Politica e 
innovazione



di Umberto Curi





Se la politica è l’ “arte” (nell’accezione pregnante del termine greco techne, o del suo equivalente latino ars) di risolvere i problemi che sono di fronte alla società, allora la politica in quanto tale ha sempre e comunque a che fare col “nuovo”. Ove si tratti, infatti, semplicemente di assicurare il funzionamento a regime di determinati meccanismi di gestione e controllo di questioni già risolte, non di politica si deve parlare, ma di amministrazione. D’altra parte, il riconoscimento dell’esistenza di una relazione intrinseca fra politica e innovazione non esclude che diverso possa essere il “grado” o, se si preferisce, il tasso di innovazione di una attività politica rispetto ad altre. Il “nuovo”, ad esempio, può essere limitato nel suo ambito di applicazione, o nella sua durata temporale – e quindi circoscritto e “debole” anche il rinnovamento apportato - ovvero può trattarsi di una novità capace di investire in maniera durevole ed estesa una pluralità di settori differenti. Benchè possa apparire confinata al solo terreno dei meccanismi elettorali, e alla scadenza ravvicinata della consultazione politica del 13 aprile, la scelta del Partito democratico di presentare proprie liste, al di fuori di alleanze precostituite, appartiene al novero delle innovazioni capaci di coinvolgere l’intero sistema politico, con conseguenze che vanno ben al di là dell’imminente appuntamento elettorale. Ci troviamo in presenza di una netta inversione di tendenza, rispetto all’orientamento seguito dalla sinistra ormai da molti anni a questa parte. Erano anni – forse addirittura decenni – che le diverse squadre messe in campo dalla sinistra erano incapaci di imporre il loro gioco, e andavano sistematicamente a rimorchio di quello dei competitori. Si giocava soltanto contro, per impedire che gli altri vincessero, o per limitare i danni della sconfitta; mai, o raramente, per affermare una visione alternativa del gioco. Prima contro la Democrazia Cristiana, poi contro Craxi, poi, da oltre 15 anni, contro Berlusconi. Inevitabile che, quando la sinistra accedeva al governo, la mancanza di una autonoma strategia politica, si traducesse in una presenza opaca e deludente, priva di smalto e di capacità di innovazione. Si contano sulle dita le eccezioni a questa cronica condizione di minorità: l’iniziativa del compromesso storico ( sebbene sia stata male interpretata e peggio realizzata); la decisione di cambiare nome al vecchio Partito comunista dando vita ad una nuova formazione politica; la battaglia per entrare in Europa, dal punto di vista monetario, ma anche politico. Quali che siano gli esiti elettorali che ne scaturiranno, non vi è dubbio che la mossa recente di Veltroni rompe con una tradizione di subalternità e pone le premesse concrete per una svolta attesa da decenni. Per comprendere la portata dell’innovazione che è stata realizzata, è sufficiente analizzare i mutamenti che essa ha già determinato e i presumibili ulteriori sviluppi che ne conseguiranno su tre piani distinti, anche se fra loro connessi: nel campo del centrosinistra, nel campo avverso e nel sistema politico-istituzionale. Anzitutto, si è in un colpo solo liquidato il vizio peggiore delle alleanze costruite nel corso degli ultimi quindici anni, vale a dire l’irresistibile tendenza a configurare aggregazioni eterogenee e confuse di forze tenute insieme esclusivamente dall’antiberlusconismo. La lunga esperienza compiuta sta a dimostrare che da questa autentica ossessione di pura interdizione il centrosinistra non sarebbe mai stato capace di venir fuori in maniera autonoma. A nulla, infatti, sono valsi i ripetuti appelli a costruire un progetto positivo, a definire una cultura di governo, e non di semplice opposizione, a guardare oltre il naso delle polemiche da cortile con Bondi o Schifani. Si sarebbe proseguito in eterno con una politica asfittica, priva di respiro progettuale, inchiodata a spiare le mosse del belzebù di Arcore, inetta a comprendere le esigenze e gli interessi reali della società italiana. Il persistere di questa drammatica subalternità aveva altresì fatto prosperare un ceto politico puramente parassitario, esperto nella denuncia parolaia delle nefandezze del Cavaliere, ma penosamente sprovveduto sul piano del governo dei processi reali. All’ombra della “resistenza” contro Berlusconi si era consolidato un atteggiamento generale di puro e semplice conservatorismo, fondato sulla pratica sistematica del gioco di “rimessa”, senza alcuna attitudine a stare al passo con i mutamenti culturali e politici della società italiana. Con la decisione di “correre da soli”, tutto ciò è stato spazzato via: da un lato, nella sua proiezione esterna, ora il PD è chiamato a dire con chiarezza cosa vuole e cosa propone, senza più nascondersi dietro il comodo paravento del Cavaliere (Veltroni ha addirittura deciso – e con piena ragione – di non nominarlo neppure durante la campagna elettorale). Dall’altro lato, nella dialettica interna fra le varie componenti del Partito, la gara non sarà più a chi è capace di spararle più grosse nella polemica contro il “nemico”, ma si giocherà finalmente sul piano dell’imprenditorialità politica, dell’attitudine a suggerire e guidare in positivo concreti processi di cambiamento. Insomma, con una mossa politica semplice e apparentemente banale (oltre che per certi aspetti temeraria), si è nei fatti attuata una riforma dell’identità e delle modalità di funzionamento del PD molto più incisiva e pervasiva di quella immaginata con tante fumose discussioni sulla “forma partito”.
