La laicità come
struttura permanente
della democrazia
 
 
di Elio Matassi
 
 
 
 
 
 
Scelgo come punto di riferimento una riflessione a tutto campo sull’im-prescindibilità del nesso laicità-democrazia, e su quali siano, all’interno di tali connessioni, le modalità che possano legittimare la costruzione del partito democratico.
Sul piano teorico ritengo che le acquisizioni più lucide siano quelle argomentate in un recente saggio di Massimo Cacciari, Produttività del conflitto. La democrazia del partito democratico (in Sul partito democratico. Opinioni a confronto, a cura di Roberto Racinaro, Guida, Napoli, 2007, pp. 13-26). Quando Cacciari si interroga sull’aggettivo ‘democratico’, che connota il nuovo partito e sull’idea di ‘democrazia’, che dovrà sostenerlo e permearlo, arriva alla conclusione seguente: “Nel dibattito spesso si parla di laicità, e su questo vorrei dire qualcosa. Democrazia ha senso per me soltanto se ha un luogo, un regime, un sistema in cui il conflitto tra i valori, lungi dall’essere demonizzato o dall’essere qualcosa che pretenderemmo superare riducendolo ad uno, è qualcosa che viene visto ed interpretato come alimento ed energia dello stesso sviluppo. E la politica è tanto grande, in quanto riesce a mettere nel motore della democrazia il conflitto di valori. Laicità è questo. Non è vuota tolleranza, non è vuota indifferenza. Laicità è passione per il conflitto di valori, interesse per il conflitto di valori, riconoscimento della sua necessità per lo sviluppo democratico. Il partito democratico non potrà perciò in nessun modo essere rappresentante di una scala di valori. Qui sta la sua tipicità, tutto il suo azzardo ed anche il  suo fascino. Proprio il fatto che stiamo pensando ad un partito che, in quanto democratico, cioè avendo quella idea di democrazia e dovendola interpretare, dovrà avere e custodire al suo interno come propria energia il conflitto dei valori. Questo è l’azzardo, il rischio ed il fascino dell’operazione” (pp. 13-14).
Un’idea di democrazia, dunque, che fa del conflitto il motore stesso del tessuto connettivo della democrazia – e questa è anche l’idea della laicità –, una democrazia che riesce a mantenere costante la sua fase ‘costituente’ e che si fa portatrice di una forma di sintesi, di uno sforzo di elaborazione teorico-intellettuale profondamente innovativo e creativo, alla ricerca di un’unità che non sarà più di vecchio stampo – una mera giustapposizione estrinseca – ma una unità ‘nella’ e ‘della’ molteplicità, una unità che sappia raccogliere fino in fondo la sfida della complessità delle società contemporanee. Una unità nella complessità di cui un certo personalismo cattolico dovrà fare sicuramente parte.
Quale progetto filosofico, quale ‘filosofia politica’ presume quest’idea di democrazia che riuscirebbe a mantenere ‘costante’ la sua fase costituente? Forse una filosofia politica che in maniera subdola minaccia nelle sue fondamenta la politica stessa, come sostiene, per esempio, Jacques Rancière nel suo recente, Il disaccordo, Meltemi, Roma, 2007. La politica, argomenta il filosofo francese, è un “oggetto scandaloso” e la filosofia politica, che “da qualche tempo va affermando il suo ritorno ed un rinnovato vigore” è “l’insieme di artifici di pensiero attraverso cui la filosofia cerca di farla finita con la politica”. Lo ‘scandalo’ che la filosofia cercherebbe di esorcizzare starebbe nel fatto che la politica è quell’attività “che ha, come logica propria, la logica del disaccordo”. L’idea di una democrazia che assorbe, sedimentandola dentro di sé, la struttura conflittuale della laicità, e, dunque, si regge sulla produttività della medesima appartiene alla prima o alla seconda delle opzioni evocate da Rancière? L’idea di una democrazia in perenne stato costituente rientra nel paradigma della anestetizzazione filosofica del politico o è piuttosto l’incarnazione di un nuovo modo  di porre il problema del “disaccordo?” Ritengo che si possa sposare con convinzione la seconda prospettiva; l’idea di democrazia che dovrà ispirare il partito democratico è un’idea che dovrà mirare alla complessità e non ad una sua semplificatoria  riduzione.
