La difficile prova del progetto “nazionale”.
 
 
 
 
di Alfredo Reichlin*
 
 
 
 
 
 

Se misuriamo bene la novità e la grandezza dei problemi che incombono sulla ripresa politica autunnale, c’è nella situazione del Partito democratico qualcosa di paradossale. Da un lato, insieme a segni di vitalità e di ripresa, permane un senso diffuso di sfiducia e si succedono manifestazioni di rivalità personali veramente insopportabili. Sembra che tutti si credano Napoleone. Dall’altro lato però, le prospettive, ma direi di più: la ragion d’essere, la funzione politica nella vicenda nazionale di un nuovo soggetto politico come abbiamo cercato di definirlo (anche in un programma fondamentale del quale però si è persa traccia) a me sembrano più che mai aperte.
Perché la distanza tra il dire e il fare è così grande? So che la risposta non è semplice. Ma dirò una cosa che può sembrare (ed è) troppo vaga, ma che prego di non confondere col populismo. Penso che noi in questi anni ci siamo distaccati non dalla cosiddetta opinione pubblica, ma dal popolo italiano. Il quale non è una somma di individui, ma una soggettività in continuo divenire. Noi non siamo riusciti a leggere lo straordinario travaglio di questo popolo italiano. Ecco la verità. Se ripensiamo a questi anni alla luce della vittoria della destra davvero non si capisce come un riformismo dall’alto, tecnocratico, appunto «senza popolo», poteva fornire una guida a quella sorta di ‘riformismo reale’, spontaneo e perverso ma profondo, che consisteva nella risposta difensiva e selvaggia che Nord e Sud, operai e commercianti, imprenditori esposti alla concorrenza mondiale e roditori delle risorse pubbliche davano, ciascuno a suo modo, a uno straordinario processo di trasformazione dell’economia mondiale e degli assetti politici dell’Europa e del mondo che ci investiva in pieno. Ma ancora oggi: dov’è la guida? Se la politica non si colloca a questo livello io credo che continueremo a giocare di rimessa e temo che l’attuale confronto tra noi (che è importante e al quale partecipo) non vedrà né vincitori né vinti. È dal basso che bisognerebbe ripartire, dallo sforzo di fronteggiare la scissione sempre più profonda tra dirigenti e diretti (anche nel nostro popolo) tra i territori e soprattutto (mi pare che solo la Chiesa se ne sia resa conto) della vera e propria cesura che si è creata tra le generazioni. D’altra parte per quale ragione si fonda un partito nuovo? Solo per conquistare il premio di maggioranza e tornare al governo? Io credo che siamo entrati in una fase nuova, nel senso che non sarà facile tornare al governo se non alziamo la posta del gioco. Non dice nulla il fatto che i democratici americani propongono un uomo di colore alla presidenza del Paese più potente del mondo?
Certi dibattiti estivi mi sono apparsi fuorvianti. Si è discusso sulla «scomparsa dell’opinione pubblica» (il solito cinismo e opportunismo degli italiani? La loro solita mancanza di senso dello Stato?) mentre in realtà era la classe dirigente che bisticciava intorno ai temi imposti da Berlusconi, ma non aveva nulla da dire di fronte al fatto che l’inevitabile avvio del federalismo rimette in discussione, in un Paese come il nostro, tutto. Tutto, cioè l’insieme delle strutture profonde dello Stato: dal rapporto tra i poteri alla funzione della scuola pubblica, al destino del Mezzogiorno. La stessa figura storica, culturale ed etica dell’Italia quale si era configurata dopo Porta Pia e poi ridefinita dopo il fascismo come repubblica democratica. Sbaglierò, ma io vivo così questo passaggio. Se non ora, quando il Partito democratico si deciderà ad alzare il tono del suo discorso e a mettere sul tavolo tutta la sua ambizione? 
Si è creato un vuoto anche morale ma soprattutto di guida in conseguenza soprattutto del fatto che il processo di internazionalizzazione che è in atto rende sempre più difficile il vecchio modo di stare insieme degli italiani. Siamo già arrivati al punto che medie statistiche non sono più applicabili a quelli che ormai sono due Paesi. Il Nord la cui ricchezza è giunta al livello massimo europeo (Amburgo e la regione parigina); il Mezzogiorno che arretra ed è già sotto il livello della Polonia e del Portogallo. Con in più la mafia e la camorra. Il federalismo diventa obbligatorio. Ma quale? Non si tratta evidentemente di un problema amministrativo, ma del cruciale dilemma tra costruire un nuovo Stato (federale ma unitario) oppure subire un processo di frammentazione della compagine nazionale.
Perciò il tema che mi assilla è il distacco della sinistra dal popolo. Che popolo di ‘italianieuropei’ si va formando? E noi come stiamo incidendo? Il tema è questo. Ricordiamoci che l’Italia moderna sarebbe incomprensibile se i padri del socialismo prima ancora di organizzarsi in un partito non avessero fatto quella predicazione intellettuale e morale e quella trasformazione delle plebi in comunità che sappiamo. È lì che sta il codice genetico del riformismo italiano, e quindi anche – io penso – del Partito democratico. Sta in quell’epoca tra Ottocento e Novecento quando nella Valle Padana, ma anche in vaste regioni del Centro e del Mezzogiorno, socialisti, cattolici e repubblicani produssero una critica radicale dello Stato sabaudo e dell’Italietta liberale. E non in astratto, ma organizzando le forze sociali emergenti e trasformando le menti. Può sembrare strano per un certo professionismo politico ma il realismo di quei movimenti, ciò che fondava la loro concretezza, stava nel fatto che la politica non si vergognava di produrre senso e visione del mondo, giacché il mondo anche allora viveva un grandioso mutamento e apriva grandi interrogativi. La politica non aveva paura di parlare del destino dell’umanità intera ma lo faceva – questo è il punto – organizzando le leghe e cercando la gente nelle stalle e nelle osterie. Il latino dei vescovi era traducibile nel volgare dei parroci. La politica vera, la sostanza della nostra storia, la forza della sinistra è stata questa: la formazione del popolo italiano. Senza di che noi non saremmo niente.
