Il caso Eluana, prove di un nuovo lessico per la politica
 
 
di Ivana Bartoletti
 
 
 
 
 
Sono profondamente convinta che la politica non possa essere sostituita dalle sentenze. Soprattutto nella modernità, di fronte a sfide così complesse come quelle che attengono alla sfera dell’eticamente sensibile, della vita, della morte, della cura e della malattia.
Disciplinare è necessario: soprattutto è necessario offrire cornici legislative leggere, in cui convivano possibilità, diritti e responsabilità.
Non sono temi facili, anzi. Ma sono i temi su cui si misura l’identità di un paese nel suo complesso, nonché gli elementi di coesione che lo fanno stare insieme e definirsi una comunità.
Ho detto più volte che quando non c’è comunità allora un paese è a rischio implosione. Questo vale per tutto, dal patto tra le generazioni al senso civico, dal rispetto dei più deboli (siano i bambini rom o la signora anziana che va a fare la spesa) a una nuova cultura della conoscenza come leva di una nuova idea di cittadinanza.
Ma la comunità non c’è anche quando le questioni più delicate e più controverse vengono relegate al martirio delle sensibilità individuali senza diventare il perno di una nuova cultura della responsabilità.
Mi spiego. La malattia quando diviene – fortunatamente – un fatto sempre più transitorio nella vita delle persone ha bisogno di una riflessione insieme culturale, filosofica e politica sulla figura del malato e, dunque, di nuove politiche urbanistiche, di un nuovo assetto del welfare capaci di includere, amare, prendersi cura.
È una peculiarità sempre più presente della modernità, è la meraviglia fatemi dire del progresso tecnico e scientifico.
La possibilità di tenere in vita il più a lungo possibile tramite macchinari apre la porta alla responsabilità della persona di fronte alla sua vita, ai suoi cari, a chi dovrà e potrà assisterlo. Non possiamo prescindere da questo. Soprattutto non possiamo prescindere dalla diversità di opinioni, dal sentire delle donne e degli uomini di fronte alla propria finitudine, al valore dell’esistenza.
E la politica non può rimanere indietro. Io non credo si tratti di trovare mediazioni. Sono tra quelle persone che sostengono che l’etica della responsabilità è il principio cardine della convivenza. Ma so benissimo che per altri – moltissimi, aldilà della fede – la sacralità della vita è un valore supremo. Sono posizioni inconciliabili? In parte si. No, invece, se abbiamo il coraggio di innovare lessico, parole e pensieri. Non possiamo affrontare la modernità, il progresso scientifico con le stesse categorie del passato, senza rinnovare compiutamente il pensiero politico.
E io credo fermamente che il primo terreno su cui matura un rinnovato pensiero politico sia proprio questo. Non perché i temi economici abbiamo perso importanza, ma perché quello è il terreno su cui si misura una nuova idea di inclusione, di dignità della persona, leva per nuove coerenze per l’economia stessa.
Il valore della persona è per me l’elemento centrale: perché per me la persona è un percorso di crescita, un’evoluzione continua, anche di fronte ai momenti più difficili della malattia e della morte. Per questo ritengo che l’amore per la persona debba essere la guida suprema per la politica. E in questo senso io vedo il testamento biologico. La possibilità di decidere di sé, di disporre del proprio corpo e della propria fine. Una possibilità che ciascuno ha di cimentarsi con la propria responsabilità verso il mondo. Sono tra quelli che vorrebbe il testamento biologico fosse obbligatorio: lo vorrebbe perché credo che ogni donna e ogni uomo non possa essere libero di scegliere solo una parte della propria vita, ma tutta quanta, accettando che la morte ne fa compiutamente parte.
