Sul caso di 
Eluana Englaro





di Carmelo Meazza e Marco Filippeschi





 

Stefano Rodotà ha scritto qualche giorno fa parole molto perentorie sul caso di Eluana Englaro.
Egli ci ha  assicurato che la sentenza della corte d’appello di Milano sarebbe pienamente conforme a un precedente pronunciamento della corte di Cassazione e interpreterebbe con coerenza altri istituti giuridici nazionali e internazionali. La sicurezza e la determinazione di Rodotà non viene meno quando si giunge al cuore della questione: esisterebbe, egli scrive,  un modo certissimo di constatare l’irreversibilità di uno stato di coma e soprattutto esisterebbe un metodo altrettanto incontestabile con il quale si potrebbe risalire alle intenzioni volontarie di una persona non più in grado di intendere e di volere. 
L’argomentazione di Rodotà si regge sull’assunto per il quale sarebbe accettabile dare e assistere la morte nel caso in cui fosse inoppugnabile la situazione di irreversibilità clinica e accertabile l’effettiva volontà del paziente. Eluana, secondo Rodotà, rientrerebbe pienamente in questa casistica e consentirebbe di collocare la sua vicenda nella sfera dei diritti civili piuttosto che nell’ambito dell’eticamente sensibile. 
D’Agostino in un articolo su Avvenire, sul medesimo caso di Eluana Engaro, è almeno altrettanto perentorio.
La sua posizione è però di segno inverso rispetto a quella di Stefano Rodotà.  Per D’Agostino nel caso di Eluana la diagnosi non sarebbe di coma irreversibile ma di coma persistente. In ogni caso la scienza non potrebbe dire nulla di certissimo sull’irreversibilità di uno stato di coma. Ma è sul tema della volontà personale che D’Agostino insiste maggiormente. La sentenza della corte di Cassazione milanese, egli scrive, si baserebbe su una gravissima deformazione di questa elementare evidenza: una volontà non chiaramente e ripetutamente manifestata e ribadita non può essere dedotta da circostanze che debbano ricorrere a elementi puramente indiziari. Questa possibilità introdotta dalla corte di Cassazione lascia aperto il varco ad abusi e violazioni incontrollabili e gravissimi. 
La posizione di Rodotà e quella di D’Agostino riassumono bene, anche nel tono, rispettivamente, il punto di vista dell’intransigenza laica e dell’intransigenza cattolica. C’è da chiedersi se possano comunicare tra loro e soprattutto se vi sia la condivisione di un qualcosa di comune.
Ebbene, a rileggere con attenzione i loro articoli un elemento comune si evidenzia: entrambi insistono su due requisiti, quello della certezza della condizione clinica e soprattutto la chiarezza sull’effettiva volontà del paziente come la chiave di volta dell’ammissibilità o meno della possibilità di una morte assisitita ( di questo alla fine si tratterà per Eluana nel caso  in cui l’alimentazione e l’idratazione venissero sospese).
Tutto il peso della conclusione a cui entrambi pervengono in modo opposto ha il medesimo prerequisito: essa deriva da una doppia opposta certezza. 
Entrambi dovranno pertanto ammettere che modificandosi questa certezza le conclusioni potrebbero cambiare. 

La nostra personale opinione è che Rodotà non eserciti del tutto l’esercizio del dubbio e della critica, tante volte rivendicata dai laici contro le fedi e le superstizioni. La sua sicurezza di un possibile accertamento della volontà non espressamente e ripetutamente  ribadita ci pare si scontri con troppe diverse circostanze per garantirci dall’ombra del dubbio. La nostra volontà, in tanti casi, è tutt’altro che trasparente a noi stessi figuriamoci se può affidarsi all’ermeneutica di chi ci ha frequentato e conosciuto anche molto da vicino. Rodotà dovrà ammettere che questo caso non può essere dissimile da quelli per i quali vale il severo principio di precauzione. 
Dovrà ammettere laicamente che se la volontà personale è ricavata da indizi, testimonianze, dichiarazioni occasionali, valutazioni o interpretazioni sugli stili di vita e di credenza non potrà avere il medesimo rango d’evidenza di una dichiarazione di volontà, ripetutamente confermata senza costrizioni od obblighi di varia natura, trascritta e documentata in vario modo, in tempi successivi. Solo nel secondo caso si può parlare di volontà liberamente espressa (nei limiti di ciò che sappiamo del libero volere di una persona umana)  Ora, una decisione così grave e decisiva non può che fondarsi sul massimo possibile di ragionevole evidenza. Per questo, prima la sentenza della Cassazione, poi quella della corte di appello di Milano non ci sembrano persuasive; in una situazione di estrema delicatezza e fragilità aprono il varco ad abusi e soprusi, confermano, in ogni caso, la necessità di un intervento legislativo del Parlamento italiano. 

