La logica del 
fondamentalismo




di Adriano Fabris






1. Molto di rado, ce lo insegna la storia, il rapporto fra le religioni è stato vissuto all’insegna della disponibilità reciproca e della tolleranza. Ciò vale, nelle tradizioni culturali a noi più vicine, anche e soprattutto per le tre religioni che congiuntamente si richiamano alla figura del «padre Abramo» e che condividono il riferimento alla Bibbia come libro sacro: com’è noto, ebraismo, cristianesimo e islam. Come mostra anzi fin troppo l’esperienza del presente, proprio il richiamo a una particolare fede religiosa e l’appartenenza, fortemente rivendicata, a una specifica comunità sono elementi che spingono non già alla collaborazione in vista del miglioramento reciproco, bensì al conflitto con l’altro e alla sua esclusione.
	Eppure queste stesse religioni sono le stesse che predicano l’amore per il prossimo, che prescrivono il fattivo impegno per i deboli, che giungono a contemplare lo stesso sacrificio di sé a favore dell’altro uomo. E ciò viene compiuto a partire da un comune modo di rapportarsi a quel Dio, appunto, che tali comportamenti richiede: un modo che non solo si esplica nei vari riti e preghiere, ma che consente di sperimentare, mediante un ben preciso comportamento etico, la possibilità di coinvolgere in un unico legame di fratellanza anche gli altri uomini e, addirittura, il mondo stesso. Vi è dunque un evidente contrasto, e un’effettiva ambiguità, fra ciò che viene stabilito e predicato in seno all’ebraismo, al cristianesimo, all’islam, e ciò che abbiamo visto e vediamo compiersi nel nome di queste religioni. È un contrasto che si aggiunge, in un’ulteriore complicazione, a quello che già sussiste fra affermazioni di diverso segno presenti nei testi sacri a cui tali religioni si richiamano: affermazioni che, in alcuni casi – come s’è detto – indirizzano verso la pace, in altri possono invece essere usate per giustificare e promuovere nuovi conflitti. 
È necessario perciò approfondire una tale situazione. Bisogna anzitutto sottolineare, contro i fautori delle guerre di religione, che nell’ambito dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam è forte la spinta al rispetto, alla tolleranza, al dialogo. Se questa è l’opzione di fondo che, nei rapporti interumani, viene esplicitamente compiuta, per motivi religiosi oppure anche richiamandosi a valori laici, risulta in primo luogo urgente ricordare e ribadire questo fatto. Bisogna però nel contempo domandarsi il perché del conflitto che di fatto sorge ogniqualvolta si ha a che fare con mondi religiosi diversi: paradossalmente, lo ripeto, anche con quelli che sembrerebbero rigettare, nei loro atteggiamenti di fondo, ogni forma di violenza. Si tratta di un conflitto che può essere articolato a vari livelli: esso infatti si determina anzitutto fra le differenti confessioni religiose, può nascere inoltre fra chi opta per una scelta religiosa e chi invece assume un punto di vista laico, sovente scoppia, infine, anche fra coloro che, all’interno di una stessa religione, interpretano e applicano i suoi principî in modi diversi. Le cause di questa situazione vanno dunque indagate. Anche perché è proprio considerando questo retroterra di violenza che risulta possibile comprendere la logica che conduce a quell’esasperazione di elementi religiosi che è conosciuta con il nome di ‘fondamentalismo’. 
Allo stesso modo, però, non possiamo accontentarci di una tale ricostruzione. Dobbiamo anche indicare le vie d’uscita che consentono di evitare tali conflitti. Sono vie sperimentate già all’interno delle varie tradizioni religiose, da uomini di fede oppure da pensatori che comunque si richiamano agli insegnamenti e alle dottrine di una particolare confessione, sebbene molti di loro non si ritengano affatto vincolati alle sue formulazioni ufficiali. Due sono, in generale, le opzioni che si possono proporre e che richiamerò brevemente. Esse possono venir definite, rispettivamente, la via dell’Uno al di là del molteplice e la via della scoperta dell’Uno nel molteplice.