Sul piano politico la traduzione ottimale dell’idea della produttività del conflitto come motore stesso per la democraticità, insita nel partito democratico, è inscritta compiutamente nel progetto di Walter Veltroni, La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi, Milano, Rizzoli, 2007, dove ad un certo punto si può leggere: “Il partito democratico sarà un partito aperto, plurale, non ideologico e non identitario. Ma non per questo sarà un partito senza qualità. Né un partito che utilizza la prospettiva dell’‘oltre’ come un alibi per sfuggire alle responsabilità di declinare le proprie generalità culturali e politiche” (p. 30). Le due visioni, i due programmi, quelli di Massimo Cacciari e di Walter Veltroni sono complementari; quando si dice che, sul piano politico, il partito democratico dovrà rispecchiare la complessità, risultando aideologico e aidentitario, si afferma una verità: dopo la acquisita irreversibilità dei processi di secolarizzazione, viene meno la forma-partito, interpretata come forma integralisticamente chiusa.  Ovviamente un processo di questo tipo non dovrà avere come necessaria conseguenza la nascita di un partito “senza qualità”, nella icastica formula musiliana, scelta da Veltroni, ossia di un partito che rinuncerebbe pregiudizialmente ad una visione generale dello sviluppo, delle esigenze e della collocazione internazionale del proprio Paese. Il venir meno del partito-ideologia ossia di un partito che presume di avere in sé la chiave per descrivere e predire il futuro, il venir meno del partito-stato ossia di un partito che presume di poter rappresentare la totalità degli interessi in gioco, non comporterà affatto, come automatismo imprescindibile, l’assunzione immediata di una sorta di politique d’abord, ossia di una politica che abbia rinunciato pregiudizialmente a un progetto di fondo, risolvendosi semplicisticamente in programmi specifici commisurati a situazioni contingenti.
Il partito ‘aperto’, ‘plurale’, ‘non ideologico’ e ‘non identitario’ di cui parla Veltroni è quel partito che è riuscito ad interpretare fino in fondo l’idea della produttività del conflitto, l’idea, aggiungo, ‘laica’ della produttività del conflitto, sarà dunque un partito in costante oscillazione, dinamico e non statico, che avrà assorbito compiutamente quella “virtù del dubbio” di cui parla, in una recente intervista-saggio, Gustavo Zagrabelsky: un partito permeato di quella forma di “laicità postsecolare”, di cui parlano ancora lo stesso Zagrebelsky insieme a  J. Habermas, sulla base del nuovo ruolo che la religione è venuta ad assumere nella contemporaneità e che diventa decisivo anche per una rinnovata laicità.
La ‘democraticità’ del partito democratico dovrà essere in grado di raccogliere tutte queste sfide e di prepararsi in maniera adeguata alla lucida diagnosi prospettata da Aldo Schiavone in Storia e destino (Torino, Einaudi, 2007), dove si possono leggere i lineamenti per un umanesimo del terzo millennio.
In questo nuovo umanesimo prospettiva laica e religiosa possono, al limite, arrivare a coincidere. Quando ci si interroga nel libro della Genesi sull’affermazione, ripetuta due volte, che Dio ha creato l’uomo “a sua immagine, a sua somiglianza”, ha perfettamente ragione Schiavone, di interpretarla non come una condizione di partenza ma come una stazione d’arrivo in cui potrebbero incontrarsi il nostro destino (laicamente inteso) e la prospettiva religiosamente escatologica: “C’è un punto nel cammino in cui la cognizione finalmente acquisita della struttura storica del proprio destino incrocia la possibilità non vana ma razionale della speranza…” (p. 99).
Il partito democratico dovrà saper interpretare fino in fondo proprio questo “incrocio”.
 
 
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