In ricordo di Giovanni Pugliese Carratelli (Napoli 1911-Roma 2010)

 

di Arnaldo Marcone

Giovanni Pugliese Carratelli si è spento nella sua casa-biblioteca romana di via Denza, ai Parioli, il 12 febbraio del 2010 a poche settimane dal suo novantanovesimo compleanno (era nato a Napoli il 16 aprile 1911). Storico antico di professione, Pugliese Carratelli è stato un umanista nel senso più alto e pieno del termine per l’impegno da lui costantemente profuso nella diffusione e nella promozione della cultura a tutti i livelli. Profondamente legato al mondo classico fu sempre straordinariamente ricettivo, se non addirittura precorritore, dei fondamentali orientamenti scientifici del secolo scorso. Con lui la cultura italiana perde uno dei suoi più originali e significativi protagonisti. 

Nato a Napoli il 16 aprile 1911, da una famiglia di origini calabresi, Pugliese Carratelli, anche in virtù di una precocità fuori del comune (si laureò a vent'anni e già prima della laurea aveva pubblicato alcuni lavori), ha svolto un ruolo di primo piano nella vita scientifica italiana della seconda metà del '900. Il suo curriculum accademico, per quanto di primissimo piano, risulta inadeguato a dare un'idea della rilevanza della sua opera. Pugliese Carratelli ha insegnato Storia Greca e Romana nell’Università Statale di Pisa dal 1950 al 1954; Storia dell’Asia Anteriore antica e poi Storia Greca e Romana presso l’Università di Firenze, dal 1954 al 1964; Storia Greca all’Università di Roma “La Sapienza” fino al 1974, per concludere la sua attività di docente  come professore di Storia della storiografia greca alla Scuola Normale Superiore di Pisa, della quale è stato anche Direttore. Membro di prestigiose Accademie (dei Lincei, di Atene, della Pontaniana, della Colombaria), è stato presidente onorario dell'Istituto italiano per gli studi filosofici. 

I suoi campi di indagine hanno toccato ambiti molto diversi tra loro, quali le civiltà e le lingue orientali, il buddismo antico, la religione, la tradizione platonica e pitagorica in età rinascimentale oltre alla storia greca e romana. Ancora nel 2003 da Adelphi Pugliese pubblicò un libro sugli editti di Asoka, un re indiano dell'impero Maurya conosciuto per la tolleranza verso qualsiasi forma di pensiero e che regnò nel corso del III secolo a.C. su ampia parte del subcontinente indiano.

Decisivo per Pugliese fu sempre il  legame con Napoli nel cui ambiente culturale si era formato, nel  secondo quarto del '900, oltre che con Benedetto Croce, con intellettuali del calibro di Adolfo Omodeo, Vincenzo Arangio Ruiz, Emanuele Ciaceri, Raffaele Mattioli, Vittorio Macchioro. A Napoli poi è stata di decisiva importanza il legame con Gaetano Macchiaroli, un editore a sua volta promotore della cultura umanistica, con il quale fondò nel 1946 la rivista bimestrale di studi antichi «La Parola del Passato», destinata a diventare una delle più importanti del settore a livello internazionale.

Pugliese fu anche un coerente e convinto divulgatore di cultura, convinto com'era dell'importanza che questa dovesse raggiungere un ampio pubblico di fruitori. Diresse, tra l'altro, collane di rilievo scientifico come  “Antica Madre. Studi sull’Italia antica”, “Civitas Europea”, “Magna Graecia”, cui contribuì con numerosi e rilevanti contributi personali. Tra le sue iniziative merita di ricordare una delle ultime, la grande mostra veneziana del 1996 di Palazzo Grassi, “I Greci in Occidente” il cui titolo può valere come sintesi di una delle idee-guida della ricerca di Pugliese.   Partecipe degli interessi per le civiltà egee, nati in Italia con Domenico Comparetti, Paolo Orsi e Federico Halbherr, Pugliese ha dato un contributo fondamentale alla loro conoscenza con la pubblicazione e l’esegesi di testi in “Lineare A” - i documenti scritti più antichi di Creta e del continente greco - e, in particolare, con l’interpretazione dei testi micenei decifrati nel 1952 da Michael Ventris. Una selezione dei suoi scritti più significativi sull'argomento si può trovare nel volume, pubblicato da Il Mulino a Bologna nel 1990 (a cura di Gianfranco Maddoli), Tra Cadmo e Orfeo. Contributi alla storia civile e religiosa dei Greci di Occidente, da cui emerge la sensibilità dello studioso per gli incontri culturali e i rapporti tra istituzioni e movimenti di idee (una raccolta precedente, Scritti sul mondo antico: Europa e Asia, espansione coloniale ideologie e istituzioni politiche e religiose, pubblicata a Napoli nel 1976, è putroppo accessibile solo nelle biblioteche specialistiche).

