Una lettera quasi
persiana: 
Sloterijk a Parigi



di Pietro D’Oriano





Peter Sloterdijk è molto più noto, e di lontano assai più tradotto, in Francia che in Italia ; il suo Zorn und Zeit, del 2006 (Suhrkamp), è uscito presso un editore parigino (Libella/Maren Sell) già alla fine del 2007, col titolo di Colère et temps (ed è forse il suo 20° volume in francese). In Colère et temps (ma Zorn und Zeit è assonante di proposito con Sein und Zeit di Heidegger), Sloterdijk, sulla scia di un Leo Strauss «recuperato in modo largamente ingiusto dai conservatori», mette al centro alcune « formulazioni visionarie dovute alla psicologia filosofica dei Greci» ed in particolare quella, bipolare riguardo alla «psicodinamica umana», del thymós, la parte intermedia dell'anima secondo Platone. «Solo colui che è capace di autocritica, è capace di dirigere se stesso». «L'operazione più notevole del thymós (nel senso platonico del termine), sta nella capacità della persona di sollevarsi contro se stessa» «Questo volgersi contro di sé può aver luogo quando essa non soddisfi le esigenze in gioco nel rispetto di sé».
Odio/disprezzo di sé, collera... è chiaro che con l'elemento timotico sono messe in gioco nozioni 'eroiche' - e una sopratutto, quella di collera -, tramite le quali una meditazione si istituisce al cui centro non è l'oggetto per un soggetto: «l'oggetto del desiderio e dell'erotismo» - fenomeni che s'invitano a farsi leggere da lunga data in chiave «psicoanalitica». Come annota Sloterdijk sin nella Prima Parte del suo libro (lunghetto, più di 300 pagine, ma sempre assai godibile), al centro della timotica è invece la domanda «perchè gli uomini fanno qualcosa piuttosto che nulla?». È così che Sloterdijk può leggere l'intera storia dell'«Occidente del monoteismo e del comunismo» (ma non solo d'Occidente egli si occupa), alla luce di una psicologia filosofica obiettivamente alternativa all'auto-interpretazione che invece questo Occidente - perchè giudaico-cristiano («il peccato», «l'umiliazione»),perchè soggettivistico-hegeliano, perchè economicista - ha preferito dare di sé, da lunghissimo tempo. In ciò, lo charme di questo autore, che ci narra, sulle 'stesse cose' (l'Occidente, ma anche l'Oriente: ed in particolare l'Ovest e l'Est della «lotta di classe»), non esattamente 'lo stesso', lo stesso della 'doxa'.
C'è un che di estraniante - un'articolazione eminentemente greca - nelle pagine di Sloterdijk che (su questa radice influenzato da Heidegger), sulla scia di Fukuyama che molto apprezza, sul finire del proprio libro, traduce in termini di «fine dei timotismi storici dell'epopea e del tragico», l'attuale stato delle cose sociale. Questo elemento greco attraversa per la verità tutto il volume, e s'immerge dentro il monoteismo giudaico-cristiano (cf. in particolare il capitolo della 2a parte «La collera iperbolica: l'apocalittica ebraica e cristiana») e dentro la modernità del «militantismo» nelle società industriali e post-industriali, in occidente e a oriente, prima e dopo il crollo del comunismo o socialismo reale/nazionale. (Degne di un comico quasi rabelesiano sono certe pagine della 4a parte «La frantumazione della collera nell'Epoca Di Centro», ossia le pagine dedicate a «L'erotizzazione dell'Albania, ovvero: l'avventura dell'anima post-comunista».)
