Barack Obama: “l’audacia della speranza”

di Elio Matassi

 

 

La recente vittoria elettorale di Barack Obama e del Partito Democratico statunitense non può non avere riflessi decisivi sullo scenario internazionale e rilevanti conseguenze per la sinistra nel suo insieme e, in particolare, per quella italiana e il Partito Democratico. 

Comincio da alcune riflessioni, in primo luogo, culturali a partire dal recente volume autobiograrafico e programmatico, L’audacia della speranza. Il sogno americano per un mondo nuovo. Per quanto concerne la speranza, la prospettiva generale di Barack Obama, è decisamente antispinoziana: infatti, nel celebre paradigma spinoziano, la speranza acquisisce spessore teorico solo nella sua intrinseca correlazione con la paura, un percorso scandito, per un verso, da un paradigma storiografico databile da Sallustio, Livio, Tacito e, per un altro verso, da dottrine filosofiche parzialmente ristrutturate da Seneca e dal neostoicismo di Giusto Lipsio, nelle quali l’intreccio di metus e spes, cadendo sotto il segno di una comune ricusazione, diventa canonico. Il rapporto complementare di paura e speranza, considerate egualmente dannose per l’anima umana, rappresenta il controaltare teorico – se lo si compara, ad esempio, alla teologia ed alla filosofia cristiana ed ebraica – a qualsiasi interpretazione apologetica del principio-speranza. Non è da considerarsi casuale se Goethe e Nietzsche, due grandi ammiratori di Spinoza, condanneranno contestualmente speranza e paura. In Goethe il nesso paura-speranza è paradigmatico in quei versi del secondo Faust, in cui la Paura e la Speranza vengono presentate dalla Prudenza come le maggiori nemiche degli uomini e, pertanto, da escludere radicalmente dal consorzio umano (Goethe, Faust, seconda parte, versi 5441-5443). In Umano, troppo umano anche Nietzsche considera la speranza come il peggiore dei mali e lo stesso Spinoza, condividendone il progetto di fare dell’intelletto la passione più pregnante, come il più integro dei filosofi. 

Per esempio, la titolazione stessa e la prospettiva complessiva del recente volume del superministro dell’Economia, Giulio Tremonti, La paura e la speranza, è decimante spinoziana. 

La prima operazione intellettuale compiuta, invece, da Barack Obama, è quella di lacerare per sempre il nesso paura-speranza, di svincolare dalla sua correlazione intrinseca con la paura la speranza. Questo è in primo luogo il progetto filosofico sotteso alla formula ‘l’audacia della speranza’. Gli uomini vogliono innanzitutto avere uno scopo, vogliono essere riconosciuti nella loro dimensione individuale e, nel contempo, sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una comunità condivisa. Vogliono poter credere, scrive Obama, “di non essere semplicemente destinati a percorrere una lunga strada verso il nulla”. Ha certamente ragione Paolo Rossi Monti nel suo recentissimo Speranze che vi sono speranze ‘smisurate’ e speranze ‘ragionevoli’ ma ha altrettanto ragioni da vendere Hegel con le stupende parole che quasi concludono Lo spirito del cristianesimo e il suo destino: “ad ogni visionario che fantastica solo di sé, la morte è benvenuta; ma colui che sogna la realizzazione di un grande piano, solo con dolore può lasciare la scena dove quello doveva realizzarsi, Gesù morì con la fiducia che il suo piano non sarebbe andato perduto”. Quello che ci indica con chiarezza Barack Obama è che la progettualità politica non può limitarsi alla semplice amministrazione della politique d’abord, ad un mero fare esclusivamente pragmatico che dovrebbe essere pregiudizialmente svincolato da ogni, sia pur minimale, vocazione. Non esiste questa tipologia di un fare totalmente asettico, depurato e deideologizzato, dietro questo ‘fare’ si cela la più pericolosa e fuorviante delle ideologie: la vita dell’uomo potrebbe godere al massimo di due dimensioni, del passato e del presente e mai di quella del futuro.

Barack Obama ha per sempre messo da parte un paradigma che definisco autoreferenziale e ‘presenzialista’, un paradigma che nega in linea di principio l’essenza ed il fine di ogni uomo, quello di essere costitutivamente disponibile alla speranza. Quella di Barack Obama è, comunque, anche una laicizzazione della speranza, ossia di richiamarsi ad una speranza ‘ragionevole’, concreta, possibile, a misura, appunto, umana. 

