanti, docenti universitari, ricercatori, genitori e studenti, che ha rappresentato probabilmente il momento più propulsivo degli ultimi anni, un segno straordinario della vitalità della società democratica di base, che non ha bisogno di chiedere alcun permesso per far sentire la propria voce, ma la usa perché tutto questo rientra pienamente nel suo potere sovrano. Proprio questa vitalità ha dimostrato palesemente ed indirettamente tutta la debolezza ed i ritardi del Partito Democratico. Del resto questa politica di devastazione della scuola pubblica, era già cominciata , almeno in parte e come trend culturale, dai primi governi di centrosinistra.

Debole ed oscillante sulla politique d’abord, il Partito Democratico è sembrato del tutto silente se non addirittura assente sul piano delle prospettive generali. E’ stato completamente dimenticato quello che per un partito di sinistra dovrebbe rappresentare un’ovvietà: la politique d’abord, la politica del giorno per giorno, dei singoli provvedimenti non può risultare svincolata da una prospettiva generale e culturale, da quella ricerca dell’egemonia ormai venuta meno nella società e nei processi reali. Si può a tal proposito usare l’espressione ‘ideologia’, che qualche politico più avveduto ha cominciato a rimettere in circolazione (si veda il caso di Bersani).

Il ritardo è tanto più grave perché dopo la crisi finanziaria, di proporzioni incalcolabili, ci troviamo dinanzi ad un crinale epocale; come hanno dimostrato le crisi precedenti, quella del ’29, con l’avvento del New Deal  di Roosevelt negli Stati Uniti e del Nazifascismo in Europa, quella degli anni ’70 con l’affermarsi  incontrastato del  liberismo, anche quella presente comporterà una nuova svolta politica ed è necessario, pertanto, attrezzarsi  per questo evento. Un’opposizione dovrà risultare efficace su entrambi i piani, quello particolare e quello generale, preparando in tal modo l’affermarsi di una nuova egemonia, premessa necessaria di una nuova, in un passaggio successivo, affermazione politica.

Altro errore decisivo compiuto nella gestione Weltroni: la scelta delle candidature, tradendo in molti casi lo spirito delle ‘primarie’,  non sono mai apparse veramente ‘meritocratiche’ ed il Partito Democratico è, invece, per definizione, per sua intima costituzione, il Partito del merito. Basti ricordare il caso delle comunali di Roma dove è stata per così dire ‘regalata’ la gestione del comune della capitale, per una scelta errata, avvenuta in maniera puramente verticistica, alla destra. Lo stesso dicasi per le ‘politiche’ e per alcune scelte dettate dalla ricerca di un ‘nuovismo’ fine a se stesso che non ha mai convinto fino in fondo la base degli elettori. 

Il problema del rinnovamento della classe dirigente del Partito Democratico è un problema reale, sotto gli occhi di tutti, ma non po’ essere risolto in termini puramente anagrafici, il ‘giovanilismo’ deve essere accompagnato dalle idee, altrimenti nessun rinnovamento potrà mai ottenere gli effetti auspicati.

Proprio in queste ore l’assemblea costituente del Partito Democratico ha deciso con un’investitura quasi plebiscitaria, di affidare la Presidenza del Partito a Dario Franceschini, almeno fino allo svolgimento del Congresso d’autunno ma anche questa scelta appare contrassegnata da un accordo di vertice, da una sorta di tregua tra le varie componenti della nomenclatura, ancora troppo poco per un rilancio autentico del progetto che a monte della nascita del Partito Democratico. Un progetto che va al di là della querelle degli ultimi tempi, partito liquido/partito forte; un partito vero non può non essere radicato profondamente nel territorio, ovviamente con una stratificazione plurale che rifletta la realtà articolata e composita dei diversi territori. Il Partito Democratico dovrà, dunque, darsi una struttura che sia, nel contempo, federale e ‘nazionale’ senza che questo rappresenti una contraddizione. 

Un partito con una identità ben definita che respinge quelle tentazioni salottier-mediatiche che ormai da troppo tempo ne hanno governato lo spirito. Riprendo quest’ultima provocazione dal commiato dal presidente uscente, Walter Veltroni, non dimenticando di costatare che, purtroppo un tale addebito è attribuibile proprio alla gestione precedente che si è principalmente caratterizzata su quel piano ed è, in ultima analisi, un monito che va letto in termini sostanzialmente autocritici.    

Il Partito Democratico dovrà riprendere lo slancio del progetto originario, un partito dalle grandi tradizioni (i riformismi delle diverse provenienze) ma ‘nuovo’ nella struttura, nel modo di porsi, di interpretare e di comunicare. Un partito con un’identità precisa (un’ideologia, espressione di cui non bisogna vergognarsi) e con ambizioni che, nel rispetto delle esigenze territoriali, siano autenticamente ‘nazionali’.

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