Anche D’Agostino, ci pare però, dovrebbe trarre qualche ulteriore conclusione dalle premesse con le quali fronteggia la sentenza della Cassazione. Se la sentenza va respinta per la mancanza di certezza sulla situazione clinica e soprattutto sull’effettiva volontà di Eluana Englaro come non avere almeno un dubbio sulla possibilità che in un caso simile,  ad esempio a quello di Welby, il rifiuto ad accettare la chiara volontà del paziente non risulti un grave gesto di omissione? 
In questo drammatico caso vi è stata una ragionevole certezza sulla situazione di irreversibilità del quadro clinico e soprattutto la volontà del paziente è stata ribadita ripetutamente e attualmente. 
Nel momento in cui si ammette, ormai con larghissima condivisione, che il paziente possa rinunciare alla terapia medica non si sta già riconoscendo una sovranità sulla propria vita che costringe a rivedere alcuni prontuari di deontologia medica per evitare il paradosso che un medico sia contemporanemente vincolato alla volontà del paziente e costretto a ricorrere ad ogni mezzo per salvargli la vita? 
E la distinzione tra terapia e alimentazione regge fino in fondo alla prova dell’esperienza? Non sono troppi i casi in cui, in alcuni settori del mondo cattolico, la potenza della tecnica e la sua innaturalità sono  a volte utilizzate per ammettere e altre volte per respingere una determinata tesi? (l’assistenza nella fecondazione artificiale omologa non viene condannata in fondo proprio per il suo artificio?) 
 
Rodotà e D’Agostino si affidano all’evidenza di alcuni principi i quali non si sottraggono tuttavia alla possibilità di una qualche negoziazione. Nel primo caso il medesimo criterio può essere chiamato in soccorso per una conclusione opposta nel secondo caso i medesimi criteri rendono ammissibili soluzioni che sarebbero invece esclusi con altri presupposti.
Si deve chiedere a D’Agostino perchè egli, per il caso di Eluana Englaro, non abbia ripreso uno degli argomenti principe dell’ortodossia cattolica e cioè l’indisponibilità della vita umana. Nell’ordine di questo principio, come si sa, la vita umana apparterrebbe solo a Dio e nessuno è legittimato a interrompere il suo corso naturale; neppure colui il quale quella vita la vive con il corpo e con lo spirito. Probabilmente D’Agostino non ha fatto ricorso a questa posizione perchè essa è assai meno negoziabile dei principi  e dei criteri che abbiamo commentato. 
Essa presuppone che l’interlocutore creda in un Dio. Ma la non evidenza di un Dio, creduto per fede, per chi non crede, non può portare nessuna evidenza all’argormento sull’inappartenza della vita a colui che la vive. Questo argomento non facilita il dialogo tra non credenti e credenti. 
Ma anche tra i credenti in un Dio, la tesi che non si debba mai, in nessuna circostanza, rispettare la volontà di porre fine a una vita biologica ormai percepita come estranea e nemica può suscitare interrogativi e risposte non scontate.
Secondo un’antica tradizione rabbinica in termini torhaici il libero arbitrio dell’uomo avrebbe la sua radice  nello Shabbat  del Creatore. La libertà e la storia dell’uomo avrebbe il suo istante nel riposo di Dio e in un certo ritiro dalla natura delle cose finalmente create. Solo verso l’opera dei giusti o verso l’opera dei cattivi il riposo del Creatore non verrebbe rispettato. Così, come riporta un antico Midrash, il riposo di Dio nel sabato è il riposo dal mondo delle cose naturali ma “non dall’opera dei cattivi e non dall’opera dei giusti”.
I buoni e i cattivi decidono per il bene o per il male. Entrambe queste decisioni in qualche modo attraversano il non riposo di Dio molto di più del battito naturale del nostro cuore. Quando Welby guardava il suo corpo meccanico che lo fissava negli occhi come un nemico, chi può dire che la sua decisione nella libertà del suo libero arbitrio, non abbia partecipato della volontà di questo Dio con una prossimità che nessun naturale decorso della sua vita semplicemente biologica avrebbe potuto garantire?
Si risponde, ma questa decisione opta per la morte e non per la vita, mette in una condizione nella quale nessu’altra decisione è più possibile mentre dovremmo garantirci ogni volta della possibilità di poter ogni volta ancor decidere...
Questioni difficili per un laico miscredente ma sorprende che la tesi sia così insistita nel mondo dei credenti
C’è da chiedersi, ma si aprirebbe un capitolo immenso, con l’aiuto dell’ultimo Ricoeur, se non si promuova una certa banalità del male nel momento in cui l’angoscia del proprio morire fa alleanza con un certa promozione esclusiva del proprio Dasein e con un certo Dio troppo appropriato a sè per essere un Dio di tutti. Levinas ci ha aiutato a capire che l’angoscia del morire  può consegnarci a una distanza infinita con chiunque altro; da quel limite estremo rischiamo di tornare ogni volta con un ecceso di valore di noi stessi, con gli occhi troppo lucidi della nostra unicità insostituibile che impedisce l’incontro vero con l’altro da noi. Levinas direbbe: di morire al suo posto e non semplicemente per lui. Una certa angoscia del morire può provenire dallo stesso nucleo di Sè che dovrebbe evangelicamente morire per conseguire una vita santa. 

Guai naturalmente a trarre con troppa fretta conclusioni perentorie. Temi enormi e difficili da affrontrare con rispetto e pazienza sapendo che sono in gioco le cose ultime e più importanti.





















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