Obama, sempre sul piano culturale, si rende perfettamente conto che l’esplosione della crisi finanziaria non rappresenta un semplice ‘accidente’, un incidente di percorso facilmente sanabile ma che ad essere in gioco è proprio il presupposto fondante dello stesso sistema che quella crisi ha provocato. Un sistema che era stato lucidamente e apologeticamente rappresentato dal politologo statunitense di origine nipponica Francis Fukuyama: “il progetto liberale moderno ha cercato di spostare la base delle società umane dal thymòs(platonico) al terreno più sicuro del desiderio. La democrazia liberale ‘ha risolto’ il problema della megalotimia costringendola e sublimandola attraverso tutta una serie di congegni istituzionali – il principio di sovranità popolare, il riconoscimento di determinati diritti, l’impero della legge, la separazione dei poteri, e così via. Il liberalismo, togliendo alla tendenza all’accumulazione ogni freno e facendola alleare con la ragione nella formula della scienza moderna, ha reso anche possibile il mondo economico moderno. Tutto ad un tratto si è aperto per l’iniziativa e l’inventiva dell’uomo un campo nuovo, dinamico ed infinitamente ricco”. Vi è, comunque, un ‘passaggio’ da non sottovalutare nella stessa sequenza argomentativa di Fukuyama, nel quale anche il politologo apologetico è costretto a riconoscere che nel presunto “periodo aureo dell’umanità” (ossia quello pre-crisi finanziaria), “nessun regime, nessun sistema socio-economico è in grado di soddisfare tutti gli uomini in tutti i paesi”. Questo vale anche per l’opzione della democrazia liberale e non solo per l’incompiutezza della rivoluzione liberale (ossia perché i benefici della libertà non sono stati estesi a tutti i popoli). Al contrario, l’insoddisfazione nasce proprio dove la democrazia ha trionfato nel modo più compiuto: si tratta dell’insoddisfazione della libertà e dell’uguaglianza. Insoddisfazione che produce l’esigenza di un ampliamento-approfondimento-rafforzamento della democrazia stessa. A tal proposito bisogna sempre tener presente il monito di uno dei grandi ‘maestri’ del Novecento, Martin Heidegger : “Noi chiamiamo destino l’autotramandamento anticipante e deciso nel Ci dell’attimo. Qui trova il suo fondamento anche il destino comune, cioè lo storicizzarsi dell’Esserci nel con-essere con gli altri. Il destino-comune, carico di destino individuale, può, nella ripetizione, disgelarsi nella sua connessione con l’eredità ricevuta.” Ed ancora nel 1946, alla conclusione del secondo atto delle guerre civili europee e mondiali, poteva scrivere la parola probabilmente decisiva su questo punto: “L’uomo è piuttosto gettato, dall’essere stesso, nella verità dell’essere, affinché alla luce dell’essere l’ente appaia come quell’ente che è. Se e come esso appaia, se e come Dio e gli dei, la storia e la natura, entrino nella radura (Lichtung) dell’essere si presentino e si assentino, non è l’uomo a deciderlo. L’avvento dell’ente riposa nel destino dell’essere. All’uomo resta il problema di trovare la destinazione conveniente (schickliche) alla sua essenza che corrisponde a questo destino (Geschicht)…”. 

Tra Bestimmung e Geschicht, tra ‘destinazione’ e ‘destino’, vi è il campo libero della decisione politica. La via tracciata da Heidegger per sottrarsi alla con-divisione di un destino comune e quella prospettata Fukuyama per completare la rivoluzione liberale e democratica vanno, nonostante tutto, nella stessa direzione. 

L’eredità lasciataci dal Novecento sta proprio in quello che ho definito allergamento-approfondimento-rafforzamento della democrazia ed ho consapevolmente utilizzato Heidegger e Fukuyama (il pensiero continentale e quello statunitense, al di là delle differenze di statura) perché ritengo che il problema sul tappeto sia lo stesso per gli Stati Uniti come per L’Europa. 

Questa disamina culturale si traduce in un progetto politico convincente, un progetto che dovrà, sul piano nazionale, coinvolgere anche il Partito Democratico per reagire in maniera costruttiva alla sfide del tempo. Se, come argomenta E. Morin, il mondo contemporaneo è un mondo caratterizzato da una complessità dal tasso molto elevato, a differenza dello stato moderno che era nei fatti un sistema dal profilo di una complessità debole – i teorici dello Stato moderno lo interpretavano come un sistema sostanzialmente ‘chiuso’ –, sarà necessario prospettare un ordine mondiale qualificato dalla meta-stabilità e da continui flussi di relazione e comunicazione fra una pluralità di soggetti dotati di autonomia e capacità decisionale. E’ necessario spostare l’asse di riferimento in maniera graduale da un sistema monodecisionale ad un sistema polidecisionale, una scelta che si impone anche per l’approccio interculturale: relazioni interculturali e sistema polidecisionale costituiscono un parallelismo compiuto. E’ certamente questo la via più efficace per risponde al secessionismo di H.H. Hoppe e all’anarco-capitalismo in generale, ed anche al riduzionismo dei cosiddetti neocon che pensano ad una esportazione anche con gravi implicazioni belliche del modello liberal-democratico occidentale in altre realtà, persistendo, di fatto, nell’interpretare la politica internazionale come rapporti fra stati esattamente nella stessa maniera in cui gli individui si relazionano nello stato di natura hobbesiano. Le risposte di H.H. Hoppe ( Democrazia: il dio che ha fallito), così come quelle dei neocon, non sono in grado di raccogliere la sfida che propone il tempo della globalizzazione in cui viviamo. 

