L’intolleranza 
scettica




di Andrea Poma


 
 


In un mio intervento precedente su “Schibboleth” (“Non è nel cielo”, in “InSchibboleth”, n. 1, settembre-ottobre 2007, pp. 11-13), nel quale indicavo nel fondamentalismo uno dei gravi impedimenti al dialogo democratico, accennavo di passaggio che l’atteggiamento opposto al fondamentalismo, cioè lo scetticismo, costituisce un impedimento altrettanto grave.
	L’atteggiamento scettico è oggi largamente diffuso nella società italiana e ancor più tra coloro che concorrono a formare l’opinione pubblica e tra coloro che hanno diretta responsabilità nella legiferazione e nella gestione della cosa pubblica. Con la fine delle ideologie, il campo è aperto ad un atteggiamento di distacco disincantato nei confronti di qualunque convinzione e ideale. Questa posizione generalmente scettica si presenta talvolta con l’apparenza dell’apertura mentale e della tolleranza verso ogni punto di vista, ma, nei fatti, realizza invece lo svuotamento di ogni convinzione e di ogni ispirazione ideale. Tuttavia senza prospettive ed obiettivi ideali una società non può essere orientata a nulla e il dibattito democratico, invece di essere promosso in un clima di pluralismo, è reso totalmente vano in un clima di indifferentismo.
	La dimensione politica della società e del governo di essa scade in una ben più pragmatica dimensione economica, nella quale ogni questione ed ogni problema è affrontato mediante l’unica categoria dell’ “utile”. Evitare i significati etici, politici, morali, religiosi, ecc. di una questione e affrontarla unicamente dal punto di vista dell’utilità, significa innanzitutto lasciarsi determinare nelle soluzioni dal criterio del compiacimento dell’opinione pubblica e del grado di popolarità che una certa soluzione procura a chi la propone. In ciò consiste l’utile immediato del proponente politico o dell’opinionista mediatico, tanto più facilmente perseguibile nell’attuale situazione di estrema manipolabilità dell’opinione pubblica stessa. Vi è poi l’utile immediato della società stessa, la quale perciò è indotta a scegliere soluzioni vantaggiose a breve termine, cioè per gli effetti che hanno su chi le prende, trascurando la responsabilità nei confronti dei membri della società negli anni futuri (i giovani) o nelle generazioni future. Il predominio di questi criteri impedisce oggettivamente un serio dibattito democratico e pluralistico, pur permettendo e anzi talvolta paradossalmente promuovendo un grande brusio di chiacchiera intorno all’argomento.
	Il vizio più grave di tale scetticismo ed indifferentismo rispetto ai valori e agli ideali è però ancora un altro. In una tale diffusa atmosfera, qualunque posizione esprima convinzioni ideali o valori è implicitamente, o anche esplicitamente, considerata fuori luogo, ingenua, anacronistica, e come tale ignorata. Se poi i sostenitori di tale posizione insistono nell’affermarla e nel proporla, il comune senso del pudore scettico non esita a tacciarli di violenza, volontà di prevaricazione, mancanza di senso democratico. In realtà, invece, proprio l’indifferentismo ideale si trasforma regolarmente in prevaricazione, poiché là dove si è abbandonata ogni ricerca impegnata di cosa sia giusto e cosa no, in una mera gestione utilitaristica delle questioni pubbliche, inevitabilmente si finisce per riconoscere come giusta semplicemente la volontà del più forte.
	Credo sia sempre istruttivo, a questo proposito, andare a rileggersi alcune pagine del I Libro della Repubblica di Platone, dalle quali risulta chiaro che proprio la posizione dello scettico e del pragmatico, Trasimaco, è l’unico, potente e prepotente elemento perturbatore di un autentico dialogo aperto e pluralistico, tra personaggi (Socrate e gli altri interlocutori) che conducono un’onesta ricerca comune sulla giustizia, a partire dalle opinioni di ciascuno, avanzate, non come dogmi assoluti, ma come ipotesi per una ricerca, nella quale assoluto è solo il desiderio di giungere alla verità: “Trasimaco, mentre noi due parlavamo, aveva tentato molte volte di prendere la parola contro di noi, ma era stato trattenuto da coloro che gli sedevano vicini, i quali volevano ascoltare la discussione fino alla fine. Quando ci fu questa pausa e io pronunciai le ultime parole, non poté più trattenersi, e, raggomitolatosi come una fiera, si diresse verso di noi quasi volesse sbranarci” (Platone, Repubblica, 336 b).
 
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 SCHIBBOLETH
 
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