Memoria e politica.
Attualità di Antigone


di Carla Canullo






Antigone, figura consegnataci dalla tragedia di Sofocle e amata da filosofi e scrittori, narrando del contrasto tra stato e individuo, tra particolare e universale, narrando della difficile obbedienza ad una legge “non giusta”, mette a nudo le contraddizioni delle umane vicende, della storia e della tradizione cui si appartiene. Figura straordinaria è quindi la figlia di Edipo, ma anche strana e inquietante, come l’uomo.
Nella “sua” tragedia, opponendosi a Creonte (tiranno di Tebe), muore per aver dato degna sepoltura al fratello Polinice, traditore della patria e morto nella guerra contro la sua stessa patria, Tebe. Ma, soprattutto, la vediamo morire per quel fratello – Polinice, appunto – che nell’altra tragedia che la vede protagonista, Edipo a Colono, è maledetto dal padre. Antigone assiste inerme e in silenzio a quella maledizione, pronunciata contro Polinice che, primogenito di Edipo e Giocasta, è reo di aver esiliato il padre da Tebe costringendolo, con le sorelle Antigone ed Ismene, ad una vita di mendicanza ed erranza. Costringendolo, però, anche a compiere il proprio destino e destinandolo, a sua volta, a quella sacra ospitalità di Teseo che, a Colono, gli permetterà di trovare finalmente la pace, concedendogli di ascoltare il “tuono del dio”. Anche il destino di Antigone è compiuto dal gesto di Polinice. Non soltanto, allora, assistiamo ad uno scontro tra legittimità del potere e dell’ordine e fedeltà ad una legge che non appartiene a tale ordine ma lo sopravanza, essendo più antica; e ancora, non soltanto assistiamo alla dissidenza di Antigone e allo scontro tra stato ed individuo: noi assistiamo anche ad un compimento che passa attraverso un deviare. Antigone, infatti, compiendo il proprio destino, fa accadere il compimento di un altro personaggio, Creonte; compimento che il tiranno, tuttavia, riconoscerà soltanto alla fine, o meglio, che conosceremo dalle parole del Corifeo: «È di felicità primo elemento l’esser savi» (v. 1348). Compimento, del quale Creonte verrà a conoscenza soltanto dopo esser passato attraverso le sciagure vaticinate da Tiresia. 
	La fedeltà e il compimento passano, dunque, attraverso un deviare, una memoria che è paradossale non memoria, o addirittura tradimento della memoria. Il che rivela che la memoria è carica anche del suo contrario; anzi, spesso nel tradimento della memoria accade il compimento che si accompagna una nuova conoscenza, secondo verità. Ma da che cosa devia Antigone mostrandosi inadatta ed insofferente nei riguardi della situazione politica di Tebe? Il suo gesto non è, forse, equivoco? La protagonista, infatti, devia dallo stato e dalle sue leggi, da un ordine legittimo. Di più, difende Polinice che muore per aver mosso contro la sua città, e ciò nonostante egli abbia commesso un atto sommamente ingiusto contro suo padre e contro la sua patria. Questo deviare sembrerebbe essere un gesto più “negativo” che “positivo” ed ogni legittima “simpatia” nei riguardi di Antigone, ogni “entusiasmo” per questa figura non legittimano il fatto che la sua “strada” possa esser definita “giusta”. Eppure proprio Creonte è colui che, alla fine, la riconosce tale, quando finalmente apprende e comprende. 
	L’intreccio degli elementi evocati (stato vs individuo, particolare vs universale, la difficile obbedienza ad una legge “non giusta”…) non cessa, allora, di provocare, di darsi come complessione vivente che interroga ancor oggi la politica e il giusto, questionando anche il significato del deviare. In quest’interrogazione mi pare che un ruolo non marginale sia quello che può svolgere la philia. La quale non taglia né risolve le questioni sollevate da e attorno ad Antigone, ma ne illumina la scelta e, soprattutto, ne dis-piega il suo ingresso nella politica, nella vita della polis; o meglio, dis-piega il significato politico del suo gesto. Antigone, infatti, entra nella polis non esaltando le leggi ma, anzi, opponendosi ad esse. Vi entra, cioè, scegliendo di essere apolis, “fuori dalla città”. Entra nella città deviando, ma – ecco il paradosso – deviando compie, porta a conoscenza, apre l’effettiva possibilità che la vera strada sia, alla fine, conosciuta. 