Per superare tale sfida, nella sua Etica E. Morin propone una riforma della società (che implica anche quella della civiltà) con le riforme della mente, della vita e dell’etica. Il tutto con il concorso di una scienza che, adottando il pensiero della complessità, origini un sapere “riorganizzato e accessibile ai profani” quale presupposto per una democrazia cognitiva: “L’insieme di queste riforme abbraccia la triplice identità umana individuo/società/specie”. Morin su tali presupposti sembra rispondere alla necessità di una sintesi fra centralità e policentralità, fra pluralità di agenzie decisionali e gerarchia. Se, come egli sostiene, si tratta di promuovere una politica di civiltà alla cui base stiano ‘qualità della vita’, ‘economia plurale’, ‘commercio equo’, senza per questo cadere in eccessi retorici e utopistici e senza ignorare “le virtù o le qualità della civiltà occidentale”, allora dovrà essere ripensato il legame fra Civilization e civility, cogliendo la loro contiguità e la necessità di coniugarle. Ciò poteva avvenire attraverso un ampliamente ed una valorizzazione dello spazio pubblico con l’affermarsi di una ragionevolezza a livello planetario e attraverso la costruzione di istituzioni transnazionali che siano in grado di rappresentare e sintetizzare le esigenze emergenti da tale spazio. Il policentrismo e la partecipazione ai processi decisionali di una varietà di soggetti e di agenzie comporta, inoltre, da parte di questi ultimi il riconoscimento e la delega fiduciaria nei riguardi di tali istituzioni.

L’etica planetaria di E. Morin e la nozione di ‘immaginario sociale moderno’, fornito da C. Taylor, - “Per immaginario sociale intendo qualcosa di più ampio e più profondo degli schemi intellettuali che le persone possono assumere quando riflettono sulla realtà sociale in un atteggiamento distaccato. Penso piuttosto ai modi in cui gli individui immaginano la loro esistenza sociale, il modo in cui le loro esistenze si intrecciano a quelle degli altri, come strutturare i loro rapporti, le aspettative che sono normalmente soddisfatte, e le più profonde nozioni e immagini normative su cui si basano tali aspettative” – sono due presupposti fondanti di Barack Obama e della sua “audacia della speranza” e del conseguente programma politico-economico-culturale. Vi è, in particolare, un contesto che riassume compiutamente tale progetto: “…la ‘società del possesso’ non cerca neppure di ripartire rischi e vantaggi della nuova economia fra tutti gli americani; al contrario, si limita a ingrandire i mal distribuiti rischi e vantaggi dell’attuale economia, ‘chi vince prende tutto’: se si è sani o ricchi o anche soltanto fortunati, lo si diventerà sempre di più ; se si è poveri o malati o si incappa in qualche avversità, non ci sarà nessuno a cui chiedere aiuto. Non si tratta della chiave per una vigorosa crescita economica o per la conservazione di un forte ceto medio americano., né certamente per la coesione sociale. Va anzi contro tutti i valori secondo cui abbiamo interesse al successo reciproco. Non è ciò che siamo come popolo”. E’, dunque, questo, lo scenario dell’immaginario sociale contemporaneo che si connota , anche, come sapere comune che rende possibili le pratiche comuni ed un senso di legittimità ampiamente condiviso, esattamente l’inverso del neoliberismo e della società del possesso che ha caratterizzato gli anni dell’amministrazione Bush. 

Si tratta di una ‘lezione’ che anche il nostro Partito Democratico dovrà tener presente, facendo propria una vocazione internazionale che sembra, all’oggi, essere praticamente inesistente. Bisogna recuperare ‘l’audacia della speranza’, una speranza svincolata per sempre dal suo rapporto di subordinazione alla paura, non vi può essere speranza dove questa viene accompagnata dalla paura. La speranza non può essere riducibile a un mero controaltare complementare, ma deve riacquisire tutto il suo valore dinamico di tensione propositiva. 

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