2. Riflettiamo allora, brevemente, sul perché l’opzione religiosa, ancora una volta intesa privilegiando le cosiddette «religioni del Libro», può essere promotrice, oltre che di unità e di pace, anche di separazione e di conflitti. Domandiamoci, in altre parole, perché il richiamo condiviso a un unico Dio, l’individuazione di una stessa modalità di salvezza – quella che ricerca un rapporto privilegiato con Lui, un rapporto che si attua mediante la fede e il rito, nonché assumendo un comportamento benevolo che da Dio è richiesto e a Dio è gradito –, la medesima istanza di verità che anima tutte queste azioni, e spinge a riflettere sul modo migliore di compierle, sono tutti elementi che risultano, nel contempo, causa di divisioni profonde. È necessario, in altre parole, comprendere davvero quell’ambiguità delle religioni alla quale si è fatto prima riferimento. 
Andando all’essenziale, una risposta a tali questioni è già contenuta nella semplice osservazione che, all’interno dei vari contesti religiosi, proprio gli aspetti comuni che abbiamo individuato vengono a essere concepiti e vissuti in modi diversi, e che ciascuno di questi modi è ritenuto essere l’unico legittimo e adeguato per ottenere la salvezza. Ciò significa che una via particolare, una specifica esperienza del divino, è assunta immediatamente come valida per tutti gli uomini, così da escludere tutte le altre e finendo per dimenticare, di fatto, la propria origine determinata. Implicitamente si ha a che fare con una serie di passaggi argomentativi che è bene esplicitare: 1) A una particolare prospettiva religiosa è riconosciuta fin da subito, immediatamente, una validità universale. Ogni fatica interpretativa viene in tal modo evitata; 2) Il porsi a un tale livello universale comporta subito, mediante l’applicazione di varie strategie confirmatorie, la messa fra parentesi di quella particolarità che era propria della posizione iniziale. È eliminato così il problema di raccordare vissuto storico e prospettiva sovrastorica, nella misura in cui quest’ultima risulta immediatamente appiattita su quello; 3) Di conseguenza, non si ha più a che fare con una prospettiva religiosa accanto ad altre, bensì con l’unica, vera religione; 4) È necessario allora stabilire e consolidare l’identità di questa religione, definendo ciò che in essa corrisponde alla retta dottrina e ciò che non vi corrisponde; 5) A partire da qui, il rapporto con chi non accetta quest’unica religione, con la sua ben definita identità e la retta dottrina che la contraddistingue, risulta soggetto all’alternativa fra l’assimilazione e la distruzione: cioè fra la possibilità di convincere e la volontà di combattere.
È qui, a ben vedere, la radice del fondamentalismo. Che si rivela, al di là delle pur valide spiegazioni di carattere storico o sociologico che possono essere addotte, un elemento insito nel modo in cui le tre religioni abramitiche concepiscono se stesse, una possibilità, cioè, una tentazione che risultano inscritte nella loro stessa autocomprensione. La logica del fondamentalismo, in altre parole, è quella che enfatizza gli elementi di esclusione sulla base della convinzione di rappresentare l’unico modo corretto e adeguato di interpretare i rapporti con Dio, con il mondo, con gli altri uomini. Non solo: a ben vedere un tale approccio caratterizza più in generale ogni posizione che identifica immediatamente particolare e universale, senza lasciare aperta una dimensione ulteriore. Ciò non solo su di un piano religioso: anche su di un versante, potremmo dire, «laico». Non ne mancano oggi gli esempi.