Nessuno ha il diritto di essere tenuto in vita quando vivi non si è più: forse non c’è una definizione di ciò che è vita o forse ce ne sono troppe. Quel che è certo è che nessuna può farsi legge per tutte. Quel che può diventare legge è la traslazione dell’umanità, del rispetto della dignità delle persone. Eluana da quindici anni è in coma irreversibile. Una tragedia tutta umana, che mostra quanto la politica sia lontana dalla vita – e dalla morte – dei cittadini. Perché non sa assistere le persone nei momenti più difficile, non sa assistere i cari di chi soffre.
È il sintomo più evidente di questa crisi della politica che su questo terreno mostra gravissime ripercussioni. Sono le ripercussioni più difficili, quelle più umilianti per le persone. Quelle persone che invocano pietà, il diritto alla responsabilità verso se stessi e verso i propri cari.
Disciplinare su questo terreno significa attuare la laicità, quella che io definisco da tempo nozione chiave della modernità.
Ed è qui che abbiamo bisogno di un nuovo lessico. La laicità di oggi è una laicità che deve essere definita, capita e attuata. Non è la laicità dell’estraneità, è la laicità che comprende la piena attualità e centralità del sentire religioso, dell’appartenenza ad una fede.
Di fronte al mondo e alle sue inquietudini il fenomeno religioso – e insieme la grande spiritualità laica che io sento tra le donne e gli uomini – è certamente forte e presente. E di questo bisogna tenere conto proprio per costruire quella che viene definita laicità post – secolarizzata.
Come fare dunque? Innanzi tutto dando dignità alla politica. Perché sono una politica forte è in grado di togliere la laicità ai ricatti del minoritarismo (come è avvenuto con i Dico).
Poi, trovando un nuovo terreno di incontro, che io vedo nel grande valore della Persona, della sua dignità e dell’incrocio tra libertà e responsabilità.
A questo punto, se da qui partiamo, credo che tutte le sensibilità, tutti gli orientamenti potrebbero naturalmente convivere dentro lo spazio della laicità: non procedendo per azzoppamenti o mediazioni. Ma attraverso innovazioni, attraverso la capacità di misurarsi con il nuovo. E misurando su questo una nuova identità politica.
A questo proposito, io credo che ci sia un segmento della società che ha perfettamente insito nella propria coscienza cosa sia la laicità post – secolarizzata. E cioè i giovani, in particolare le donne.
Sembrerà strano, ma ne sono perfettamente convinta. Non solo perché è tra i giovanissimi che vedo emergere quella spiritualità laica di cui parlavo prima. Penso al grande afflato che hanno avuto nelle giornate del giubileo della gioventù. Ma penso soprattutto alle forme di amore per la vita che emergono dal volontariato, dall’ambientalismo, dallo scoutismo.
E penso a quanto una nuova consapevolezza femminile sia maturata durante il referendum sulla procreazione assistita.
Questo avviene perché i linguaggi sino ad oggi in uso dalla politica su questo terreno sono linguaggi vecchi. E una ragazza sa benissimo cosa significa amare la vita – anche quella potenziale – e contemporaneamente maturare la sua responsabilità verso di essa. È la motivazione per cui le giovani abortiscono sempre meno, per cui sono consapevoli della propria sessualità, per cui chiedono informazione ma allo stesso tempo – per lo più senza un richiamo esplicito ad una fede – riconoscono il valore dell’amore e mettono al primo posto e sullo stesso piano la realizzazione nelle famiglie e quella nel lavoro.
È cosa da poco? No. È il segno che da qui potrebbe partire una nuova fisionomia della laicità stessa, se venisse ascoltata.
È il segno che innovare il lessico si può, soprattutto in questo terreno. Partendo proprio dalla responsabilità della persona e dal suo valore. Con questa bussola, affronteremmo il testamento biologico come una grande occasione per fare maturare il senso civico dell’Italia. Così come rimetteremmo mano alla legge 40 e a tutti i temi che hanno attinenza con i diritti.
È un cammino complicato. Ma è anche la straordinaria occasione di cambiare linguaggi e parole, gli abiti di un rinnovato pensiero politico.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
PAGINA  8
 SCHIBBOLETH
 
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