Scuola 
e democrazia



di Domenico Venturelli 





Negli ultimi decenni si sono fortemente accentuati e ampiamente diffusi la convinzione e il disagio di vivere una profonda e prolungata crisi della demo-crazia, insieme al declino del compito educativo della scuola in ogni suo ordine e grado, inclusi gli istituti di formazione superiore e, in particolare, l’Università. Come se fosse in atto una regressione inarrestabile, della quale si vedono molti segni e molte sono le cause, ma della quale ciascuno deve ritenersi anche responsabile, tanto più quanto più è rilevante, nella società, il suo ufficio. Come se poco a poco si fosse consumato per superficialità, se non anche per viltà, un tradimento - gli “intellettuali” non ne sono esenti - rispetto a solenni impegni democratici. Come se la stessa rappresentanza politica fosse diventata, sotto il paravento della democrazia, anziché un compito grave e un esercizio provvisorio, il chiuso privilegio di una casta, un’occasione da sfruttare per fini personali.
Ora, per apprestare rimedi a una situazione di corruttela e di declino, non è di secondaria importanza interrogarsi seriamente sul nesso, che pare evidente, tra due processi degenerativi - la crisi congiunta della coscienza democratica e del compito educativo della scuola - il cui corso non è irreversibile se non in quanto lo rendano tale gli uomini con le loro azioni e omissioni, i loro vizi privati e pubblici, la loro improvvida insipienza.
In forme sempre nuove e mutevoli è ufficio fondamentale della democrazia l’elevazione dei ceti sociali più poveri, più sfavoriti, più emarginati; l’inclusione dei ‘migranti’ e dei ‘nomadi’ che lo desiderano nell’ambito della città e delle sue leggi, garantendo a tutti i cittadini eguali diritti, esigendo da tutti eguale rispetto dei doveri. È insieme compito di ogni governo, a maggior ragione di un governo democratico, assicurare un’efficace difesa nei confronti dei riottosi e dei violenti. Ciò implica lungimiranza, generosità, accoglienza da un lato; dall’altro la giusta severità delle leggi unita alla forza necessaria a mandarle ad effetto. Nessuna democrazia può sperare di avere futuro senza il rispetto delle sue leggi. Egualmente nessuna democrazia può vivere a lungo senza favorire la nascita, dal proprio terreno, di legittime aristocrazie spirituali. Suo compito, infatti, non è livellare, ma elevare - e se nel corso della sua lunga storia Dio stesso è diventato democratico fino a scendere, a quanto ci dicono, in forma di servo tra noi, è stato proprio perché noi ci elevassimo, e non fossimo servi ma liberi. 
La democrazia non comporta dunque - se non quando degenera e prepara essa stessa una diversa forma di governo - la riduzione dell’alto al basso, del grande al piccolo, del sommo all’infimo; non favorisce la desolata uguaglianza del deserto, ma crea oasi nei deserti; non promuove l’uniformità e la monotonia della pianura, ma ama le vette ed esige l’eccellenza. Analogo sarebbe il compito di una scuola che sapesse coniugare, dalle elementari alle medie all’Università, la trasmissione dei più diversi saperi alla sua essenziale funzione civile e democratica. Per questo abborracciare, o addirittura sbagliare nella riforma della scuola è, se non anche un delitto, un terribile errore, pagato dalla società a carissimo prezzo, fino a compromettere lo stato di salute delle istituzioni democratiche. Una scuola che attraverso metodi, tecniche e stili apprenditivi diversi, i più tradizionali o i più innovativi, veicoli solo una massa crescente di informazioni; una scuola che sia, nel suo nucleo più intimo, solo tecnica o professionale; una scuola che non sappia mirare ad un fine superiore al mercato dei saperi e del lavoro: ebbene, non è una scuola democratica. E non è il caso di aggiungere che nella scuola e nelle Università trionfa da tempo una tendenza livellatrice che inganna il popolo e nuoce soprattutto ad esso, favorendo una nuova forma di analfabetismo (quello dei dottori) e la peggiore specie di ignoranza (quella degli acculturati, che presumono sapere e non sanno). 
Anche nelle Facoltà umanistiche abbiamo adottato, senza vergogna, il povero lessico mercantile dei crediti e dei debiti, della cosiddetta offerta formativa, simile a una di quelle raccolte a punti che ottengono inutili premi; e intanto l’adozione di criteri di valutazione quasi solo quantitativi, persino per assegnare ruoli di responsabilità scientifica, rendono vano ogni isolato sforzo di elevare la qualità della ricerca e restituire dignità agli studi. 
Ora, senza rinunciare a nulla di ciò che gli studi scientifici e le nuove tecnologie apportano di buono alla vita degli uomini, ma sapendo per esperienza che cosa significano la scienza e la tecnica senza umanità, l’augurio migliore che potremmo rivolgerci sarebbe di rintracciare la via della piena formazione dell’uomo e del cittadino, alla quale contribuiscono moltissimo gli studi umanistici: la poesia nel senso più lato del termine, la storia, la filosofia. Non si profila,  al punto cui siamo giunti, l’urgente necessità di una politica pensante che, in luogo del diritto a ingannare e a essere ingannati nella scuola, restituisca a tutti, studenti e docenti, il diritto alla fatica e alla gioia dello studio? il diritto ad approfondire ogni sapere, e anche, innanzitutto, il diritto alla poesia e alla filosofia: studi che richiedono tutti, per recare frutto, tempo, lavoro, disciplina. Lo stesso specialismo degli scienziati, la stessa professionalità dei professionisti traggono dal fiorire degli studi storici e umanistici solo un vantaggio, ogni specialismo esigendo di non converirsi in miopia.
Ancor più potrebbero giovarsi di quel rifiorire degli studi gli istituti democratici. Tanto più essi saranno infatti radicati e saldi nelle coscienze, tanto più avranno per sé il consenso dei cittadini, tanto più diventeranno forti e floridi, quanto più si mostreranno capaci di assicurare a tutti i giovani e a tutte le giovani, col diritto alla fatica e alla gioia dello studio, col diritto alla conoscenza dei grandi testi (anche religiosi) in cui si trasmette la sapienza dell’umanità, la possibilità di accedere per merito, mediante la formazione e l’istruzione superiore, a ogni libera professione e a ogni carica pubblica; quanto più insomma una politica davvero democratica doterà la scuola di quei mezzi severi, efficaci e giusti di selezione che permettono di scegliere dal  quanti, distinguendosi per capacità, ingegno e senso di responsabilità, sono destinati ad assumere uffici politici direttivi e a esercitare responsabilmente, per fini e interessi generali, il .
 
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