Un nuovo 
quarantotto




di Mauro Ponzi


	




Qualche anno fa il cantautore e poeta tedesco Wolf Biermann venne in Italia per un concerto. Alla domanda “che cose pensa dei verdi?” rispose in maniera secca e sorprendente: “Sono nazionalisti tedeschi che mangiano insalata e gente di sinistra ormai stanca”. Müde gewordene Linker. Forse una delle ragioni del risultato delle ultime elezioni va ricercato in questa „stanchezza“ del popolo di sinistra. Il pericolo maggiore sarebbe ora quello di considerare “inevitabile” un ventennio di centro-destra. Qui per ora di “inevitabile” ci sono solo i cinque anni della legislatura appena iniziata. Ma in politica, si sa, nulla è scontato in partenza. 
Prima di analizzare le cause delle inattese proporzioni del risultato elettorale e chiedersi “che fare?”, cercando di evitare reazioni emotive che in genere sono irrimediabilmente sbagliate, bisogna sgombrare subito il campo da certi equivoci subito sorti, forse proprio sulla scorta delle reazioni emotive. Una delle favole metropolitane interpreta la sparizione della “sinistra radicale” come un processo di “cannibalismo” da parte del PD. Sarebbe facile rispondere, dati alla mano, che la catastrofe elettorale per la sinistra è dovuta alla sua malattia senile: quella del frazionismo. se si somma infatti il 3,2% della Sinistra Arcobaleno allo 0,4% della Sinistra critica e allo 0,6% del Partito Comunista Lavoratori si supera la soglia del 4%. La sinistra avrebbe oltre 20 deputati e non starebbe qui alla caccia di fantasmi. Se l’estremismo era la malattia infantile del comunismo, il frazionismo sembra essere la sua malattia senile. Il frazionismo oggi si chiama “ricerca di visibilità”. Ma questa “malattia senile” ha messo in crisi il governo Prodi e rischia di creare qualche problema anche ai gruppi parlamentari. La ricerca di visibilità è una prassi da prima repubblica, se si insegue la gestione dello zero virgola, in nome della “giusta linea” o in nome dell’ “esserci” non si va da nessuna parte. 
Ma bisogna anche uscire dalla trappola dei numeri. I numeri in politica contano, ma non spiegano. La sconfitta avrà anche un aspetto numerico, ma ha delle ragioni politiche su cui bisogna meditare. La maggioranza degli italiani non ha ritenuto convincenti le soluzioni proposte dal partito: non le ha giudicate prioritarie. Ma il partito, nel suo sforzo organizzativo e progettuale, ha captato i bisogni delle masse. L’impressione è che siano sfuggite alcune dinamiche sulla questione della sicurezza e sulla questione dei redditi. In una situazione di emergenza economica le questioni teoriche sembrano lontane, la gente ha bisogno di risposte concrete nel quotidiano, o di progetti, la cui applicazione sia visibile qui e ora. E in questa urgenza dei bisogni primari contano anche i toni con cui vengono formulate le proposte. Siamo sicuri che l’elettorato aveva bisogno di un fair play di stampo britannico? L’impressione è che abbia preferito i toni da stadio o da mercato generale. Se l’elettorato non ha recepito interamente le nostre proposte politiche o non le ha ritenute prioritarie ciò non dipende dai programmi – noi siamo tutti convinti che queste siano le soluzioni adeguate per risolvere i problemi del paese – ma dal modo, dai toni e dai linguaggi con cui le abbiamo proposte. 
Io qui avrei voluto parlare di ricerca e formazione che ritengo un obiettivo strategico del paese. Senza un investimento massiccio in questo settore rischiamo di scivolare, nel giro di 15 anni, dietro la Bulgaria. Ma non è questo il momento di parlare di riforma universitaria, di valutazione della ricerca, di investimenti, ecc. Qualsiasi progetto politico può essere giusto quanto si vuole, ma ha bisogno di una strategia, di una tattica e di una struttura politica per essere realizzato. E qui dobbiamo parlare della struttura organizzativa, senza la quale qualsiasi progetto diventa solo un discorso da bar dello sport o da trasmissione televisiva. La malattia senile della visibilità ha colpito anche il partito, non solo la minicoalizione. Se cominciamo con i “distinguo” e mettiamo in discussione l’assetto del partito rischiamo seriamente di fare la fine dei compagni dell’arcobaleno. La discussione sulle cause della sconfitta deve essere “franca e aperta” (come si diceva una volta) e vanno riconsiderate le priorità delle proposte politiche, i toni, i linguaggi, tutto, ma se si mette in discussione l’ipotesi politica di fondo solo per salvaguardare il 4% o l’8% di questo o quel gruppo, allora siamo di fronte a un nuovo 18 aprile che minaccia di propinarci 40 anni di berlusconismo. 
I toni inglesi vanno bene in politica se vengono usati da tutte le formazioni. Di fronte a chi parla di fucili, a chi fa della maleducazione un sistema e chi strappa in pubblico il programma altrui è forse meglio usare i toni da Garbatella e non quelli di Oxford (che non vengono capiti né dall’avversario né dagli elettori). Ma la priorità adesso è quella di lasciar perdere le differenze, le diverse provenienze, le diverse sensibilità delle varie componenti del partito e rintracciare ed esaltare le ragioni comuni, l’unità di intenti che si configura nel progetto politico e nel programma da realizzare. La storia a volte fornisce delle repliche dure e crudeli a dei programmi, in sé giusti, ma troppo lontani dalla gente. C’è stato evidentemente un difetto di comunicazione. Ancor oggi si parla del governo Prodi in termini negativi: l’esperienza del governo è stata recepita negativamente perché ha gettato sul partito l’ombra del malgoverno (aumento di tasse e tariffe, impoverimento della popolazione, questione rifiuti). Il fatto che sia migliorato decisamente il rapporto tra il deficit e il pil e che l’Italia sia abbondantemente entro i parametri di Maastricht (meglio della Francia e della Germania) e passato quasi sotto silenzio. Ci stracciamo le vesti a ogni minimo distinguo sulle scelte etiche e non sbandieriamo ai quattro venti i successi materiali dei governi da noi sostenuti. C’è un problema di comunicazione. 
Sembra un ritorno agli anni Cinquanta, non solo per la crisi economica, ma anche per la situazione politica. Se ci dobbiamo rivolgerci allo “stanco” popolo della sinistra e a tutti coloro che non hanno votato perché delusi o rassegnati, dobbiamo costruire un partito che sappia entrare in contatto con la gente, che sia radicato nel territorio. Il partito “liquido” non ha retto alla prova dei fatti. Quindi è il momento di creare una struttura: nei quartieri, nei luoghi di lavoro, con le federazioni provinciali, regionali, ecc. Ci sono stati altri momenti difficili (forse più difficili) nella storia d’Italia e la risposta non è stata la stanchezza né la rassegnazione, bensì la lenta, caparbia, quotidiana organizzazione.
 
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