Ecco perché quando io cerco di capire le ragioni di uno smarrimento e di una sfiducia così grande, che non si spiega solo con la perdita dei voti ma con la sensazione di non avere più certezze, orgoglio, convinzioni, io mi chiedo se insieme alle grandi ragioni che derivano dal cambiamento epocale delle strutture del mondo non ci sia un fatto italiano molto grave. Il fatto che da alcuni anni sembra essere entrato in crisi (o perlomeno in una fase nuova molto travagliata dati i fenomeni di interdipendenza col mondo) quello che chiamerei il processo di sviluppo del popolo italiano. Dopotutto è per questa ragione che ho molto creduto nell’idea di una sinistra che esce dai suoi vecchi confini per dare vita a un nuovo grande partito «nazionale». E resto sempre più convinto del fatto che questa oggi è la base di un riformismo vero, che possa rappresentare una alternativa maggioritaria a una destra europea che è uno strano miscuglio di paure, di leghismo, di egoismi sociali e di posizioni neoprotezioniste. Gli italiani di oggi sono inconoscibili se non si parte dal fatto che essi, a cominciare dagli operai, stanno dentro le sfide, i pericoli ma anche le nuove occasioni di un sistema mondiale interdipendente. Ripensare la presenza degli italiani nel mondo è oggi il compito dei riformisti. Per affrontarlo dobbiamo impedire la divisione del Paese (perciò il Mezzogiorno è il problema principale) e contrastare questa sorta di «secessione delle élites» che sempre più si isolano dagli strati popolari più profondi. Basta vedere come la classe politica, anche a livello locale, si configura ormai come un notabilato dal quale, di fatto, gli strati del Paese che stanno in basso sono esclusi. Apparentemente la piazza mediatica è aperta a tutti. Di fatto, solo le classi in possesso di certi codici culturali sono in grado di servirsene come mezzo di partecipazione attiva alla vita politica. 
E così siamo arrivati al dunque. Il progetto del Pd adesso è alla prova. Una difficile prova perché non siamo di fronte a un problema amministrativo, da delegare ai sindaci e agli addetti ai lavori. Noi finiremo a rimorchio della Lega se non abbiamo una idea nostra su come sia possibile in uno Stato federale garantire lo stare insieme degli italiani. È una partita che riguarda la tenuta anche culturale e civile del Paese. E dobbiamo comunicarla questa idea non solo a Calderoli, ma al Paese, il quale deve ritrovare nel Partito democratico la speranza che c’è un futuro nel mondo nuovo per tutti gli italiani, del Nord come del Sud.
Ecco perché io davvero non capisco una disputa politologica del tutto astratta tra il «partito a vocazione maggioritaria» che starebbe in Largo Nazzareno e coloro che tramerebbero per un ritorno alle vecchie alleanze tra vecchi partiti. Ma che cos’è il partito a vocazione maggioritaria? È una formula magica? Al contrario, io penso che sia un contenuto. È la capacità di rispondere a problemi come quelli accennati. Non è il rifiuto delle alleanze, è la più larga delle alleanze, è una nuova idea nazionale ed europea. È la possibilità di mettere in campo una proposta federalista che non subisca una scissione silenziosa, ma fondi una nuova articolazione dell’unità nazionale in coerenza con un progetto di europeizzazione dell’Italia. Solo così lo sviluppo del Mezzogiorno può diventare realistico, in quanto diventi funzionale agli interessi del Nord come dell’Europa continentale. E ciò nella misura in cui nessun luogo come il Mezzogiorno sarebbe adatto a diventare la piattaforma mediterranea di una Europa che vuole parlare al mondo.
Si dirà che i problemi sono anche altri. Certo, anche. Ma diventa difficile difendere la centralità di una democrazia parlamentare se i deputati vengono nominati dall’alto e se la risposta al partito ‘leghista’ del Nord (che non è solo Bossi) diventa quella del partito che il governatore della Sicilia sta già creando e che consiste in una santa alleanza sicilianista, con relativa rimozione dei ritratti di Garibaldi. Altro che seminari sulla democrazia dei partiti e discussione sulle alleanze del Pd.
C’è un grande bisogno di pensare il Pd in una prospettiva più ampia. La missione del partito riformista è integrare tutti gli italiani in una Europa che parla al mondo in prima persona e accoglie i diversi. Forse non è abbastanza concreto quello che dico. Ma a volte di concretezza si può anche morire. 


* In collaborazione con la rivista “Argomenti Umani” diretta da 
Andrea Margheri
 
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