Un’estate veltroniana
 
 
 
di Claudia Baracchi
 
 
 
 
 
Invio a Schibboleth un messaggio telegrafico per condividere, pur senza elaborarle, alcune considerazioni sulle proposte di Walter Veltroni in questa estate che volge ormai alla fine. È stata invero un’estate segnata nel suo inizio e poi scandita (seppur con il ritmo lento che le si addice) da sue apparizioni e messaggi. Per limitarci ai momenti principali: l’annuncio della propria candidatura a guida del partito democratico a venire (Torino, 27 giugno), l’intervento sul Corriere della Sera quasi un mese dopo (“La democrazia italiana è malata. Ecco le dieci riforme per cambiare,” 24 luglio), le due interviste seguite al silenzio d’agosto, rilasciate entrambe domenica 2 settembre (alla Festa dell’Unità di Modena e a quella nazionale di Bologna) e volte a inaugurare la campagna vera e propria per le primarie. Durante le ferie augustee è uscito inoltre il libro-manifesto che raccoglie la sua visione della politica bella: La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi.
Veltroni mi piace, trovo che sia una presenza insolita, portatrice allo stesso tempo di una sana, perfino aggraziata pacatezza e di audacia nella visione politica (la politica “lieve” ma non per questo meno “ambiziosa” e visionaria). E non importa se provenga da una storia istituzionalmente lineare e allineata. Come abbiamo ampiamente avuto modo di vedere in questi ultimi anni, la freschezza in politica non è necessariamente (invero non è quasi mai) frutto di una improvvisa discesa in campo, da parte di chi vanta la propria estraneità all’impegno verso la polis e ne travolge ogni regola. Di Veltroni mi piace l’invito al superamento del narcisismo identitario (individuale come pure di partito), il suo appello a differenti culture del Novecento affinché possano insieme evolvere oltre se stesse e affrontare circostanze inedite: la sua capacità di dire “noi,” di azzardare sintesi sperimentali invece che operare scissioni in base a differenze di dubbio conto, mi sembra un tratto autenticamente terapeutico—specialmente rispetto alla mitologia, alla vera e propria ideologia dell’individuo-monade oggi imperante e in tutto funzionale alle strategie di mercato. (Poiché di ideologia si tratta, sebbene ci sentiamo da tempo dire che questa sarebbe l’epoca del tramonto di tutte le ideologie. Ma il dominio dell’individualismo rampante—che non conosce comunità né appartenenza e che, insulare, non può che opporsi allo stato e viverlo come indebita ingerenza—non è meno ferreo e pervasivo per il solo fatto di essere privo di manifesti programmatici. Come insegna Zygmunt Bauman, è questa l’ideologia per cui, così come nel Grande Fratello in TV, per definizione non si può vincere insieme.)
Più di ogni altra cosa apprezzo in Veltroni la disponibilità a sognare, a coltivare ciò che non è (ancora), che non ha (ancora) luogo, interrogando l’impossible. Cosa apparentemente scandalosa, di questi tempi, se è vero che di routine viene accolta con cinismo, come se il disincanto fosse il segno di intelligenza superiore. Eppure, come anche Barack Obama si trova spesso a ricordare, la storia non è solo infinita ripetizione dello stesso, ma anche inverarsi di sviluppi senza precedenti, fino a un dato momento inauditi, impensabili, e pertanto ritenuti impossibili.
Il perseguimento dell’immaginare altrimenti non è indice di ingenuità fanciullesca, né, come si sente dire, di ottimismo. Le stesse categorie di ottimismo e pessimismo sono qui irrilevanti. Si tratta piuttosto di abbracciare una certa visione antropologica, una fede nella potenzialità umana sempre ancora in divenire: riconoscere che l’essere umano può crescere, operare grandi trasformazioni in sé e nel mondo, che non è il risultato ultimo e già compiuto della storia. La storia insomma non è finita, con buona pace di annunci anche recenti.
Si tratta quindi di un invito all’impegno, di un appello alla responsabilità come consapevolezza di sé, della differenza che si può e si deve fare, del contenuto di cui si è portatori, mai isolati dagli altri: consapevolezza che nulla, nessuno è indifferente, insignificante per l’insieme, e che ognuno è responsabile per la traccia che lascia di sé, per il profumo che spande intorno a sé al suo passaggio. Rispetto alla questione del bene comune (a ciò che di sé si secerne nel mondo), dipende da ognuno come rispondere: se aderire, lasciarsi assorbire nella nobiltà del progetto, o se invece resistere, negare, spregiare. Ma rispondere è ineluttabile, e nessuno può farlo al posto di un altro, nessuno è esonerato da questo dovere.  (In fondo anche l’attualmente vexata quaestio della legalità può essere inquadrata non tanto in termini repressivi, ma con riferimento alla responsabilità e alla responsabilizzazione. Ci si trova sempre non solo a chiedere ma anche a dover rispondere, di fronte all’altro e per l’altro.)
Ma ci sono alcune domande che mi si impongono in certi snodi dei discorsi veltroniani. Per essere breve, soprattutto intorno a temi economici. Questo può ben essere un campo nel quale Veltroni non si muove con il massimo agio, un tema che non possiede quanto ne possiede altri. Eppure mi chiedo perché, a monte di elaborazioni tecniche ed esperte di questi problemi, il suo linguaggio non dia indizio di una prospettiva sostanzialmente nuova e rimanga vago, forse anche accomodante. Mi ha stupito il tenore delle sue risposte in merito, durante l’intervista a Bologna. Le chiavi di volta del suo approccio sono state: incrementare il Pil, migliorare le condizioni degli italiani in quanto consumatori, sviluppare le infrastrutture. Ma quando si comincerà a dar voce al sospetto, sempre più inquietante, che aumentare il prodotto interno lordo non sia il vero obiettivo che dobbiamo porci a questo punto? Che un’economia basata sulla produzione di bisogni sempre nuovi e della sempre più effimera soddisfazione di questi non può che proiettarsi verso la propria autodistruzione? Perché parlare ancora di cittadini come consumatori, quando è sempre più chiaro che il consumo non rende felici? Perché non parlare, invece, di qualità della vita, del tempo di cui abbiamo bisogno per essere, poiché noi siamo tempo?
Mi ha anche sopreso, in quella breve discussione sull’economia, che Veltroni non abbia fatto riferimento alla questione ecologica: eppure, sebbene per accenno, ne La nuova stagione menzionava, assieme al bisogno di una “riconversione ambientale,” il potenziale economico di questa. E allora perché, a Bologna, parlare semplicemente di infrastrutture, senza ricordare la mala gestione di quelle esistenti, nonché i disastri del costruire eccessivo e privo di costrutto? Perché non sottolineare l’importanza di recuperare e risanare un territorio esiguo come il nostro, già enormemente depauperato e devastato per ignoranza, insensibilità e furberia?
E infine: quando ci si porrà pubblicamente la domanda sullo scandalo di un’economia che, per mantenere e riprodurre il privilegio di pochi, richiede il sostegno sistemico e sistematico di guerre (sempre più esportate) contro i molti (l’umanità non occidentale)? Che visione delle relazioni internazionali e della politica estera propone Veltroni? È pronto a dire, per quanto scomodo, che è ipocrita auspicare la pace nel mondo senza essere disposti a cambiare la nostra vita (nei modi, nello stile)? Nel suo Terrorismo e guerra infinita Umberto Curi sostiene che, “se l’Occidente vuole la pace, deve digiunare.” Cosa ne pensa Veltroni, alla fine di questa stagione e all’inizio della nuova?
 
 
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 SCHIBBOLETH
 
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