Lo tsunami petrolifero.
Nel cuore della globalizzazione



di Andrea Margheri






Nelle pieghe della limacciosa politica italiana si è svolto un evento marginale ma indicativo: uno dei tanti sintomi della crisi della democrazia. Nella relazione annuale della Autorità per l’energia elettrica e il gas il presidente Ortis ha, innanzi tutto, come era suo compito istituzionale, tracciato i profili essenziali dello scenario globale. E, ovviamente, ha detto che l’elemento emergente è l’impennata del prezzo del petrolio (nel quadro di una vera e propria esplosione dei prezzi di tutte le materie prime accennando all’inefficienza o meglio agli effetti controproducenti della Robin Tax, che inevitabilmente farebbe lievitare il prezzo finale, già al di sopra della media europea). Ha ripetuto che in Italia permangono strozzature e difficoltà sulle vie di approvvigionamento del gas per il quale scontiamo la mancata costruzione dei rigassificatori e in generale l’inadeguatezza infrastrutturale. In questo campo ha sottolineato un ritardo del processo di liberalizzazione che determina una condizione certo non positiva: l’Eni, infatti, ancora padrone della rete nazionale ha tutto l’interesse di mantenere l’offerta a livello della domanda e ciò frena la possibilità di una riduzione dei prezzi al consumo e soprattutto la possibilità che l’Italia svolga un ruolo di hub nel mercato europeo. Ha ricordato infine i disaccordi internazionali e le difficoltà oggettive nello sforzo globale di riduzione delle emissioni di gas di serra. In questi elementi ha costruito il ragionamento sugli indirizzi e gli impegni della Autorità per la definizione e il controllo delle regole del mercato concorrenziale e delle tariffe.
Uno scenario, dunque, realistico che indica una sfida molto impegnativa per il Paese e per l’Europa.
En passant ha risposto polemicamente il ministro Scaloja secondo il quale Ortis si era occupato di cose che non sono di sua competenza (dimostrando, così, di interpretare la legge istitutiva dell’Autorità in modo aberrante; tale interpretazione costituirebbe una vera e propria controriforma). Poi il colpo della presentazione di un emendamento della Lega a un decreto già in fase di conversione parlamentare per l’azzeramento dell’Autorità, l’allargamento dei suoi compiti al nucleare, una nuova struttura del Consiglio. Emendamento poi ritirato per un discreto appello alla decenza.
Insomma, la maggioranza è stata violentissima, con lo scopo evidente di chiudere ogni possibilità di discussione.
Ripeto: sul piano istituzionale è un piccolo sintomo, tra i tanti, di una instabilità crescente della democrazia, di una trasformazione della costituzione materiale del Paese per la prevaricazione dell’esecutivo sugli altri poteri, come ha scritto bene Eugenio Scalfari. Ma sul piano sostanziale cosa ci dice questo episodio? Ci sembra evidente che esso confermi un ritardo grave di consapevolezza e di razionalità di fronte alla questione energetica così come si pone oggi, nella sua drammatica complessità: anche di fronte alla questione energetica la risposta è la polemica più strumentale e la propaganda. Per la verità, questo ritardo è caratteristico di tutto il dibattito pubblico sulla questione: si avverte sempre l’assenza di una visione sistemica globale e il prevalere di estremizzazioni parziali e demagogiche, come il «tutto solare» o, di contro, il «nucleare in pochi anni». La cultura energetica resta annidata nei centri di ricerca mentre nella politica vincono la propaganda mediatica e la demagogia inconcludente.
Riprendiamo il discorso dalle fondamenta. Cosa sta avvenendo nei fatti? Perché siamo minacciati dallo tsunami dei prezzi petroliferi? L’intreccio delle cause di fondo appare davvero complesso.
Nell’ultimo confronto tra alcuni grandi Paesi produttori e i maggiori Paesi consumatori a Gedda si sono registrati passi avanti per un’analisi comune. Tre appaiono i filoni principali. Il livello della domanda dei grandi Paesi emergenti che non si limita a soddisfare i consumi correnti, ma tende a garantire e proteggere lo sviluppo del prossimo futuro. Una visione prospettica della sicurezza di cui Cina, India, Brasile e varie altre ‘tigri’ del XXI secolo sentono una necessità impellente anche perché agiscono nel vuoto di una governance mondiale condivisa e si fidano solo delle proprie forze. Così, essi sommano al consumo attuale gli aumenti prevedibili dei prossimi anni: è una strategia politica precisa. Contemporaneamente, il livello dei consumi dei Paesi occidentali resta, ovviamente, altissimo anche se l’intensità energetica dello sviluppo rallenta. Su questo ‘scambio drogato’ pesa la situazione geopolitica, pesano i conflitti armati e le tensioni tra i popoli e, principalmente, i frutti avvelenati della visione