1) Su un epilogo di
Aldo Schiavone
2) Su la forza di Berlusconi 



di Carmelo Meazza




1)
Aldo Schiavone nel suo recente libro Storia e Destino conclude con un breve epilogo nel quale commenta la celebre affermazione della Genesi secondo la quale Dio avrebbe creato l’uomo “a sua immagine e somiglianza”(Genesi I, 26-27).
Poichè il denso e coraggioso saggio di Schiavone capitola e in qualche modo si riassume in questo epilogo è sbagliato non prestarvi tutta l’attenzione che merita. Si leggono queste parole a un certo punto: “quando la Genesi stabilisce la rassomiglianza tra l’uomo e Dio, l’assimilazione non va attribuita a questa o a quella figura che l’umano aveva o avrebbe assunto nel corso della storia evolutiva ( ... ) ma all’umano come progettualità e come sviluppo”.
In altri termini si può ripetere in questo modo: l’umanità dell’Occidente seguirebbe un orientamento (Schiavone è consapevole di arrischiarsi in una filosofia della storia...) che la condurrebbe ad assimilarsi progressivamente all’evocazione di quell’immagine biblica. Somigliare a Dio non sarebbe cioè una condizione di partenza ma il telos della civilizzazione tecnico-scientifica. Dio o un Dio è ciò che l’uomo starebbe sempre più diventando, in qualche modo volendolo ma senza saperlo bene del tutto. Orientato dunque verso l’immagine e somiglianza del Dio della Genesi.

Se la personalità scientifica di Schiavone non fosse così autorevole le ironie avrebbero certamente prevalso su un doppio interdetto che invece ha preso il sopravvento nei commenti al suo libro: interdetto del teologo di scuola che vede in questa speculazione un Dio troppo pericolosamente umano e l’interdetto del laico insofferente a ogni teologia che vi vede invece una visionarietà teologica troppo temeriaria e disinvolta con il nome di un Dio invanamente e inutilmente invocato 
Lo stesso Schiavone del resto non nasconde un certo pudore a spingere lo sguardo in avanti a partire da queste altezze, a collocare l’avventura dell’Occidente nel cuore di quel passo della Genesi. Eppure tra i rischi dell’invocare invano il nome vuoto di Dio vi è la forza di una domanda molto semplice che solo in apparenza è la medesima che scorre da millenni da una generazione all’altra: chi è quest’uomo capace di spostare sempre più avanti i confini tra la vita e la morte? Chi è quest’uomo sempre più capace di guardare negli occhi la propria stessa mortalità? 
Se ci lasciassimo trascinare dalla forza visionaria di Schiavone verrebbe da dire: se per generazioni la questione di un Dio si è presentata a partire dal limite dell’umano, come un supplemento della sua finitudine, per le prossime generazioni la questione di un Dio si porrà a partire dalla sovrapotenza dell’umano, dalla sua crescente capacità di superare i limiti della sua specie, dalla sua crescente capacità di oltreppassare i confini della sua naturalità. 
Com’è possibile che l’uomo sia così potente? Questa per certi versi sarà una domanda completamente nuova. 
 Sempre seguendo la visionarietà di Schiavone si potrebe dire: una delle più straordinarie elaborazioni dell’Occidente è quella di un Dio che guarda nel segreto e convoca l’umano a sua immagine e somiglianza. La potenza dell’Occidente deve avere molto a che fare con la fede in questo Dio. Deve avere un qualche debito con l’essersi immaginata nell’immagine di questo Dio. 
La volontà tecnico-scientifica viene certo da molto lontano e vi concorrono varie esperienze, un qualche privilegio deve avere tuttavia l’antropologia che si è configurata e sviluppata nell’immagine di quest’immagine celebrata dal libro della Genesi. Le filosofie del Novecento hanno, in vario modo, indagato le origini del pensiero tecnico-scientifico, qualche volta arretrando sino agli albori dell’attitudine metafisica, hanno giustamente insistito sul nesso tra tecnica e metafisica, sul fatto che la metafisica sia già essa stessa una straordinaria forma di techne, e tuttavia, non possiamo negare che qualcosa di profondamente nuovo accade nel momento in cui l’orizzonte dell’esperienza umana appare dominata da un Dio che realizza l’immagine biblica a cui si richiama Schiavone nelle forme del Cristianesimo. Nessun’altra esperienza religiosa ha spinto un Dio così in profondità nella storia e nessun’altra esperienza religiosa ha portato un uomo a autoconcepirsi o credersi addirittura come figlio di questo Dio, incorporato nel suo unico figlio nella sua stessa storia eterna.

Che cosa sia accaduto e per certi versi cosa continui ad accadere nell’ordine di quella esperienza può essere interrogato forse solo oggi in modo nuovo e più adeguato. Dopo che le grandi filosofie della storia, in vario modo segnate da quel paradigma, si sono consumate e dopo che una certa esperienza del religioso appare sempre più marginale nel corso della nostra civilizzazione.
La domanda semplice che non dovrebbe irritare l’uomo di fede e non dovrebbe indisporre l’uomo di ragione è la seguente, ripetiamo (sempre nel solco di Schiavone), che cosa è accaduto alla stessa natura dell’uomo dell’Occidente nel momento in cui ha immaginato e creduto in un Dio come questo per poi, in forza della sua stessa fede, si è edificato a sua immagine e somiglianza? L’immaginarsi in questa immagine non è stata in fondo l’acquisizione di una capacità e di un potenza nuova rispetto al passato? Non ha acquisito proprio in quest’immagine dell’immagine quella tremenda capacità creativa che è destinata a spingere sempre più lontano tutti i limiti e i confini che oggi conosciamo?


