Un linguaggio per la parità e la multiculturalità


di Lucinda Spera






Per considerare alcuni dei fenomeni che, sul piano sociale e politico, vanno segnando questi ultimi decenni, per vedere le cose senza rassegnazione, al fine di evitare il consolidamento, soprattutto tra i giovani, di modelli che devono essere rifiutati, occorre essere chiari, e per farlo mi occuperò brevemente di parole. Qualche tempo fa Stefano Rodotà (Il linguaggio dei vincitori, “La Repubblica”, 28 aprile 2008) ci invitata ad esempio a riflettere, ovunque ce ne sia la possibilità, sulle caratteristiche della recente emersione di un nuovo, negativo, modello culturale, promosso da un particolare utilizzo del linguaggio. Si tratta di una tendenza attiva da non più di una ventina d’anni, ma che merita tutta la nostra attenzione.
Non possiamo girare la testa dall’altra parte - scriveva Rodotà - o sottovalutare fatti che spesso appaiono marginali, irrilevanti, alla stregua di innocue forzature. Perché dovremmo invece sapere che proprio il linguaggio è la prima e significativa spia di mutamenti profondi che investono la società, la politica, il modo di vedere le cose e di interpretarle. L’attenzione dell’articolo riguardava un duplice fenomeno. Da una parte, quelle manifestazioni di aggressività verbale - ma non solo - dilaganti a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, tanto da essere ormai divenute forme di comunicazione quotidiana, e troppo spesso, bonariamente considerate come una simpatica bizzarria che ha finito per dilagare in ogni luogo (anche in quelli istituzionali) e in ogni possibile contenitore (dalla televisione alla carta stampata); dall’altra, un forse più insidioso prototipo, tanto subdolo da non riuscire neppure a sollevare la giusta indignazione, teso alla legittimazione di umori impronunciabili, di consensi che vanno a consolidare comportamenti fondati sulla distanza, sull’ostilità, sulla chiusura verso chiunque venga avvertito esterno/estraneo a una certa realtà/identità (sociale, religiosa, nazionale, culturale, sessuale…), così da sfociare talvolta in conflitto vero e proprio. Di fronte a tutto questo - si legge - dobbiamo davvero ripetere che le parole sono pietre. Suscitano umori, li fanno sedimentare, li trasformano in consenso, ne fanno la componente profonda di un modello culturale inevitabilmente destinato ad influenzare le dinamiche politiche. E i fatti degli ultimi tempi sembrano purtroppo fornirne una tragica conferma.
Intorno al medesimo argomento nel 1985 Italo Calvino scriveva nelle sue Lezioni americane (conferenza sull’Esattezza) dell’esistenza di un rischio opposto a quello oggi individuato da Rodotà, quello cioè di un uso approssimativo, generico, casuale e sbadato del linguaggio: alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass media, nella diffusione scolastica della cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute.
I pericoli connessi con questa duplice, perversa tendenza della lingua - quella verso la violenza verbale che genera i fenomeni di allarmante contrapposizione sociale di cui scrive Rodotà, e quella verso un’indeterminatezza e una genericità che rischiano di appiattire le specificità, e di cui si rammaricava Calvino - sono prioritariamente due: la discriminazione a danno delle donne (e il calo di attenzione verso la delicata, tuttora aperta questione della loro affermazione sociale) e la discriminazione di popoli, di culture e di tradizioni. Il pensiero corre a quando, ormai un ventennio fa (precisamente nel 1987), venivano pubblicate le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini, esito dei lavori di una Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna in cui si analizzava un campione significativo della stampa italiana. E’ lecito domandarci fino a che punto le osservazioni e le raccomandazioni delle ricercatrici dell’équipe (la stessa Sabatini, Marcella Mariani, Edda Billi e Alda Santangelo) siano state recepite o disattese dai mass media, dagli uffici pubblici, dalle autorità scolastiche, dalle case editrici. Nella Premessa all’indagine si legge ad esempio di alcuni cambiamenti di tipo ideologico per parole riferite a classi e lavori discriminati, mutamenti attivi già nel momento in cui la ricerca veniva divulgata. Si parlava insomma della scomparsa, tanto dalla lingua ufficiale quanto dalla lingua quotidiana, di termini quali facchino, spazzino, donna di servizio…, opportunamente sostituiti da portabagagli, netturbino, operatore ecologico, collaboratrice domestica… Ebbene, si notava, molti di questi cambiamenti non si possono definire spontanei, ma sono chiaramente frutto di una precisa azione socio-politica. Essi dimostrano l’importanza che la parola/segno ha rispetto alla realtà sociale ed il fatto che siano stati assimilati significa che il problema è veramente diventato senso comune…
La questione, come è ovvio, è assai complessa, e non si limita alle pur legittime incertezze che riguardano il mondo delle professioni, o al carico di autorevolezza che sembra insito nei termini al maschile (tale da far spesso preferire, ad esempio, direttore a direttrice). Il nodo della questione non risiede insomma unicamente nel dilemma tra ministro e ministra, o tra pretore e il suo femminile. E neppure in quei modi di dire che sembrano sancire l’estraneità delle donne (almeno qui in Europa) al mondo del professionismo calcistico, espressioni quali gioco maschio (per indicare una strategia dura e grintosa) o gioco ad uomo.
Come ha sostenuto Cecilia Robustelli in un suo intervento del 2004 ad un’iniziativa organizzata dal Comune di Pisa (Più donne in politica cambiano il linguaggio?), il tema dell’identità di genere è infatti strettamente connesso a quello, molto più ampio, dello sviluppo equilibrato dei popoli e delle nazioni e alla convivenza rispettosa delle diversità. Finché crederemo - continua la studiosa - che l’educazione rappresenta un contributo fondamentale alla costruzione della persona, la riflessione su lingua e genere dovrà avere un posto anche all’interno dei percorsi di educazione linguistica: altrimenti, e purtroppo il futuro sembra muoversi in questa direzione, verrà meno quella funzione di aiuto alla costruzione della soggettività sessuata, e quindi di utilità pubblica e perciò di civiltà che ne aveva, in ultima analisi, determinato la nascita all’inizio degli anni ’70. La via d’uscita, il rimedio ai due, opposti pericoli di deriva linguistica di cui si è parlato non starà dunque – o per meglio dire non solo -  nella messa a punto, grammaticalmente e sintatticamente ineccepibile, di un linguaggio che renda con rispetto le differenze (di genere, di cultura, di religione…), ma nella consapevolezza della necessità di uno sforzo, di una costante, vigile attenzione, da parte degli educatori, in primo luogo, dei responsabili dell’informazione e delle autorità politiche, a vantaggio delle nuove generazioni. Un’attenzione che dovrebbe passare, ritengo, anche attraverso quella buona pratica che è l’assunzione di responsabilità personale, la consapevolezza che i propri comportamenti pubblici hanno un potere modellizzante, insomma, per dirla con altre parole, attraverso il per nulla obsoleto “buon esempio”. Solo così, secondo quanto si augurava Calvino, raggiungeremo quel giusto uso del linguaggio che ci permetterà di avvicinarci alle cose (presenti o assenti) con discrezione e attenzione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole.
 
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 SCHIBBOLETH
 
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