In particolare, egli pare sul finire del suo libro prendere la 'difesa' della 'democrazia occidentale': di questo, in pratica, dovrebbe trattarsi... Questa 'difesa', che, timoticamnete, Sloterdijk non può teorizzare, corrisponde all'esposizione ben consapevole che, se è veramente conclusa nei nostri giorni un pò grigi l'epoca del «dramma e dell'epopea», è perchè «siamo entrati in un'era che, priva di punti di raccolta della collera, non può essere il veicolo di una prospettiva mondiale» (all'inizio della 4 Parte). Verò però che «si commetterebbe un errore se si credesse che la collera abbia già vissuto la sua epoca migliore» (inizio della Conclusione). «Al contrario», afferma Sloterdijk, dobbiamo persuaderci del fatto che«la collera (con i suoi fratelli e sorelle timotiche, la fierezza, il bisogno di farsi valere e il ressentiment) rappresenta una forza fondamentale nell'ecosistema degli affetti, e questo sia da un punto di vista interpersonale che politico e culturale». La collera, l'elemento timotico, rimarrà - anche se non riuscirà più a condensarsi nelle forme delle «raccolte universali di tipo comunista» ed al più si riprodurrà «in forme regionali» tipo le sue sterili « collazioni » nell'Islam estremista.
È che le energie timotiche - atemporali, greche nel senso anche che, strutturali ma allora acroniche, attraversano (diacroniche solo per questa ragione), la storia dell'Occidente monoteista e comunista - sopravvivono alla fine di questa storia, e occore «tanto più valutarle giustamente». Esse, ribadisce Sloterdijk finendo, «sinora sono state vittime di un equivoco addirittura pianificato». Alla 'fine della storia' di cui parla Fukuyama,apprendiamo così una nuova distribuzione della timotica: è oggi «totalmente disaggregata la costellazione psico-storica del pensiero della vendetta, un tempo posto in un una luce favorevole dalla religione e dalla politica, pensiero che ha segnato lo spazio processuale cristo-social-comunista ».
La vendetta, dunque: Nietzsche aveva capito, per San Paolo, che il ressentiment poteva «diventare cosa di genio» e così, pericoloso. Ebbene, per questo tipo di ressentiment, o di spirito di rivalsa, la campana è oramai suonata a morte. Se l'elemento e addirittura la costellazione timotici possono ancora inscenarsi nell'occasione di «un ressentiment risvegliato dal senso dell'ingiustizia sociale, dentro un mondo addirittura privo di equilibrio morale» [citiamo sempre dalla Conclusione], la timotica che può oggi permanere non dovrà abdicare ai «diritti fondamentali alla vita, alla libertà e alla proprietà». Finita - l'indicazione della proprietà è più che eloquente - è l'era timotica legata alla frustrazione da oggetto (« la proprietà »), e alla rivalsa per essa (« l'appropriazione »). Finita la timotica del comunismo e più in generale della juste colère et fureur du peuple.
È in questo modo che une nuova cultura dell'«ambizione», che Nietzsche prefigura, si apre, un'ambizione «post-monoteistica, e che spezza alla radice le finzioni della metafisica della vendetta [di un Dio o del soggetto 'storico'] e dei suoi riflessi politici ». In luogo «dell'appropriazione, la prodigalità». Solo che in presenza di un mondo «compresso o globalizzato» che sia, dobbiamo, comunque, arrenderci al fatto che esso «resta multimegalomaniaco e interparanoico ». E dunque : «la grande politica non può operare che nel modo di esercizi di equilibrio». «In vista di un pericolo reale, nel fine d'impedire che venga il peggio». Questo elogio della 'democrazia' - niente affatto teorizzato da Sloterdijk, che, si sarà capito, non concepisce il pensiero come attività di un soggetto per un oggetto - proviene dunque da una 'visione del mondo' come arcaica - greca - e lì, risiede il suo fascino. Investendo sulla struttura - elemento atemporale, e più precisamente astorico - del timotico, Sloterdijk invita a riguardare con occhi altri - come da un passato che non può passare: la grecità come una struttura -, le vicende del presente, senza anatemi (Zizek, Régis Debray e altri: vedi il dibattito su Libération del 16 febbraio ultimo) e senza nessuna vera adesione. Con altri occhi, semplicemente: quelli del «tempo essenziale», che, non semplicemente storico ma invece timotico, «è il tempo di una civiltà» che si può forse ancora insegnare.
 
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PAGINA  9
 SCHIBBOLETH
 
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