Cronache 
dal Nordest



di Umberto Curi





1. Per iniziativa di alcuni esponenti politici della Lega Nord (alcuni consiglieri comunali, in particolare), a Padova, sul luogo nel quale sarebbe dovuta sorgere una moschea è stato portato a spasso un maiale, in modo da “profanare” quella parte di territorio e renderla dunque incompatibile con le regole del culto islamico. Di fronte ad una simile prodezza, sono doverose alcune considerazioni che vadano oltre la semplice, ancorchè necessaria, denuncia di tipo morale. Difatti, non si tratta di condividere o meno il significato politico o le finalità dell’iniziativa. Si può essere di destra, si può essere duramente  contrari all’immigrazione, si può arrivare a propugnare una nuova crociata contro l’Islam, senza tuttavia giungere a manifestazioni così degradanti, senza necessariamente dar prova della rozzezza e dell’inciviltà emerse in questa circostanza. Sembra una maledizione: il Veneto appare destinato a far parlare di sé, almeno sul piano degli avvenimenti politici, esclusivamente come esempio di un avvilente primitivismo culturale. Come per l’assalto al campanile di San Marco di qualche anno fa, come per la campagna contro gli omosessuali lanciata la scorsa estate dal vicesindaco di Treviso, con lo slogan aberrante “pulizia etnica dei culattoni”, come per le multe inflitte ai bambini che mangiano panini sulle scale di qualche monumento veronese. Ci mancava solo il maiale. Ad andare in giro per l’Italia, declinando la propria appartenenza a questa regione, c’è il rischio di essere guardati come trogloditi, incapaci di capire la differenza fra lo stile, i mezzi e le forme della politica come civilizzazione dei conflitti, e lo sbracamento plebeo da tumulto dei ciompi. Se non si fosse travolti dal succedersi di tanti avvenimenti, e non si fosse accecati da quelli che sembrano, e spesso non sono,  problemi più importanti, vi sarebbe molto da riflettere sulla periodica risorgenza di comportamenti di questo genere. Vi sarebbe soprattutto da meditare – anche se può sembrare blasfemo affermarlo – sulla consanguineità fra questi episodi e un’altra costante della storia politica di questa regione, vale a dire il riaffiorare della lotta armata. Si tratta, ovviamente, di fenomeni diversi, anche dal punto di vista della loro specifica “qualità”  umana e culturale. Eppure hanno in comune un punto decisivo: il rifiuto sempre e comunque del livello propriamente politico, il collocarsi “prima” o “dopo” la politica, come manifestazioni prepolitiche o postpolitiche, comunque irriducibili al piano di una competizione disciplinata e civile, quale è o dovrebbe essere la politica. Come se il Veneto fosse ostinatamente refrattario a compiere un passo decisivo, quello che conduce fuori dallo stato di natura, nel quale è la guerra di tutti contro tutti nelle forme più barbare e violente, per accedere una volta per tutte al piano del confronto pacifico fra soggetti politici.  Sebbene diverse, e non solo dal punto di vista della gravità dei fatti accaduti, siano le manifestazioni, il grembo che alimenta la periodica risorgenza dell’eversione violenta, e il ribellismo antistatuale di ispirazione “venetista” è lo stesso. L’incapacità di “tradurre” l’iniziativa – fosse anche una durissima polemica – sul piano politico. Il rifiuto pregiudiziale dello stato e delle istituzioni. Un primitivismo culturale che inchioda sul piano dello stato di natura attività e movimenti che non riescono a guadagnare il livello della politica.


