Un partito 
“fondato sul lavoro”.


di Andrea Margheri




 

È ben chiaro ai più attenti osservatori che il voto del 13 aprile non ha rappresentato una novità, un punto di rottura. È un evento che è venuto da lontano: esso ha ribadito e amplificato tendenze di fondo della più recente storia repubblicana. Non solo. Studiosi di diversa impostazione culturale  mettono in luce il collegamento strettissimo tra la crisi italiana e la situazione planetaria, e cioè le forme, le contraddizioni, i punti di crisi della globalizzazione capitalistica. Non per negare, ovviamente, gli aspetti specifici e particolarmente preoccupanti della «democrazia difficile» del nostro Paese, ma per coglierne le origini più generali e non trascurare le condizioni reali di una rigenerazione. D’altra parte, questa connessione è stata evidente sin dai momenti di origine dell’attuale fase di indebolimento del sistema politico e di difficoltà dello sviluppo economico e sociale.
Mentre la Prima Repubblica si sfaldava sotto i colpi di tangentopoli, non furono in molti a sollevare lo sguardo dalla cronaca nazionale e a indicare con precisione le vicende storiche planetarie nelle quali quello sfaldamento avveniva. Eppure tutti sapevano che quel passaggio di fase non sarebbe stato possibile, neanche pensabile, senza l’implosione dell’Urss, la fine della guerra fredda e dell’equilibrio del terrore, la nascita delle illusioni di una stabile pax americana nel mondo intero. L’Italia cessava di essere «paese di frontiera»; ciò che era stato possibile nel groviglio di tensioni della guerra fredda non era più contenibile ed esplodeva rovinosamente. Bisognava cambiare: scomparvero Dc e Psi, la sinistra fu costretta a una profonda evoluzione. Ma quale la direzione di marcia? Ciò che appariva già possibile nel dibattito politico di quegli anni era il passaggio a una «normale» democrazia europea, un processo di omogeneizzazione della sinistra ex comunista e del centrodestra italiano ai due campi europei: il socialdemocratico da un lato e il popolare dall’altro. 
Ma questa evoluzione non è avvenuta. Fu soffocata sul nascere dall’«oltrismo» del Pds occhettiano, che rappresentò l’ingresso nella grigia notte dell’indistinto politico, nel vuoto di identità e di strategia. E sull’altro fronte, dalla capacità di Berlusconi di saldare nella prospettiva del suo populismo privatista ed  egoista, non solo parte dell’eredità della Dc e del Psi, la «costituzionalizzazione» degli ex fascisti e, con qualche interruzione, il localismo aggressivo della Lega, ma soprattutto le ambizioni e i modelli culturali delle grandi masse di elettori moderati.
Un arduo compito degli storici è, e sarà, quello di determinare quanto abbiano influito sull’incapacità del nostro Paese di diventare «normale» – nel significato che il libro di D’Alema dette a questo termine – da un lato, la presenza del Vaticano e di un mondo cattolico così profondamente radicato, dall’altro, la divisione crescente del Paese su tutti i piani.
Ma l’ambizione di costruire una Seconda Repubblica, un nuovo equilibrio istituzionale che rinsaldasse l’unità nazionale di fronte alle nuove tendenze centrifughe, che modernizzasse lo Stato e e la società, che rendesse più efficiente e competitivo il nostro Paese in Europa e nel processo di globalizzazione, è in gran parte fallita nell’avvicendarsi delle maggioranze di governo e la Seconda Repubblica si è spenta senza mai nascere davvero. Un fallimento complessivo della classe dirigente del Paese, nelle sue opposte espressioni culturali e politiche. 
Non credo sia azzardato sostenere che una componente essenziale di tale fallimento sia stata (e sia ancora) la sottovalutazione e l’analisi sbagliata dei cambiamenti che negli stessi anni hanno trasformato il mondo: lo sviluppo accelerato di nuove grandi e aggressive potenze economiche, come Cina, India e, più tardi, il Brasile; il fallimento ormai conclamato del tentativo imperiale degli Usa, a cui si era associata la Gran Bretagna, mettendo in difficoltà l’Unione europea; la crisi rovinosa dei meccanismi finanziari che avevano plasmato e guidato i mercati mondiali e la necessità degli Stati di intervenire con immense risorse; la statizzazione della maggior parte delle risorse energetiche e la necessità urgente di una nuova governance mondiale per fronteggiare  il livello dei prezzi da un lato, le modificazioni climatiche e ambientali dall’altro; i prezzi crescenti delle materie prime e dei prodotti alimentari. Un groviglio di nuove problematiche tecnologiche e commerciali e nuove  tensioni competitive nell’uso delle risorse umane che hanno determinato una crescita rapidissima all’interno delle società industriali consolidate, nel cosiddetto Occidente. E messo in crisi il compromesso storico otto-novecentesco tra capitalismo e democrazia.
