La sconfitta dell’antipolitica

di Eugenio Mazzarella

Con le dimissioni di Berlusconi e la nascita del governo Monti,  siamo in presenza – da molti anni a questa parte – della prima sconfitta dell’antipolitica in Italia, e della prima vera vittoria della politica. Come? Un governo Monti, un tecnico spinto dai mercati, che sostituisce il premier eletto dagli italiani, rappresenterebbe la sconfitta dell’antipolitica e la vittoria della politica? L’affermazione è meno paradossale di quel che sembra. Per due motivi. Perché il governo Monti è il governo del Presidente Napolitano. Cioè di una politica altamente professionale, nel senso più nobile del termine, da sempre; guarda caso l’unica, nella sua persona, stimata con consensi unanimi dagli italiani; e che dimostra in un momento di estrema difficoltà – ne è l’ultima evidenza la telefonata di Obama – di saper prendere in mano il Paese agli occhi del mondo, proponendo, e portando in porto, l’unica soluzione possibile alle condizioni date. E che cos’è la politica se non l’arte del possibile come la soluzione migliore, per gli interessi generali, alle condizioni date? E questa è la vittoria della politica, finalmente. La sconfitta dell’antipolitica è, invece, proprio nelle dimissioni di Berlusconi, che per oltre tre lustri ha interpretato, con obiettivo successo elettorale, e pochi esiti di governo, gli umori antipolitici del Paese nati con la crisi della partitocrazia e consolidati  da Tangentopoli. In tutti questi anni, Berlusconi è stato il campione dell’antipolitica, proponendosi fino all’ultimo come un “non politico” sceso in campo per salvare con i suoi interessi di non politico gli interessi di un Paese fatto di “non politici” come lui, chiamato a battersi contro i “comunisti” – il primato della politica per eccellenza, che volevano “rivoluzionare” la “società conosciuta” ! – e la “casta” che ci mangia sopra. Il condimento più propriamente politico, uno specchietto per le allodole, sono state le promesse liberali, tutte inevase. In sostanza Berlusconi ha imposto sul mercato politico un’antipolitica professionale, proponendone un marketing di successo, che ha avuto emuli anche a sinistra. L’asse con la versione leghista dell’antipolitica – il “territorio” contro Roma ladrona e la casta, mentre si diventava casta a Roma e sul territorio – era nella logica delle cose. Quest’antipolitica, quando si è dovuta misurare non con umori  del mercato elettorale nostrano, anche indotti e amplificati da uno straordinario potere mediatico, ma con un contesto internazionale del tutto refrattario ad approcci populistici,  è venuta del tutto meno alla prova della politica, quella vera. E patisce, con le dimissioni di Berlusconi, la prima vera sconfitta nell’opinione pubblica del Paese; dove,  a leggere le curve di consenso del premiere del governo, è arrivata “prima” di maturare sul terreno propriamente istituzionale, nei numeri parlamentari. A quanto pare, stando alla maggioranza che ha portato al governo Monti, l’antipolitica resterà attestata in Parlamento attorno alla Lega e forse in parte all’Italia dei Valori, che paiono intenzionate a puntare sugli umori antipolitici che il governo dei sacrifici “impostoci” dall’Europa dovrebbe generare. Un calcolo miope in un momento in cui bisognerebbe contribuire, tutte le forze politiche, a far capire agli italiani che, cambiate le cose che possono essere cambiate nelle “ricette” europee, l’Europa ci chiama a salvarci dai “nostri” errori di un ventennio di politica mancata, che ci espongono alla speculazione finanziaria; e che l’unico dovere è l’equità nell’addossamento sociale dei costi dei sacrifici che gli italiani sono chiamati a sopportare. Se il parlamento saprà accompagnarne il governo Monti nel lavoro su questa strada, le forze politiche che lo consentiranno avranno un’opportunità storica: portar fuori il Paese dall’antipolitica in cui si avvoltolato per un ventennio, riabilitandosi, e riabilitando la politica, agli occhi degli italiani. E questa seconda vittoria, dopo quella di un governo Monti, sarebbe ancora più importante.

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