3. Che fare di fronte a una tale situazione? Certo, è possibile, e forse anche opportuno, porsi da un punto di vista, per dir così, «esterno» ai vari contendenti e magari tentare una composizione dei loro conflitti basata sulla convinzione di essere, almeno noi, ormai al di fuori da certe loro dinamiche. Ritorna utile, in questo caso, l’esercizio della riflessione critica, che consente, ad esempio, di approfondire ciò che il dogmatico o il fondamentalista da per scontato.
	Tuttavia il porsi al di fuori da una dimensione religiosa credendo di poter risolvere in tal modo le tensioni da cui essa può risultare caratterizzata non è una soluzione davvero efficace. Soprattutto oggi, vale a dire nell’epoca in cui le religioni sono davvero tornate ad essere motore della storia: autonomamente, senza aspettare permessi da nessuno. E non è possibile dunque imporre all’uomo religioso i modi in cui egli si deve comportare ponendosi al di fuori della sua specifica realtà. Bisogna invece vedere se, dall’interno delle singole confessioni religiose, sono già presenti modi efficaci di superare le tensioni e di attuare il dialogo.
	A questo scopo dev’essere ripensato il legame tra pretesa di universalità che è propria di ogni religione e radicamento nella particolarità da cui ciascuna è caratterizzata. Bisogna insomma, in altre parole tenere assieme l’unità del principio e la molteplicità che s’incarna nel reale e nella storia: senza con ciò negare che la molteplicità possa essere adeguata espressione dell’Uno e senza del pari dissolvere l’Uno nel gioco di specchi dei mille punti di vista relativi. Due sono soprattutto le soluzioni che, dall’interno delle religioni monoteistiche, sono state sperimentate: quelle che ho già chiamato la via dell’Uno al di là del molteplice e la via della scoperta dell’Uno nel molteplice. Consideriamole molto schematicamente.
Il primo è un itinerario più volte sperimentato nella storia del pensiero religioso. Esso consiste nel porre il Dio unico al di là dei sensi, della parola, della comprensione dell’uomo. L’Uno, qui, trascende i molti. E i molti tentano, invano, di rapportarsi ad esso. Si tratta di una concezione che, di solito, conduce a esiti mistici: a individuare cioè un percorso di progressivo distacco dal molteplice che possa favorire l’unione immediata con il divino. Essa ha tuttavia anche un ben preciso risvolto pratico per quanto riguarda il rapporto fra le religioni. Infatti, nella misura in cui risultano accomunate dal tentativo di onorare e lodare l’unico Dio, l’Uno al di là del molteplice, tutte le religioni finiscono per essere caratterizzate da una medesima intenzione. In quanto contraddistinte da parole e da rituali storicamente determinati, esse invece si differenziano l’una dall’altra. Le opinioni divergono, e inducono all’errore e al conflitto. Solo il tentativo di andare al di là di esse, e questo l’esperienza mistica può consentirlo, permette di attingere il vero.
La seconda possibilità è legata invece, per l’uomo religioso, non già all’intenzione di oltrepassare la realtà del mondo, bensì a vivere il mondo stesso come l’ambito in cui incontrare il divino. Il mondo, qui, viene colto nei suoi vari aspetti e in esso si agisce in modo tale da svelare il suo collegamento con il creatore, allo scopo di collaborare alla redenzione. In questo quadro, nel quale religione significa far esperienza dell’Uno che è nel molteplice, il rapporto fra le religioni è reso possibile dalla consapevolezza che l’unità piena risulta, in definitiva, qualcosa che dev’essere realizzato, e che questa realizzazione è vincolata alla retta intenzione dell’uomo. Nella prassi concreta, nel mondo. Andando fino in fondo lungo questa via, allora, l’appartenenza a una particolare confessione religiosa sembra davvero passare in secondo piano: decisivo è invece comprendere che si è amati da Dio non tanto per ciò che si fa, ma per quello che si è. E questo, al tempo stesso, comporta per l’uomo l’impegno ad agire allo stesso modo nei confronti delle altre creature.
Non si tratta di due posizioni alternative. A ben vedere, anzi, esse possono completarsi a vicenda. Seguendo queste vie la fede degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani, pur radicandosi certamente nella vita concreta di queste genti, non risulta più l’espressione di una prospettiva particolare che vuole imporsi al mondo con ogni mezzo, ma rimanda invece a quella pluralità di compiti che gli uomini, nelle loro inevitabili diversità, sono chiamati ad attuare. Il Dio che in tal modo si rivela può risultare davvero, in quest’ottica, un Dio condiviso. E pertanto la stessa riflessione su unità e molteplicità, su universale e particolare nelle religioni, diviene capace di aprirsi a quella dimensione autenticamente politica nella quale le persone di buona volontà, qualunque sia il loro credo, si trovano a operare.
 
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