Ora il punto in cui ci troviamo non ci consentirà di fermarci al nostro «particolare», a considerare solo le condizioni dell’Italia e delle nostre «piccole patrie». Molte voci ci ammoniscono ad alzare lo sguardo, a considerare le risposte globali che sono state date e devono essere date. Dall’una e dall’altra parte: Tremonti, che partendo dall’analisi del fallimento del mercatismo invoca una difesa di tipo protezionista, Ruffolo che invoca una «patria europea» all’altezza della competizione globale. Noi stessi di «Argomenti umani» siamo la testimonianza di una ricerca sul terreno della globalizzazione. Non abbiamo esitato, infatti, a riconoscere come «non soluzione, ma vero problema» l’ondata ultraliberista che dagli Stati Uniti ha attraversato l’Europa. Il «pensiero unico» andò oltre le forze storiche della destra e del centro, condizionando la sinistra che nella «terza via» di Blair espresse una visione sostanzialmente subalterna. La formula «meno Stato, più mercato» che si rivela oggi così illusoria ed è stata frettolosamente abbandonata dagli stessi gruppi dirigenti del capitalismo, è stata per anni la trincea di forze che si dichiarano riformiste, stravolgendo il significato storico ed etimologico del termine.
Siamo stati di diversa opinione ed era con una certa angoscia che vedevamo crescere disuguaglianze di reddito, di opportunità, di conoscenze, tali da  costituire oltre che un’intollerabile ingiustizia, un pericolo per la stabilità della democrazia.
Ora, la destra americana ed europea è percorsa da ripensamenti e tentativi di nuove risposte: l’Occidente si difende dalle tensioni competitive che i nuovi equilibri geopolitici determinano, cercando di rassicurare tutti i ceti sociali colpiti e spaventati. In realtà, come abbiamo scritto nel numero scorso, è questo che ci siamo trovati di fronte nella prova elettorale del 13 aprile: una risposta rassicurante ai lavoratori che si sentono minacciati dalla concorrenza degli immigrati, agli imprenditori sfidati sul piano commerciale anche con metodi spregiudicati e scorretti; a tutti i cittadini che sentono come minaccia il peso e lo squilibrio dei nuovi arrivi nei loro quartieri. Questa risposta è un’accentuazione del localismo, che è l’ispirazione di fondo della Lega, ma che ha animato anche Forza Italia e gruppi del Sud. Bonomi lo definisce «sindacalismo territoriale». Mi pare preferibile il concetto di «comunitarismo territoriale», perché ha l’ambizione di cogliere non solo gli aspetti economici e materiali, ma anche il contesto culturale, istituzionale, antropologico, perfino religioso: «comunitarismo» appunto, in funzione protettiva e difensiva. Un messaggio che è apparso convincente anche a una parte dell’elettorato tradizionale della sinistra, come ci dimostra la ricerca di Agostino Megale, che pubblichiamo in queste pagine (e come ho potuto constatare sul campo, tornando in un’antica roccaforte della sinistra, la Tosi di Legnano, dove il voto alla Lega è stato plebiscitario). Questo ‘Occidente’ che minaccia il ritorno al protezionismo e ai dazi commerciali, svela immediatamente il carattere illusorio e precario della sua ipotesi difensiva. Su quel terreno sarebbe già perdente: basti pensare alla dimensione pubblica della questione energetica e ambientale, alla geopolitica del gas, del petrolio, del carbone. E si aprirebbero minacce di tensioni e conflitti drammatici. La soluzione resta la costruzione di un multipolarismo cooperativo e solidale, con regole economiche e commerciali condivise, in cui la «patria Europa», la Repubblica democratica europea sia in grado di fare la sua parte. Ma questa soluzione, molto più realistica nella realtà, resta oscurata e perdente nel dibattito politico.