imperiale prevalsa negli Stati Uniti con la vittoria di Bush e della destra neocon. La presidenza Bush ha saldato in un solo disegno strategico la risposta solo militare al terrorismo, l’ambizione di imporre un solo modello e un solo ‘campo’ della democrazia, la garanzia della sicurezza degli approvvigionamenti. Quella visione che si è bloccata sulle rovine delle città irachene e sulle montagne imprendibili dell’Afghanistan. Quella visione che certo non ha favorito il dialogo e la convergenza con Paesi produttori di altre aree del mondo, gelosi della propria autonomia e impegnati nella difesa dei diritti elementari dei propri popoli. Il tramonto della visione imperiale del Presidente texano, così amico dei petrolieri, lascia nelle relazioni geopolitiche un clima di sfiducia, di sospetto, di chiusura in se stessi di alcuni Paesi, di cui resta vittima anche l’Europa. Un’instabilità che ha fatto naufragare sinora i tentativi di mediazione e di ricompattamento del sistema (almeno dell’Ocse) dell’Arabia Saudita. Per questo oggi registriamo un così grave deficit di governance. E la situazione potrebbe precipitare molto di più. Alcuni osservatori (come lo storico israeliano Morris) danno per scontato l’attacco israeliano agli impianti nucleari dell’Iran. Altri sostengono che anche gli Stati Uniti potrebbero partecipare per rilanciare, in un grande sussulto patriottico, la visione imperiale contro la candidatura innovativa di Obama. Se ne discute, valutando l’effetto sul prezzo del petrolio, in molti circoli specializzati. La questione energetica si intreccia di nuovo con i fili principali della storia umana, questa volta in una direzione terribile: una catastrofe. L’abbandono della via delle trattative per garantire il diritto di tutti alle centrali nucleari, ma evitare il rischio dell’arma atomica iraniana (trattativa accompagnata da possibili pressioni economiche) e il ricorso immediato alle bombe arebbe una scelta rovinosa. Una scelta che costituirebbe l’ingresso degli Usa nello «scontro di civiltà» annunziato da Huntington, che spaccherebbe l’Europa, schiererebbe contro l’Occidente i Paesi emergenti e la Russia, che aggraverebbe l’instabilità complessiva del mondo. Difficile dire dove potrebbe arrivare lo tsunami dei prezzi petroliferi. Potremmo anche rimpiangere amaramente i record raggiunti sinora.
Per adesso possiamo solo limitarci ad auspicare che i volonterosi che trattano con l’Iran e l’Aiea di Vienna riescano a trovare rapidamente un punto di equilibrio che eviti la prospettiva catastrofica: l’iniziativa italiana non sembra essere considerata rilavante. Ma c’è da chiedersi qual è l’alternativa a questo intreccio ‘perverso’ tra relazioni geopolitiche globali e questione energetica, qual è l’intreccio ‘virtuoso’ che il dibattito politico internazionale ha cominciato a delineare. Ad esempio, al Wec di Roma dello scorso anno si è parlato esplicitamente di una precondizione fondamentale: un multipolarismo cooperativo e solidale che consenta di superare ogni visione unilaterale e in primo luogo quella imperiale della destra americana. È in questo quadro che le strategie energetiche e ambientali concordate possono ‘fare sistema’ su scala globale e garantire uno scambio equo nella sicurezza e nella prospettiva dello sviluppo sostenibile.
Tale nuovo intreccio ‘virtuoso’ tra geopolitica e questione energetica è un traguardo difficilissimo, ma è insieme una necessità vitale, quasi un passaggio obbligato della civilizzazione. E una prova decisiva per tutti i protagonisti. Per gli Stati Uniti alla vigilia del decisivo confronto elettorale tra McCain e Obama. Per l’Europa, dove si confronteranno gli europeisti convinti e determinati con le correnti, oggi maggioritarie, che ancora si aggrappano all’illusione di un rilancio degli Stati nazionali e bloccano la possibilità di un ruolo da protagonista mondiale del continente unito. Per i Paesi emergenti, come la Cina, l’India, il Brasile eccetera, che devono equilibrare il loro nuovo potere economico con il risanamento ambientale e un uso razionale delle risorse, nel rispetto delle prospettive di sviluppo economico e civile di tutte le aree del mondo. Per la Russia, che dopo il disfacimento eltsiniano vive una fase di ricostruzione grazie alle risorse energetiche e può mirare a svolgere un ruolo essenziale per la stabiità sia verso Ovest sia verso Est. Per l’Africa, che ancora non può far pesare nel contesto internazionale tutte le sue risorse perché attanagliata nei conflitti interni e nella perdurante arretratezza.
Del resto, una nuova governance mondiale fondata sul multipolarismo solidale è lo schema logico di ogni possibile progresso verso una pace generale e stabile e verso la lotta all’arretratezza e alla fame.
