Alcune domande su un articolo del card. Angelo Scola




di Carmelo Meazza


	



Il cardinale Angelo Scola ha scritto recentemente su un quotidiano*: “Su questa base si devono chiamare i soggetti che abitano la società civile plurale a un lavoro di dialogo continuo e inesausta narrazione in vista di un riconoscimento reciproco, così che dal paragone tra loro scaturiscano orientamenti e linee di bene comune”. 
L’articolo è molto ben ponderato e contiene una riflessione accurata sulla questione della laicità in una società multiculturale e multireligiosa.
Poniamo solo alcune domande: che cosa vuol dire riconoscimento reciproco? E ancora, come intendere nel modo appropriato “linee di bene comune”?
Il riconoscimento reciproco è la condizione del bene comune o al contrario è l’individuazione di un bene comune che diventa la condizione di un reciproco riconoscimento? 
E se fosse così, se fosse la ricerca del bene comune a garantire il reciproco riconoscimento e non viceversa non cambia la natura stessa della reciprocità? 
Non cambia in altri termini la relazione che deve, ogni volta, vincolare l’identità propria a un riconoscimento? Non cambia proprio ciò che, nel riconoscimento, è destinato, ogni volta, a confermare  e sostenere un’identità propria? 
Il reciproco riconoscimento non è mai il luogo in cui incomincia una pace è piuttosto il luogo esemplare in cui si sospende una guerra e, dove, pertanto, non è detto che il bene comune sia possibile, in quanto il bene di ciascuno non è il bene comune. 
Ora, se il bene comune non fosse un semplice accidente della relazione di riconoscimento, e non fosse un semplice denominatore comune (poiché nessun denominatore è davvero comune) vorrebbe dire che esso è come l’insieme più esteso che comprende coloro che cercano il riconoscimento. Che sia più esteso lo dimostra il fatto che entrambi possono incontrarsi solo per quella via. Ma se è più esteso e comprensivo del cerchio dell’identità di entrambi non diventa il loro  possibile paragone? Non costringe ciascuno a convertire la propria identità nella misura di questo paragone? E il paragone non nasce allora come scrive Scola tra loro ma tra loro e il bene comune?
Ciò che accade a volte al confine tra due campi semantici può orientare più di quanto si possa inizialmente sospettare su ciò che può maturare nel confine tra gli uomini. L’evento di una metafora, ad esempio – ha ragione Ricoeur – è il lavoro di una somiglianza che risolve il dramma e la tensione di una collisione senza ridurla al medesimo e senza cadere nell’indifferenza. Questo bene tuttavia mentre apre una via nuova nel linguaggio degli uomini, non sarebbe possibile se in esso non si ridefinisse, ogni volta, il profilo di coloro che vi partecipano e vi si riconoscono. Se in esso ciò che è comune, nello stesso momento in cui garantisce un avvenire, non fosse l’esito di un modo nuovo di riconoscersi dei nomi coinvolti. 
Non solo ma questo bene che accade in una strana nuova somiglianza  non è semplicemente ciò che viene trovato intuito o visto con la semplice luce degli occhi, ma è soprattutto ciò che viene costruito nella forza di un certo lavoro, in una spola tra un’epifora e una diafora (per risentire l’antico linguaggio di Aristotele).
Se l’evento metaforico fosse un piccolo laboratorio per il bene comune l’insegnamento che potremmo trarne sarebbe il seguente: colui che si orienta verso il bene comune è come un nome orientato verso la forza iconica di una metafora,  si tratta di attraversare l’enorme tensione di un conflitto non per sospenderlo nella non belligeranza, ma per guadagnare, nel lavoro di una nuova somiglianza un insieme che fa da bene comune solo se coloro che si incontrano cambiano e si riconoscono a partire dalla nuova somiglianza che trovano e costruiscono. Esperienza tutt’altro che semplice, ma le società come i linguaggi possono morire se non ritrovano e reinventano ogni volta le condizioni della loro possibilità.


Il Foglio del 23-04-2008
 
PAGINA  4
 SCHIBBOLETH
 
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