L’inverno civile 
della Repubblica




di Carmelo Meazza






1. Inverno civile.  Interminabile inverno della Repubblica.  Sono le parole che ha usato Ilvo Diamanti in un editoriale .
Persino la Chiesa Cattolica sembra ritirarsi dall’Italia e guardare oltre la Repubblica. Più attenta a preservare la comunità dei fedeli che la comunità nazionale. 
Forse per la prima volta dal secondo dopoguerra una generazione avverte fino in fondo il sentimento dell’impotenza. In tempi in cui la volontà ha una performance straordinaria, la volontà civile del Paese vive la stessa paralisi dei napoletani verso i propri rifiuti.
Si ricorderanno a lungo quelle immagini, che corrono per il mondo, di uno spazio pubblico, strade, piazze, slarghi, vie, occupate da montagne di spazzatura.
I più anziani avranno avuto l’impressione di scivolare in immagini già viste, di rivedere le rovine del 1945, gli stessi cumuli, lo stesso caos, la stessa polvere,  le stesse camionette dei militari, la stessa impotenza.
Cumuli di detriti in uno spazio pubblico. Cosa c’è di più evidente del declino di un ethos comune? Del declino di una civitas? Per un’analogia forse non troppo bizzarra l’enorme fatica dello smaltimento napoletano rimanda all’enormità del nostro debito pubblico. L’enorme cumulo che viene dall’eredità del nostro recente passato. Dimensioni colossali come pochi altri nel mondo a saturare le vie d’accesso verso il futuro prossimo, a richiedere energie straordinarie e tuttavia appena sufficienti per scostarlo ai lati delle strade della Repubblica.


2. Le dimissioni di Romano Prodi non aprono solo una crisi di governo. Mentre si celebrano i sessant’anni della Costituzione italiana dobbiamo parlare con lucidità di crisi della Repubblica. I Vescovi italiani hanno evocato  l’inedita immagine dei coriandoli per illustrare un’Italia che si scompone. Chissà come e da dove è venuta  questa nuvola policroma, senza peso, perfetto emblema della sagra carnevalesca, perfetto simbolo di un tempo leggerissimo e sospeso, come una collana di perle che prima di perdere l’ultimo filo resta per aria volteggiando ancora in vita prima di toccare terra. 
La crisi italiana è grave, incomparabilmente più grave, rispetto ad altri momenti critici della nostra storia più recente. 
L’abitudine a tenere basso lo sguardo impedisce, il più delle volte, di sentire la forza di spinte che vengono da lontano e cambiano i lineamenti dei paesaggi storici nei quali viviamo. Una pressione enorme sui nostri confini e sulle giunture e i cardini della nostra statualità viene innanzi tutto da fuori. Proviene dai nuovi equilibri demografici ed economici che le nuove potenze dell’Asia stanno imponendo al mondo. I confini della statualità sono poi da tempo logorati dai mercati globali, da merci e denari che viaggiano senza confini nazionali, da economie immense che si moltiplicano o si dileguano nelle reti informatiche. Tutto questo produce energia centrifuga, incide sulle giunture tra un territorio e l’altro, tra una regione e l’altra, aumenta, in generale, lo spirito di secessione. 
L’Europa perde peso, rapidamente,  e noi ci troviamo nel punto di massima tensione. Fra non molto tempo i Paesi forti dell’Europa non avranno più alcun interesse a condividere l’unità  politica e l’ideale europeista si ridurrà a un mercato comune di merci e denaro. (Non dovrebbe essere questo per noi uno dei problemi più assillanti, il piano su cui la stessa vocazione del riformismo gioca tutte le sue carte?)
Il Paese in cui si inventa, nella modernità, l’arte della politica, questa tecnologia dello spazio e del tempo pubblico, tra sovranità e statualità,  è oggi nella paralisi della politica e delle funzioni pubbliche dello Stato. Sempre più sul piano inclinato di una deriva che potrebbe essere inarrestabile. Alle tensioni che vengono da fuori si sommano le tensioni che provengono dall’interno, dalla nostra storia recente e lontana, dagli errori e omissioni commessi nel corso degli anni. Le diagnosi sono note, ripetute tante volte. Inutile soffermarsi.
Se la crisi è così profonda, se essa ha uno dei suoi epicentri  nel sistema della politica, nelle sue forme e nelle sue regole, che senso avrebbe sciogliere il Parlamento e tornare al voto? Se la legge elettorale attuale, la regola aurea per la formazione delle classi dirigenti,  contribuisce a deprimere la sovranità popolare, ad aumentare il dispotismo dei partiti e  il peso delle elites dirigenti, se la sua stessa legittimità è in qualche modo compromessa da un referendum che ne richiede l’abrogazione, come può essere una buona cosa affidarle la formazione del prossimo parlamento? 
Quando il futuro è molto basso all’orizzonte le cose tendono a ripetersi. Rivediamo dunque le volontà di rivincita e di vendetta, il rullo dei tamburi, spostamenti di truppe da un campo all’altro, le gioie sadiche dei fedelissimi, la costernazione degli incerti,  le paure dei traditori. Come si sa, nella ripetizione c’è sempre un po’ di farsa soprattutto quando i cicli sono di brevissima durata. Tutto questo nell’onda di un’opinione pubblica mobilissima e mutevole, disperata, disposta a grandi investimenti di fede ma anche a repentini abbandoni e giudizi inappellabili.
Romano Prodi non è stato lungimirante nel trascinare la crisi in Parlamento.  Ora il clima è rovente e non c’è molto spazio per il buon senso. Un ostinato stile di autosufficienza ha pesato anche in altri momenti di questa breve esperienza di governo. Nonostante alcune apparenze, è mancata la giusta dose di umiltà, di coraggio, di realismo. Ci vorrà troppo tempo per riconoscere le buone cose realizzate.
Forse il Partito Democratico ha compiuto un errore a non proseguire nello slancio dello spirito delle primarie. C’è stata come una sospensione e un ripiegamento  che ha fatto perdere un po’ la corsa e la tensione. Le strutture dei Ds e della Margherita almeno formalmente non ci sono più ma le nuove forme del partito maturano con tempi troppo lenti e con troppe incertezze e paure. La transizione appare troppo lunga rispetto alla velocità  della crisi della Repubblica e anche rispetto alla crisi del Governo. Ci vorrebbe un’accelerazione delle tappe costituenti e l’individuazione più chiara di uno sbocco congressuale. Dovremmo chiederci quanto stia pesando nel clima di impotenza che domina il paese, questa lunga gestazione.  