	Contro le leggi, Antigone entra nella città affermando «nacqui a legami d’amore, non di odio» (v. 523), dove l’amore, con il “gesto” compiuto esemplarmente e “per tutti” da Antigone, si fa capace di entrare nella politica, nella vita della polis grazie ad una disobbedienza (al tiranno, a Creonte) ed un’obbedienza (alle leggi della tradizione). Obbedienza che nasce da una philia tanto diversa e lontana sia dall’azione violenta, sia dal pio gesto di una bontà “privata”. 
	Antigone devia dall’atteggiamento violento di Creonte, inserendosi nella polis ed inaugurando una nuova politica: in questo sta la specificità del suo atto. Essa, tuttavia, non devia dalla legge opponendo al pubblico il privato, ma inaugurando una nuova politica capace di inaugurare una nuova città, fondata su rapporti diversi di amicizia e amore. Amore che non ha nulla a che vedere con la bontà ma che viene dalla (e si nutre della) memoria.  Il suo è, infatti, un gesto di amore perché scegliendo di seguire le “leggi non scritte”, incrollabili, degli dèi (leggi che «non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce» (vv. 454-457)) decide di dare la vita perché Polinice abbia degna sepoltura. O meglio: perché il fratello nemico della sua patria e, soprattutto, del padre Edipo, che egli aveva condannato all’esilio e che lo aveva maledetto, sia sepolto. Di nuovo, allora, e proprio mentre ci interroghiamo sull’originalità del gesto di Antigone e sul suo ingresso nella polis, la tragedia sofoclea ripresenta il proprio crogiolo di contraddizioni e non di soluzioni pacificanti. La philia non rende piane le situazioni controverse ma nasce da una deviazione che si fa capace di esplorare sentieri nuovi. Primo fra tutti, il difficile tema della cittadinanza, tema che chiama direttamente in causa la philía.
	Ha ragione, in tal senso Francesca Brezzi a dire che da Antigone viene inaugurata «una nuova idea di cittadinanza, cittadinanza negoziata, retta da rapporti flessibili e malleabili, non edificata su identità etniche rigide ma interculturale» (Brezzi 2004, 297). Ecco, allora, il significato politico della philía di Antigone: essa inaugura un nuovo modo di intendere la cittadinanza, aprendo nuove modalità di rapporti; inaugura un universale non “fuori contesto” ma “in contesto”; un universale, cioè, capace di dare conto delle differenze che, nel tempo, si sono affermate (differenze politiche, sessuali, etniche… ); un universale, infine, che si traduce in quella nuova idea di “cittadinanza negoziata”. Il gesto di Antigone, compiuto nella fedeltà alle leggi non scritte ci interroga ancora rivelandosi come punto sorgivo di novità inaugurante nuovi rapporti. Fedeltà alle “leggi non scritte”, allora, come paradigma di ogni altra fedeltà. Quale fedeltà è in gioco, tuttavia? 
	Antigone è fedele al proprio genos, naturalmente, e dunque a Polinice, e per lo stesso motivo ed in un caso analogo, lo sarebbe probabilmente stata anche all’altro fratello, che ha combattuto per la patria, Eteocle. È, però, infedele al padre Edipo, e dunque e paradossalmente, anche al proprio genos. Le contraddizioni iniziali (pubblico-privato, individuo-stato…) risuonano ancora e di nuovo nel gesto di Antigone. Un’impasse questa che, ogni qualvolta il nome dell’eroina ritorna, sembra essere sempre e inevitabilmente data in sorte. Sembra, tuttavia, perché interrogarsi sul significato della sua fedeltà può offrire una via di uscita. Non la fedeltà della coerenza brilla dalla philia di Antigone, né la stabilità dell’immutabile da essa traluce. Reciprocamente, la philia pur partendolo - nel fondare legami - da fonti diverse da quelle cui ricorrono il tiranno o il legislatore, non è per questo destinata ad inaugurare rapporti di cittadinanza precari o instabili, contrari (se non addirittura contraddittori) rispetto a quelli stabiliti dall’ordine delle leggi. Essa è destinata a generare una stabilità diversa, la cui dismisura è data dalla fedeltà. 