2)
Il fenomeno Berlusconi consegnerà alla storia della Repubblica uno strano paradosso. Egli appare come l’uomo politico più capace di offrire coesione e unità alla sua coalizione di governo e al Paese. La sua leadership è forte e indiscussa.  E’ difficile poi negare che sia stata la sua autorità a garantire la governabilità per un’intera legislatura e che la coalizione di governo  di centro-destra abbia avuto una maggiore stabilità e una più salda volontà di decisione  rispetto alla coalizione  di centro-sinistra. 
La convinzione di essere un leader insostituibile è inoltre molto cresciuta negli ultimi tempi nella stessa autocoscienza di Silvio Berlusconi. La fondazione del Pdl non è solo una risposta alla nascita del PD ma è soprattutto la proiezione della sua forza e della sua leadership sui tradizionali alleati,  ai quali, in fondo, ha chiesto di confluire e di annullarsi in qualcosa che somiglierà sempre più alla corte di un sovrano assoluto. Ebbene se tutto questo appare abbastanza evidente ai suoi estimatori e ai suoi avversari,  meno evidente è un altro aspetto del fenomeno Berlusconi. Egli è un uomo forte o fortissimo ma la sua non è non leadership naturale.  Una leadership naturale è stata quella di Mussolini ad esempio,  o quella di Bettino Craxi  (ma che anche di un Fini o di un Casini) per indicare rapidamente qualche esempio di coagulo di forza e di capacità  di rappresentanza intorno al carisma di un leader. 

La forza di Berlusconi viene invece dalla confluenza di due fattori importanti ma, in diverso modo, estranei alle sfere del politico. Essa viene dalla crisi del sistema partitico italiano della prima Repubblica e dalla sua straordinaria disponibilità di mezzi patrimoniali ed economici. Questa originalità è lo stesso Berlusconi a rivendicarla  come se alla crisi della politica si potesse rispondere con un partito senza vita associativa,  senza congressi, senza vita democratica.  Con il simulacro di un partito. Ora, stiamo attenti,  questo non significa che Berlusconi  non sia espressione, in un certo modo, qualche volta persino con alcune buone intuizioni e reazioni,  della realtà di alcuni profondi e irreversibili mutamenti nel costume, nella cultura, e nella stessa politica, sempre più indebolita e  impotente.
Se Berlusconi non è stato una semplice meteora della storia italiana recente  è certo perché intorno a lui diverse realtà dell’Italia si rappresentano e si riconoscono. 
Tutto questo, tuttavia,  non contraddice il fatto che la sua leaderschip sia innaturale e in ultima istanza il prodotto della debolezza del sistema della politica , della sua incapacità di autoriforma e soprattutto della potenza dei suoi mezzi imprenditoriali, in particolare nel settore determinante dei media. Può sembrare un paradosso ma la forza di Berlusconi è sproporzionata rispetto al suo reale peso politico. In questa sproporzione egli può nascondere la  sua debolezza indebolendo tutte le dinamiche naturali di formazione della élites dirigenti. 
Quindi, non solo Berlusconi non è un leader naturale,  ma proprio la sua forza sta sempre più chiaramente dissolvendo tutte le dinamiche naturali di leadership nell’ambito del centro destra. Esemplare il caso di Alleanza Nazionale che d’ora in poi si limiterà a sopravvivere come esile associazione culturale, senza più nessuna autonomia nella formazione  e nella selezione della classe dirigente.  Ora, questa innaturalità della leadership di Berlusconi andrebbe meglio compresa per l’impatto che sta avendo  sulla stessa coesione civile del paese.   

Trasformare le dinamiche naturali di formazione di una classe dirigente nella pratica di forme regali di cooptazione  non è solo un vulnus per la dialettica democratica ma incide profondamente sulla coesione del politico in quanto tale  e molto più di quanto possa apparire a prima vista gioca un ruolo nella coesione stessa dell’unità civile del Paese.  Per comprendere la natura di questa dissoluzione dei legami naturali del politico e le sue ripercussioni nel profondo della realtà italiana basterebbe compiere un modesto esperimento mentale. Se Berlusconi improvvisamente sparisse dalla scena della politica italiana poco o nulla del suo partito potrebbe sopravvivere.  (Per questo parliamo di sproporzione tra la sua forza e il suo peso politico). Nessuno dei leader che attualmente lo circonda sarebbe in grado di raccoglierne l’eredità.  Nascerebbe una diaspora e una guerra intestina tra fazioni rivali che impiegherebbe molto tempo prima di trovare una sintesi e una coesistenza pacifica.  Assisteremmo a una sorta di balcanizzazione  della lotta politica nell’area del centro-destra, con ripercussioni su tutto il sistema politico. Con moltissima probabilità i frammenti di classe dirigente che entreranno in conflitto avranno la loro roccaforte e il loro presidio in ambiti di potere locale, provinciale  o al massimo regionale. Questa regionalizzazione delle elites dirigenti è una delle conseguenze di quella sproporzione di forza e peso a cui facevamo riferimento e spiega l’importanza crescente  dell’alleanza con una forza regionale per eccellenza come la Lega Nord e, da ultimo,  non a caso, la Lega delle autonomie.
Dietro la forza apparentemente coesiva di Berlusconi cresce dunque una dissoluzione di un ciclo politico nazionale con la sua capacità di promuovere una classe dirigente generale. Non è dunque un caso che la fondazione del Pdl abbia coinciso con la nascita di un cartello elettorale che mentre dissolve i partiti di tradizione nazionale amplifica il peso di gruppi politici locale o regionali i quali si preparano a mettere una seria ipoteca sullo sviluppo dell’Italia.
 
PAGINA  8
 SCHIBBOLETH
 
In Home Articoli
STAMPA