2. Intervistato nel corso della trasmissione televisiva “Porta a porta”, dedicata alla questione della sicurezza e delle espulsioni, Flavio Tosi, il sindaco leghista di Verona, ha veramente superato se stesso. Non che in precedenza non si fosse già illustrato per alcune sortite, diciamo così, quanto meno stravaganti. Ma la tesi sostenuta in quell’occasione segna una svolta perfino rispetto alle posizioni più oltranziste propugnate dai seguaci del Carroccio. Come è noto, la proposta è infatti quella di espellere dal nostro paese i cittadini, anche comunitari, non già dopo che abbiano commesso dei crimini, ma in via preventiva, nel caso che essi non abbiano casa e lavoro. In altre parole, qualunque individuo, pur appartenente all’area Schengen, il quale si trovi in Italia privo di un’occupazione e di una dimora stabile dovrebbe essere rispedito coercitivamente là da dove è venuto, anche se non ha compiuto alcun reato. Il che equivale a dire – al di là di ogni perifrasi – che l’essere poveri e bisognosi costituisce di per sé non una ragione per chiedere e ottenere aiuto, ma  un delitto, per evitare il quale si esige di intervenire in via preventiva. Come era ovvio prevedere, nel giro di pochissimi giorni, cavalcando l’ondata della emotività suscitata dal barbaro assassinio di Roma, si è giunti molto oltre quanto aveva già paventato Stefano Rodotà, in un articolo pubblicato sul quotidiano “Repubblica”. Commentando il decreto sulla sicurezza varato dal Consiglio dei ministri, il giurista aveva sottolineato che esso infrangeva un principio basilare del diritto, quale è quello della responsabilità personale, nel momento in cui minacciava sanzioni per un’intera comunità, nel caso specifico per quella romena. Assecondando la proposta di Tosi si andrebbe molto al di là: la condizione di indigenza in quanto tale finirebbe per essere considerata un reato che occorrerebbe contrastare con provvedimenti preventivi. Inutile aggiungere che, una volta accolto questo aberrante principio, verrebbe meno gradualmente ogni possibilità di distinguere fra i poveri, nel senso che chiunque sia senza casa e senza lavoro, anche un cittadino francese o perfino un cittadino italiano, dovrebbe a rigore essere espulso, onde evitare che egli commetta qualche crimine. Siamo ormai prossimi al delirio. O, se non altro, al capovolgimento delle funzioni di uno stato di diritto. Anziché promuovere politiche di aiuto nei confronti dei ceti più svantaggiati, e mettere in campo interventi che puntino alla riduzione delle disuguaglianze economiche, nella prospettiva di un miglioramento della coesione sociale – unico vero antidoto preventivo alla diffusione dei crimini – ciò che si chiede è una sorta di “pulizia etnica” non nei confronti di questa o quella etnia, ma nei confronti della povertà in quanto tale. Il presupposto implicito in una prospettiva di questo genere è che abbiano diritto a restare in Italia soltanto i cittadini agiati, ai quali non soltanto è necessario garantire la sicurezza (e va bene), ma anche la possibilità di non essere disturbati dalla presenza di quei diseredati che si affollano ai margini del lusso di tante città italiane. Nel varco aperto da provvedimenti assunti sulla spinta di un’emergenza sempre meno controllata, col pretesto di evitare la perpetrazione di reati, si potrebbe giungere a fissare livelli di reddito minimo, al di sotto dei quali i cittadini potrebbero essere “preventivamente” espulsi dal nostro territorio. Uno scenario da far impallidire quelli descritti nel romanzo di Orwell. Un pervertimento radicale delle basi stesse su cui dovrebbe poggiare uno stato di diritto. Certo, la situazione è grave e delicata. L’allarme sociale, anche se forse artificialmente alimentato, è innegabile. Va certamente imposto, anche con severe  misure repressive, il rispetto della legalità, da parte di tutti – magari anche a cominciare dagli stessi politici che siedono in Parlamento. Nessuna tolleranza del crimine può essere ammessa. Ma dimenticare che il compito primario della politica è agire per rimuovere le cause delle disuguaglianze sociali e per cercare di garantire a tutti, se non la felicità, almeno alcuni diritti elementari, vuol dire abdicare alle proprie responsabilità di essere umano, prima ancora che di politico o amministratore.