Non meno significativi sono i mutamenti indotti anche nel campo dell’avversario politico. Neppure scalfito dalle velleitarie proteste dell’antiberlusconismo nell’arco di quindici anni, il centrodestra è rimasto invece letteralmente tramortito dall’iniziativa promossa da Veltroni, e ne sta tuttora pagando le conseguenze. Dopo aver a lungo vissuto della rendita di un centrosinistra votato alla subalternità, per la prima volta da molti anni a questa parte Berlusconi e Fini sono ora costretti a inseguire, pagando prezzi altissimi perfino sul piano dell’immagine e dell’appeal massmediologico. Sembra perfino impossibile, ma proprio nel momento in cui sembrava che non dovesse fare altro che attendere la copiosa raccolta di frutti resa possibile dalla disastrosa conclusione del governo Prodi, è invece proprio il Cavaliere ad essere ora in difficoltà. Confermando la regola che, in politica, vince chi è capace di assumere l’iniziativa, il PD è riuscito a convertire a suo vantaggio una situazione che in partenza sembrava semplicemente disperata, quale era quella di affrontare il giudizio degli elettori avendo alle spalle 20 mesi di governo di puro autolesionismo. Rovesciando quanto ci si sarebbe aspettato, a dettare l’andamento, l’agenda e perfino lo stile, della campagna elettorale, non sono Berlusconi o i suoi alleati, ma gli esponenti del Partito democratico. La scelta di sciogliere la Casa delle libertà, dando vita ad una lista unitaria, ad imitazione (per quanto sbiadita) di quella del PD, l’attenzione posta nell’evitare apparentamenti presumibilmente invisi all’elettorato, l’atteggiamento generale volto ad accreditare un’immagine di novità, testimoniano che la mossa di Veltroni ha fatto breccia, costringendo i competitori politici ad adattarsi al nuovo scenario. Vera innovazione politica è quella che riesce a introdurre mutamenti non solo nel proprio campo, ma anche in quello avverso.
Infine, a conferma della forte carica di rinnovamento insita nella recente svolta del Partito democratico, la novità ha investito anche il sistema politico-istituzionale nel suo complesso. Dopo mesi di dispute inconcludenti, dopo noiosissime elucubrazioni letteralmente di “massimi sistemi” elettorali, con una decisione unilaterale, non assoggettata alla defatigante e sterile mediazione con i microinteressi corporati di una infinità di soggetti, decidendo di “correre da solo” Veltroni ha di fatto realizzato non solo una profonda riforma elettorale, ma ha altresì posto le premesse per una modificazione duratura dei meccanismi istituzionali. La prossima consultazione politica segnerà infatti il passaggio da un sistema bipolare – caratterizzato, come si è ampiamente dimostrato, da un alto tasso di inefficienza e da una inarrestabile tendenza all’entropia – ad un sistema di pluralismo partitico, nel quale almeno tendenzialmente le forze politiche si ridurranno a 5 o al massimo 6 partiti, non rigidamente ancorati a una concezione topologica del conflitto politico. In altre parole, mentre da un lato è già acquisita una netta inversione di rotta, rispetto al processo di proliferazione partitica, recentemente giunto a limiti di vera e propria patologia, è possibile fin d’ora prefigurare un sistema che, a regime, funzioni con due forze politiche potenzialmente maggioritarie e alcune altre forze non marginali quanto a consistenza elettorale, con le quali si potranno realizzare alleanze su base programmatica, anziché perché spinti dalla necessità di contrastare l’avversario politico. Come effetto di sistema, tutto ciò aprirà la strada ad una forte ripresa dell’imprenditorialità politica, di una competizione giocata sul merito delle proposte, all’interno dei singoli partiti e nelle loro reciproche relazioni, contrastando, se non proprio cancellando, l’inclinazione alla pura rendita parassitaria.
Ovviamente, ciò di cui si parla ha le caratteristiche di un processo, colto allo stato nascente, e non di una trasformazione che si sia già compiuta in ogni aspetto. Ma resta fra tutti assodato un elemento di grande importanza, vale a dire una ripresa di protagonismo e di iniziativa politica attesa vanamente da molti anni. Si potrebbe solo aggiungere – ma qui, anziché concludere il ragionamento occorrerebbe cominciarlo pressochè ex novo – che affinchè gli indiscutibili segnali di novità si traducano in autentica innovazione politica, è necessario che il lavoro avviato sia alimentato costantemente da una elaborazione teorica e culturale di alto livello, all’altezza degli obbiettivi indicati. Per gli intellettuali (qualunque cosa voglia dire questo termine), non si tratta certamente di “suonare il piffero per la rivoluzione”. Ma di trovare le forme più incisive per affiatarsi ad un reale esigenza di cambiamento.
 
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