Questa possiede e genera una sua stabilità, diversa da quella che caratterizza la coerenza o il perseverare nella propria opinione: se la fedeltà fosse “volontà di non cambiare” od ostinazione, chi più di Creonte potrebbe essere detto fedele al suo editto che vietava di dare sepoltura a tutti i nemici della patria, e a Polinice innanzitutto, e chi meno di Antigone potrebbe meritare questo aggettivo? Ma la fedeltà di Antigone non è riconducibile alla coerenza affermata con un atto (quasi disperato e folle) di volontà. Lei stessa dubita della giustezza della propria azione, e piange e lamenta ciò cui questa stessa la destina, condannandola a morte e privandola della gioia di essere sposa e madre. Il suo gesto sembrerebbe piuttosto un ostinato contrapporsi al tiranno, al potere, destinato a sfociare nell’auto-annientamento di se stessi. Ma la fedeltà di Antigone non è astratta e vuota coerenza destinata ad esaurirsi nel singolo atto compiuto in uno stato prossimo alla follia. La “sua” fedeltà, lungi dall’essere l’ostinato arroccamento di una volontà che non vuole cedere, è risposta. Antigone risponde a leggi la cui origine si perde nel tempo, afferma un amore che eccede ogni fatto e circostanza storica. 
	Antigone risponde ad un appello che non appartiene al tempo ma che continua a convocare nel tempo perché, se non convocasse, sarebbe destinato all’oblio. Risponde ad un appello non cancellabile dalla memoria perché di esso vivono gli atti di pietà, amicizia ed amore capaci di fondare un nuovo ordine, capaci di insegnare, di dare da comprendere anche il senso della polis, della politica. Ecco il senso del suo far memoria (e, dunque, della memoria) quale capacità di generare un nuovo ordine. Una memoria che nasce dal felice paradosso di una disobbedienza esito dell’obbedienza ad un appello. Antigone, infatti, obbedisce a “leggi non scritte” che vincolano l’arbitrio dell’assoluta onnipotenza del tiranno. Queste leggi e la loro memoria si palesano nell’atto del far memoria svelando in esso ciò che, accadendo nel tempo, non appartiene al tempo e che, con la philía, può entrare anche nello spazio della polis, costringendone le leggi verso l’altrove da cui sono generate. Costringendo oltre lo spazio segnato dalla città e dalla cittadinanza per tornare alla città stessa in modo diverso. Fedeltà, dunque, come risposta a ciò che si svela nella legge come sua radice eterna e fondata in “altro”; “altro” che permette di ridisegnare i rapporti della città alla luce dell’atto compiuto come e in quanto philía. “Altro” che convoca ad una risposta ma che, anche, chiede di essere custodito. 
Il gesto del memorare, della memoria, è allora sempre ed anche un custodire, un serbare per mantenere desto, per istituire una continuità diversa dalla coerenza o dall’ostinato perseverare. Memorare e custodire, dunque, come gesti e verbi della fedeltà, come gesti di una fides che non vincola al “non dover mai cambiare”, che non teme gli inevitabili mutamenti cui il tempo destina le vicende umane. Antigone stessa dubita, trema, teme, esita quando “agisce contro”. Entra nella polis con un gesto nuovo, mostrando come la cittadinanza inaugurata dalla philía sia piuttosto compito (far memoria delle leggi) e non pacificazione; sia, in definitiva, relazionalità capace di creare un nuovo spazio. Ma relazionalità, appunto, come compito da costruire, apprendere ed insegnare. Quale stabilità, allora, è introdotta da una fedeltà che nasce dal convergere di due azioni, da un memorare che è rispondere all’appello di leggi che convocano nel tempo pur non appartenendo al tempo ma che in questo appello si palesano e svelano, e da un custodire che coincide con il rispondere e che fa sì che ciò che convoca sia mantenuto vivo nel tempo? Non si tratta della stabilità del perseverare a prescindere da ciò che si rivela, ma di un perdurare nel tempo dell’atto stesso che rievoca e convoca. Detto altrimenti, il perdurare che caratterizza la fedeltà è posto e reso effettivamente possibile da ciò stesso di cui si fa memoria e che è custodito. La fedeltà di Antigone non è ostinazione, ma è un deviare dalle leggi non giuste (e alla fine della tragedia riconosciute tali anche da Creonte) reso possibile dalla risposta all’appello di ciò che precede il tempo e procede da un passato immemoriale. Ancora, il perdurare di Antigone non è un atto di forza ma è un cedere a ciò che da sempre è e che, essendo da sempre, svelandosi e palesandosi genera continuità e stabilità ridisegnando e consegnando nuovi  spazi di convivenza.
 
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