3. L’ormai celebre ordinanza con la quale il sindaco leghista di Cittadella, popoloso e ricco comune della provincia di Padova, ha stabilito di negare la cittadinanza a coloro che non possano dimostrare di godere di un reddito superiore ai cinquemila euro, rappresenta la conseguenza inevitabile della “logica” soggiacente alle posizioni assunte dal sindaco di Verona e da altri amministratori del centrodestra. Sia pure in maniera del tutto distorta, alla base di quel provvedimento – tempestivamente imitato e condiviso da molti altri sindaci leghisti –  vi è un dato di per sé innegabile e anzi suscettibile di essere assunto quale punto di riferimento. E cioè il riconoscimento,  più o meno esplicito, del fatto che il grembo da cui vengono gran parte dei reati commessi , soprattutto quelli abitualmente etichettati come “microcriminalità”, è la condizione di estrema indigenza di coloro che li commettono – spesso immigrati costretti ad uno stato di clandestinità, senza casa e senza lavoro. Questo riconoscimento, peraltro ovvio, è importante per impostare il problema della sicurezza su un piano diverso dall’isteria collettiva che ha pervaso, in modi diversi, tutti gli schieramenti politici nel corso delle ultime settimane. Da un lato il centrodestra, proiettato ad affrontare l’emergenza privilegiando l’inasprimento di tutte le misure repressive, fino a far balenare la possibilità di espulsioni di massa. Dall’altro – occorre riconoscerlo - il centrosinistra, palesemente a disagio nel misurarsi con una questione culturalmente e politicamente lontana dal proprio codice genetico. Viceversa, se si sceglie l’approccio proposto in precedenza, e dunque se si individua nella povertà la causa di fondo dalla quale provengono le diverse forme di minaccia alla sicurezza dei cittadini, è possibile far progredire il ragionamento su un piano abitualmente del tutto trascurato. In altre parole, si apre la possibilità di riconoscere che l’unico vero antidoto – sul piano della prevenzione – alla diffusione della criminalità, piccola o grande, è l’aumento della coesione sociale. Questo obbiettivo, a sua volta, è raggiungibile solo a patto di ridurre gli abissi di disuguaglianza che persistono anche nel nostro paese, e che relegano in condizioni di autentica miseria centinaia di migliaia di esseri umani. Non si tratta affatto – è bene sottolinearlo – di un discorso genericamente “buonista”. Esattamente al contrario, sul piano del più crudo realismo dovrebbe essere chiaro che non si potrà mai illudersi di aver garantito la sicurezza dei cittadini, fino a che ai margini delle nostre città, spesso opulente, premeranno masse di diseredati privi di tutto, e dunque inevitabilmente pronti a tutto. Una volta che si sia individuato il vero nemico da sconfiggere, se si vuole conseguire l’obbiettivo di una sicurezza non effimera, il ragionamento si sposta sulle modalità più adeguate per affrontarlo. Qui le linee divergono: a sentire i sindaci della Lega,  il modo migliore per eliminare la povertà, e la sua potenziale carica criminogena, è eliminare i poveri, magari appunto accompagnandoli alla frontiera del nostro ricco e fortunato paese. Del tutto diversa è, invece, l’idea secondo cui la maniera più incisiva almeno per ridurre, se non eliminare, la povertà , e con essa per accrescere la sicurezza dei cittadini, è sviluppare una pluralità di politiche volte, in vari modi, ad attaccare il fenomeno della povertà in quanto tale, cancellando le condizioni che generano la disperazione sociale e dunque anche il crimine. Non si tratta affatto – giova ribadirlo – del confronto fra una linea “intransigente”  e una linea “permissiva”,  ma del confronto fra strategie che vanno valutate del tutto realisticamente, in rapporto alle possibilità di conseguire gli obbiettivi desiderati. L’auspicio è che, invece di continuare ad usare in maniera spudoratamente strumentale, da destra e da sinistra, l’attuale emergenza, vi sia l’impegno a misurarsi apertamente col merito delle questioni qui proposte.
 
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