Libertà d’ascolto


di Claudia Baracchi




 

Ho sentito Roberto Saviano dire, in un’intervista recente, che il vero problema oggi non è tanto, non è più, la libertà di parola, quanto la possibilità di ascoltare. Saviano si riferiva alla realtà che ci è familiare e di cui lui si occupa con tanta determinazione. Ma la sua osservazione si applica probabilmente, con differenze di grado e di sfumatura culturale, a tutti i paesi di tradizione democratica—più o meno recente e variamente interpretata. 
In questa fase della “democrazia avanzata,” mi ritrovo a pensare all’analisi platonica del regime democratico: tutto va bene, tutta la multicolore gamma delle opzioni è disponibile, ce n’è per ogni gusto, umore e sfizio del momento (Repubblica, Libro VIII, in particolare 557b, 561e). Al punto che, secondo una strana retroflessione, il quadro della situazione democratica sembra convergere con la scena della caverna  precedentemente esposta (Libro VII). Questa curvatura regressiva (dalla democrazia alla prigionìa sotterranea) mostra che, come per un rovesciamento, per la reversibilità propria di ogni conjunctio oppositorum, la massima “libertà” (del capriccio, di fare ciò che uno vuole… se invero in questo consiste la libertà) viene a coincidere con il massimo rischio: con la immobilità paralizzata dei prigionieri, l’inumazione della vita.
Si badi bene, comunque, che tali prigionieri non sono di per sé metafora dell’umanità, dell’umanità tutta e in quanto tale, poiché vi sono ancora altri umani in questa scena scarsamente illuminata. Vi sono quelli dietro le quinte, i taumaturghi,  i burattinai insomma: che non solo non si curano di condividere la propria apertura al movimento con chi ne è privo, ma si adoperano per mantenere tale privazione. Fanno sì che lo spettacolo continui—non tanto per rendere la prigionìa dolce ai prigionieri, ma affinché i prigionieri, distratti e intrattenuti, svuotati di sé come larve incantate, si dimentichino anche della loro condizione. Privati della libertà di movimento, essi sono ulteriormente privati della consapevolezza della propria situazione. 
È l’oblìo della loro condizione d’incatenamento che più di ogni altra cosa colpisce, in questo teatro nel sottosuolo: la duplicità della privazione, la dimenticanza della dimenticanza, dell’alienazione, dell’allontanamento da sé. Dimenticanza, insomma, della narcosi, dell’anestesia e della chiusura a cui si è forzati. E via a giocare, a gioire quando si indovinano i quiz e si vincono ricchi premi… (516c-d).
Invero, malgrado la fioritura, a volte magnifica, di letture come quella di Bertolucci ne Il conformista, a ben vedere la caverna non è paradigma del regime dittatoriale, comunque non così come lo si è conosciuto storicamente. Di tale regime le persone soffrono il peso e le angherìe, i veti e le censure, schiacciate sotto piedi che sembrano sempre calzare stivali. Qui no. I prigionieri si ritengono liberi e sono lieti. Rieleggerebbero chi con maggior capacità persuasiva garantisse il mantenimento dello stato delle cose. E continuano a vivere, a respirare, ma desensibilizzati, in un mondo fantasmagorico, orientati solo allo schermo di tali proiezioni, piuttosto che gli uni agli altri. Si conoscono solo ed esclusivamente per tale tramite. Non hanno coscienza di sé al di fuori dei giochi istituiti dallo spettacolo incessante, tantomeno coscienza di costituire una comunità.
L’assorbimento nello spettacolo non mostra crepe né smagliature. È la saturazione totale. Oggi è questo il totalitarismo: non l’esplicita violenza repressiva dei fascismi storici, ma un totalitarismo senza proibizioni e censure, che ci satura fino a svuotarci, che ci costruisce sminuiti. Quando dice che in ballo non è la libertà di parola, Saviano si riferisce ad una situazione non dissimile—anzi, anche potenziata nella proliferazione di schermi e canali comunicativi. Ciascuno può in effetti dire ciò che vuole (se ne va orgogliosi), anche quando il silenzio sarebbe auspicabile. Ognuno si sente in diritto si esprimere opinioni, come e quando crede, anche in diretta, o in rete, e mostrare le proprie interiora al mondo. 
In tali circostanze il problema è la libertà di ascolto. Invero, quali prospettive, quali possibilità sussistono per l’esperienza della ricettività, per non dire della ricettività cosciente, in un contesto che incoraggia un’emissività indiscriminata, e pertanto anche volgare e ottundente? Poiché, si badi, è ingannevole qui anche parlare di “espressione di sé”: siamo piuttosto in presenza di una sorta di esibizionismo incontinente prescritto dalla logica dello spettacolo. Il frastuono è tanto e tale da favorire stati di ipnosi collettiva, perdita di senso della realtà, inquinamento della coscienza quanto dell’inconscio (la vulnerabilità all’immaginazione che tanto ha impegnato il filosofo, a partire proprio da Platone…). La parola è libera in verità, ma è diventata inascoltabile. Ha perso peso specifico, rilievo, udibilità.
Ripensare oggi la libertà significa soprattutto meditare su quello che comporterebbe una libertà di ascolto—libertà che non può essere garantita da statuti, da alcuna autorità politica, di maggioranza od opposizione (per quanto regole sui conflitti di interesse e sulla proprietà/gestione mediatica da parte dei governanti sarebbero di grande aiuto). Significa interrogarsi su cosa sarebbe necessario, tanto per cominciare a livello squisitamente individuale, per cercare di sottrarsi al sonno profondo, all’altalena delle distrazioni e delle seduzioni, in modo da creare spazio, uno spiraglio, un margine non già invaso. Significa riaprire la questione della responsabilità di ognuno, sempre necessaria e singolare, al di là di ogni retorica populistica e infantilizzante: e da qui, solo da qui, immaginare/sentire di nuovo una comunità, un essere insieme, vivi e sensibili. 
Si tratta insomma della responsabilità di coltivarsi,  di risvegliarsi, di notare le cose (le cose—non lo spettacolo) così come sono. Si tratta della responsabilità di esercitarsi a discernere e, nel mezzo di questa universale e indifferente disponibilità, fare differenze, scegliere, sottrarsi alla dismisura, e così identificarsi, precisarsi, diventare ognuno ciò che si è, che si ha da essere. Solo alla luce di tale responsabilità volta alla cura e all’evoluzione (che possiamo dire psichica, ma anche spirituale) si potrebbe riconfermare la libertà: libertà di essere, di essere-con, di ascoltare, dentro e fuori, ciò che ci circonda e pervade. Per quanto di una semplicità disarmante (ma è forse la semplicità, oggi, la scelta più ardua), è tutto qui: tornare a quote più normali, assaporare più sobriamente una vita che, se non necessariamente semplice, certo non coincide con lo spettacolare, con il regime dello spettacolo così come è venuto formandosi negli ultimi decenni.
Solo alla luce di una tale libertà la democrazia acquisisce, o meglio, acquisirebbe, un significato. La sua desiderabilità resta pertanto sospesa alla fragile ipotesi di ciò che resta a venire.
 
PAGINA  7
 SCHIBBOLETH
 
In Home
 
Articoli
STAMPA