C’è una seconda spinta allo tsunami petrolifero che il dibattito politico italiano ha posto al centro, quasi rimuovendo le cause strutturali di più vasta portata: è la speculazione finanziaria, cioè la moltiplicazione nel tempo delle operazioni di investimento che si basano su ogni barile di greggio. Quanto incida sui prezzi la scommessa speculativa è materia di discussione: le agenzie più accreditate hanno indicato orientativamente un limite del 30% degli aumenti. Ma, come notano molte delle riunioni internazionali che si vanno svolgendo, l’effetto negativo più generale della bolla speculativa che si è formata è l’aggravamento del clima di incertezza negli operatori e l’amplificazione degli effetti negativi di ogni scossone. Gli speculatori si comportano principalmente da ‘cannibali’: ciascuno vuole guadagnare sull’altro. Ma gli effetti sono disastrosi anche per la collettività. Quindi è giusto pensare a nuove regole come ha fatto Tremonti. Ma sapendo bene che ciò può avvenire solo se si affronta la questione nella sua dimensione ‘sistemica’, se non si cade nell’illusione neoliberista che il mercato regolato, assolutamente necessario, può compiere da solo il miracolo di far arretrare lo tsunami e risolvere la questione energetica che ha le sue radici profonde nell’assetto e nelle strategie politiche.
Naturalmente, a fianco della questione dei prezzi petroliferi, ci sono altre questioni vitali: quella del nuovo mix di fonti primarie che può ridurre la dipendenza attuale degli idrocarburi nella produzione di elettricità e quella della ricerca scientifica e tecnologica per soluzioni innovative (e liberatorie) sia nel campo dell’elettricità sia in quello dei trasporti (motori elettrici, uso dell’idrogeno eccetera).
Non c’è dubbio che nel mondo si sia sviluppata un’attenzione alla ricerca e alla sperimentazione molto maggiore che nel passato. La tensione e l’impegno dovrebbero restare altissimi in un clima di cooperazione internazionale che invece è ancora difficile scorgere anche nell’Unione europea. Questo resta un vuoto da colmare.
Per l’Italia resta da colmare anche un vuoto di scelte strategiche sul mix di fonti primarie. È vero: guelfi e ghibellini nella più recente incarnazione si sono gridati in faccia le rispettive ‘fedi’: da un lato, bastano risparmio e fonti rinnovabili; dall’altro, nucleare subito. E sulla prima prospettiva, sulla scorta della Direttiva europea, il governo Prodi ha già deciso, giustamente, un formidabile investimento per incentivi pubblici per il solare fotovoltaico e termodinamico, l’eolico e le biomasse (dimenticando però per fanatismo verde del Ministro che anche i rifiuti sono biomasse), oltre che, ovviamente, per il risparmio e l’efficienza energetica. Con questo gigantesco sforzo potremo recuperare ritardi storici di molti anni e non sfigurare di fronte all’obiettivo europeo del 2020: 20% rinnovabili sul totale dell’energia prodotta, 20% di risparmio in più.
Sarebbe già un risultato straordinario sia dal punto di vista delle emissioni di CO2, sia da quello dei livelli produttivi. Ma il problema resta gravissimo: bisogna superare la contrapposizione e guardare anche le tesi opposte, ridiscutere del nucleare. Guelfi e ghibellini reincarnati mollino l’energia come campo di scontro: non è cosa. Il nucleare che si delinea come una necessità globale è una strada necessaria anche per noi. E non il nucleare della quarta generazione, come dice Bersani. Questo oggi sta solo in qualche disegno futuribile. Intanto, guardiamo alle tecnologie contemporanee di massima sicurezza: la terza generazione in costruzione in Francia e Finlandia. Ma, lo dico da nuclearista convinto, il governo attuale si comporta in modo da rendere più difficile vincere la battaglia mostrando una fretta e una superficialità che non possono non provocare diffidenza. L’episodio dell’azzeramento dell’Autorità è indicativo. Ma soprattutto è indicativa la confusione dei ruoli che c’è nei primi documenti. Il compito dello Stato, infatti, è prima di tutto ricostruire le condizioni istituzionali improvvidamente distrutte o lasciate decadere come nel caso dell’Enea: per garantire la sicurezza e i controlli al più alto livello, per dare certezza delle procedure e delle regole, per individuare i siti possibili con il più alto livello di impegno tecnico scientifico e con la massima ricerca del consenso. È una riforma istituzionale sistemica il primo passo da compiere. Poi le scelte di investimento e le scelte tecnologiche saranno compito delle imprese nel quadro del mercato mondiale. Ma il primo passo è sempre quello delle riforme. Se si rinciampa nell’improvvisazione non si arriverà mai ai passi successivi.


* In collaborazione con la rivista «Argomenti Umani», diretta da Andrea Margheri
 
PAGINA  5
 SCHIBBOLETH
 
In Home
 
Articoli
STAMPA