Pugliese fu uno straordinario generoso Maestro di più di due generazioni di discepoli. Suoi allievi occupano da tempo cattedre prestigiose di Storia Greca e di Storia del Vicino Oriente Antico. Ma sarebbe riduttivo pensarlo solo come Maestro, nel senso che questo termine ha nel gergo accademico, vale a dire di docente che ha contribuito a formare altri docenti e a far fare loro carriera. Gli allievi, diretti o indiretti, di Pugliese sono stati e sono presenti in molte istituzioni pubbliche a vari livelli, come il C.N.R. e le sovraintendenze archeologiche. 

Pugliese era un insegnante rigoroso  ed esigente ma tutt’altro che arcigno e distante, come solevano essere molti professori universitari della sua generazione. La sua cordialità, il suo garbo ironico, mettevano a proprio agio anche gli studenti più timidi. Chi scrive ebbe il privilegio di essere allievo di Pugliese alla Scuola Normale di Pisa prima come frequentatore dei suoi corsi di Storia della storiografia greca e di averlo poi come direttore della sua tesi di perfezionamento. Le sue lezioni si svolgevano di solito nel suo studio che, pur essendo abbastanza ampio, risultava alla fine gremito sino all’inverosimile (non di rado a sentire le sue lezioni venivano anche docenti dell’Università di Pisa). Non ricordo di avergli mai sentito fare lezione con qualche foglio davanti. Parlava sempre a braccio, con un tono di voce piuttosto basso. Solo qualche volta mandava qualcuno di noi a cercargli una fonte antica o un testo epigrafico. Di regola non chiedeva se qualcuno avesse domande da fargli perché, malgrado il timore riverenziale, le domande si ponevano senza troppi problemi. Noi studenti ci chiedevamo sino a che punto fosse a conoscenza delle regole, scritte e no, in uso alla Scuola. Di tanto in tanto sembrava stupito quando qualcuno di noi vi faceva riferimento e ci chiedeva dei ragguagli, in  cui si coglieva una punta di ironia. Gli scolari più anziani ricordano il loro professore che trovava sollievo, nel corso delle lunghe sessioni di esame alla Sapienza di Roma, nel caffé che qualcuno preparava tempestivamente con una macchinetta. A Napoli, nella pausa tra una lezione e l'altra del pomeriggio, soleva uscire con gli allievi dell'Istituto Croce per andare a prendere un dolce alla pasticceria Scaturchio. 

L’argomento propostomi per la tesi di perfezionamento (l’equivalente di una tesi di dottorato) a Pisa è indicativo dell’originalità delle prospettive di indagine di Pugliese. Essendomi io occupato del regno dell’ultimo imperatore pagano, il nipote di Costantino Giuliano, Pugliese mi suggerì di studiare i fondamenti ideologici della monarchia sasanide. I Sasanidi regnavano sulla Persia nel IV secolo e Giuliano aveva intrapreso contro di loro una campagna militare nel corso della quale aveva perso la vita. E’ un piccolo esempio di come Pugliese fosse costantemente interessato, dal mondo greco arcaico sino a quello tardoantico, all’incontro e al confronto tra mondi culturali diversi e come cercasse di indirizzare i propri allievi in questa medesima direzione. 

Pugliese non fu solo precoce come studioso. I suoi ideali di liberalesimo democratico che lo accompagnarono tutta la vita si manifestarono in un deciso rifiuto del fascismo che gli valsero, a diciassett'anni, una prima condanna e, a diciotto, il confino a Gaeta. Un episodio, da lui stesso raccontato per esteso in uno scritto recente («Bollettino d'Arte» 133-134 del 2005), è utile per capire il suo forte senso dell'amicizia e della solidarietà umana. Legato da viva amicizia all’allora giovane Mario Segre,  che era impegnato a Rodi dal 1937 nella pubblicazione delle epigrafi greche dell’isola, ne patì la scomparsa nel 1944 ad Auschwitz. Segre era stato catturato a Roma con la moglie e il figlioletto di pochi anni e consegnato ai tedeschi che li avviarono ai campi di sterminio, senza che neppure il sollecito intervento della Pontificia Segreteria di Stato, avvisata da alcuni amici, potesse salvarli. Pugliese, nel suo commosso ricordo,  sottolinea la formazione di storico e filologo dell'amico, autodidatta dell’epigrafia greca, nella quale riuscì ad acquisire una competenza particolare, soprattutto per i documenti di età ellenistica, come risulta dalle opere di Segre uscite postume, gran parte delle quali  a cura dello stesso Pugliese Carratelli.