Sta qui la debolezza delle forze tradizionali della sinistra europea che, con alcune importanti eccezioni come la Spagna, si configura come un arretramento elettorale e soprattutto come una incertezza strategica e culturale. Un’incertezza nella lettura della nuova evoluzione di Proteo: il capitalismo finanziario globale, così come si è configurato tra la fine del Novecento e l’inizio  del nuovo secolo, sconta l’esplosione delle bolle speculative, la crisi delle sue nuove forme di intermediazione, assieme alle contraddizioni del consumismo senza regole. Ora, esso impone ovunque gli interventi del potere pubblico per trovare la via di uscita dalle difficoltà. Con ancora maggior evidenza appaiono gli aspetti sociali e antropologici di meccanismi che vanno oltre l’economia, che determinano e guidano mutamenti dell’organizzazione e dei modi della vita degli individui. Nella trasformazione dei cittadini in consumatori subalterni si è introdotta una contraddizione profonda; nuove forze e nuovi popoli più competitivi scendono in campo, le risorse naturali appaiono in pericolo di scarsità e comunque troppo costose per gran parte dell’umanità. Questo scenario vede sempre di più l’Occidente sulla difensiva. Ma ancora le culture storiche della sinistra europea si mostrano esitanti nell’analisi della nuova situazione, nel cogliere la natura del nuovo rapporto tra l’economia, la società e la politica: siamo ancora imbrigliati dalle vecchie querelles su Stato e mercato, quando la realtà impone un nuovo rapporto sinergico e una nuova supremazia della politica. Proprio in nome del possibile «sviluppo sostenibile» di tutte le aree del mondo, supportato da un multipolarismo cooperativo. La via di un necessario protagonismo della Repubblica europea, come scriveva Ruffolo nel numero scorso.
Tutto ciò conferma la giustezza delle intuizioni che hanno portato in Italia alla costituzione del Pd, conferma la necessità di una nuova cultura politica, adeguata alla realtà attuale, capace di unire nell’azione pratica tutte le tendenze «riformiste».  E uso questo termine nel suo rigoroso significato storico: il riformismo è un’ipotesi programmatica e metodologica per la trasformazione del capitalismo nel senso di una regolazione e una guida politica dei suoi meccanismi. Un significato pesante che sarà la sostanza della nuova fase del Pd. 
Nella sconfitta elettorale il Pd è riuscito a mantenere un consenso ragguardevole e a tenere aperta nel nuovo quadro politico una presenza e un’alternativa progressista. È una base importante. Ma ora viene il momento di costruire un partito che risponda alla doppia esigenza: l’unità dei riformisti nella società, nel vivo dei problemi, dei conflitti e delle contraddizioni di oggi, la lettura efficace delle tendenze di fondo del mondo contemporaneo per un progetto di sviluppo sostenibile.
Solo una grande e radicata «comunità di partecipazione» può mobilitare nella società le risorse necessarie perché il confronto sia veramente democratico ed efficace, perché l’azione sia davvero estesa a tutto il territorio. Se questo è vero, appaiono inadeguate e pericolose tutte le teorie nuoviste sul «partito liquido», senza regole, senza militanti, senza organismi dirigenti. Sarebbe uno sterile trionfo delle illusioni verticistiche, ripeterebbe all’infinito il «riformismo senza popolo».
Ma un partito simile, se è vero quello che abbiamo detto sin qui, nasce solo sulla base di una scelta precisa e condizionante sullo «sviluppo sostenibile» da promuovere: deve essere «fondato sul lavoro». Non già solo nel senso che deve avere un preciso programma di difesa del welfare, ma perché il punto di vista del lavoro e del suo gemello inseparabile, il sapere, sono la base più solida della concezione di libertà, di dignità della persona, dell’affermazione dei diritti individuali e collettivi, della responsabilità etica della politica, che è la via maestra di un rinnovamento della sinistra (e che stavano alla base del Manifesto dei valori del Pd). 
Nella crisi mondiale, la questione sociale non è solo conseguenza di una diseguale distribuzione della ricchezza. Non può essere delegata al solo sindacato. È questione generale di democrazia, di diritti umani e civili, di organizzazione complessiva della vita. È questione politica e su di essa, principalmente, si misura il destino del Pd.
 
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