2.
Magris ha scritto le seguenti parole sulla laicità: “Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede”.
Concordiamo. Ci permettiamo di variare un po’ su questo tema sempre più aspramente al centro del nostro dibattito pubblico. Non dobbiamo sentirci troppo sicuri di sapere che cosa sia un atto di fede. E, ancor meno, di presumere di sapere (di un sapere certissimo) che cosa sia la ragione. Inoltre, può essere un errore, isolare l’esperienza di fede nell’esclusivo ambito del religioso. Come se gli oggetti del religioso potessero chiarire  l’atteggiamento di una fede. Come se non fosse più prudente distinguere le fedi dalle religioni, innanzi tutto , e  poi inserire l’esperienza della fede  in un campo più vasto in cui si rinvia, ad esempio a un rosario di temi armonici tra loro come: fiducia, fidatezza, fedeltà, confidenza, ecc. Se prendessimo queste precauzioni capiremmo forse meglio la stessa fede delle religioni e quanto esse possano essere persino d’ostacolo e di impedimento alla forza delle fedi. 
Non solo, dopo queste acquisizioni faremo fatica a separare con un taglio netto le fedi dalle ragioni. Si vedrebbe che la linea che le divide in qualche modo le unisce. Si vedrebbe che quella linea non è propriamente ciò che siamo portati a intendere per ragione né ciò che siamo portati ad intendere per fede. Se la laicità avesse un luogo di residenza occuperebbe il lavoro di questa linea.
Si può forse ripetere tutto questo con un’immagine quasi domestica. Che cosa accadrebbe se affrontassimo gli orientamenti di una metonimia (...bere un bicchiere d’acqua) con il metodo di una sicura dimostrazione? Se ci orientassimo in essa con l’unica forza della volontà dimostrativa? Se perdessimo una certa fidatezza? Forse si può dire così: perderemmo la salute della lingua e la possibilità di intenderci con qualcuno. 
Se la volontà di chiarezza e la prova dimostrativa prendesse il soppravvento  sull’offerta di un “bevi un bicchiere d’acqua”, potrebbe incominciare una certa follia. Si potrebbe cadere persino nella lettera di quel nome. E la lettera di quel nome significherebbe perdere la metonimia e bere il vetro del bicchiere. In questo caso sarebbe irragionevole essere razionali e muoversi  a tutti costi con il principio di ragion sufficiente. Dobbiamo convincerci  che una 

certa malattia  della nostra esperienza si manifesta sempre nel corso estremo di una volontà assoluta di accertamento  e di chiarezza.  
La follia può essere una ragione accecata dalla chiarezza assoluta. Come  se potessimo dire: si cade dentro i nomi che pronunciamo,  nella follia, non quando si perde la ragione ma quando si perde una speciale attitudine a sopportare, in una certa fidatezza,  una qualche forma di tolleranza.  Il folle sarebbe allora non colui che smarrisce la ragione ma piuttosto colui che si ritrova in essa nella condizione di non sopportare più il rischio dell’indeterminazione. E tra fidatezza e indeterminazione dev’esserci un discreto rapporto quando siamo in buona salute con le nostre parole. 
Parafrasando una questione di cui i vecchi scolastici erano molto esperti si può dire: la fidatezza non contraddice la ragione, in qualche modo le si oppone ma come tutti gli opposti condivide con essa qualcosa di comune.
Pochi cenni (con approssimazione...) per cose molto complicate.  Solo per suggerire molta prudenza nelle delimitazioni. E  un giusto esercizio della laicità.
 
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