Una circostanza che colpisce nella biografia di Pugliese è la sua fedeltà alle proprie radici intellettuali e alla propria visione del mondo. Pugliese ricordava con  gratitudine come, rientrato da poco dal confino, avesse conosciuto Croce grazie a Omodeo. Ricevuto subito a casa sua spesso lo accompagnava nelle passeggiate dopo pranzo e dopo cena che il filosofo amava fare per le strade napoletane, cosa che, data la profonda conoscenza che egli aveva della città, significava imparare la storia di Napoli. Dopo poco tempo Croce regalò a Pugliese un suo libro con una dedica affettuosa: "Al mio carissimo amico e collaboratore"...». Pugliese riconosceva sempre il merito decisivo di Croce nella creazione di un’istituzione napoletana cui era particolarmente legato, l’Istituto Italiano per gli studi storici che era stata creata al fine di formare, partendo dalla storia, una classe politica e intellettuale nella Italia uscita malconcia dal ventennio fascista e dalla seconda guerra mondiale.

Piace ricordare come nel 2002, in un seminario in preparazione al cinquantenario della morte di Croce, Pugliese parlasse della «concezione della libertà» in Croce.  Alla domanda sul perché commemorare Croce Pugliese rispondeva che non si trattava soltanto di celebrare in astratto l'idea che il filosofo aveva avuto della libertà.  La ragione vera risiedeva nel fatto che, in un momento cruciale del Novecento, Croce aveva difeso proprio quella libertà che stava a cuore.  Perché per Croce la libertà era l'essenza della storia. Mentre la natura - non essendo una sua creazione - in parte sfugge all'uomo, Croce sulle orme di Vico- non a caso un altro pensatore molto caro anche a Pugliese- considerava la storia l'unica cosa  che l'uomo possa conoscere, proprio perché ne è l'autore.  Ed è su questa base che Croce identificava la storia e la filosofia, essendo quest'ultima, per eccellenza, attività intellettuale ed umana.  Parlare della libertà significa perciò, per Pugliese, parlare del pensiero di Croce nel suo complesso.

Pugliese fu sempre sensibile alla grande questione della vita oltre alla morte e uno dei suoi temi di studio da lui privilegiati riguardò la risposta che ad essa dettero i Greci e, in particolare, quella rappresentata dall'orfismo, “dottrina religiosa, ma di filosofi e per filosofi e cultori delle Muse”, misteriosa e avvincente. Ad essa dedicò uno dei suoi ultimi, raffinati scritti: Le lamine d'oro orfiche. Istruzioni per il viaggio oltremondano degli iniziati greci,  Adelphi, Milano 2001.

In una recente intervista  Pugliese spiegava come Plotino, Porfirio, il cardinale Bessarione  accompagnassero da ultimo le sue giornate e come rileggere gli editti del III secolo a.C. sulla tolleranza e contro la guerra emanati dal re indiano Asoka, le laminette orfiche scoperte nella Magna Grecia che invitavano il defunto ad abbandonare le ricchezze per quelle spirituali, le pagine straordinarie di Ippocrate o di Platone gli dessero un piacere senza fine. Intelletualmente attivo sino alla fine Pugliese Carratelli si è spento mentre preparava ancora un' edizione di un testo inedito di Proclo.

Pugliese ebbe modo di manifestare, ancora poco tempo fa in una sorta di postfazione a un volume da lui stesso curato,  la propria fede nel libro, come segno e fonte di cultura, “quale specchio privilegiato dello spirito creatore di civiltà”, destinato, a suo parere, a resistere alle nuove tecnologie multimediali e a continuare nel tempo a far da testimone alle vicende e alle speculazioni intellettuali dell’uomo, soprattutto nell’ambito delle riviste scientifiche (Il libro non verrà mai meno in “La città e la parola scritta”, Milano, Scheiwiller, 1997, pp. 465-466). Non è un caso, forse, se alcuni ex-allievi hanno voluto dedicare al loro Maestro una raccolta di scritti raccolti sotto il titolo “In partibus Clius” (a cura di G. Fiaccadori, Napoli 2006). Clio, la musa «che dà la fama», è certamente quella che più ha ispirato le ricerche di Pugliese. E' connotata da una tromba e, appunto, da un libro nel noto quadro di Jan Vermeer conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna, quadro che è riprodotto nella copertina del volume.

Pugliese non era estraneo al disagio di molti a fronte del crescente svilimento della  nostra cultura a tutti i livelli. Sembrano purtroppo di grande attualità queste sue considerazioni svolte  in una conversazione poco tempo prima della sua morte: «Oggi assistiamo a un degrado delle università e delle istituzioni di ricerca. Mancano banchieri illuminati come Mattioli. E la bassa politica ha finito per decretare anche il declino della prestigiosa Scuola di Atene: le nomine non vengono più effettuate secondo i vecchi principi che privilegiavano le competenze e, soprattutto, che vedevano tra i candidati solo i migliori allievi di quella scuola». 

Viene allora spontaneamente alla mente quel passo del  Così parlò Zarathustra di Nietzsche di cui Pugliese utilizzò le prime parole come titolo della sua rivista di studi antichi: «La parola del passato è sempre simile ad una sentenza d'oracolo e voi non la intenderete se non in quanto sarete gli intenditori del presente e i costruttori dell’avvenire».

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