Educazione, democrazia e 
società civile


di Emmanuele Vimercati






1. La “crisi” del sistema educativo italiano (e occidentale?)

Ormai da diversi anni, da più parti della società civile viene messa in luce la situazione di difficoltà – secondo alcuni, persino lo stato di crisi – che caratterizza l’intero sistema educativo italiano. E non c’è dubbio – mi pare di poter constatare – che, sotto certi aspetti, le cose stiano in questo modo. 
Il clima di disagio che si respira in molti ambienti scolastici (portato agli onori della cronaca dai recenti fenomeni di “bullismo”, ma certo non esaurito da quest’ultimo), l’aumento di studenti in condizione “border line”, l’elevato abbandono del percorso di studi, il basso numero di laureati, la generale constatazione dell’impreparazione media degli studenti, ma anche la scarsità di fondi destinati al comparto scuola-università-ricerca, sono solo alcune delle manifestazioni di una situazione che, se non monitorata e corretta dove necessario, rischia di sfuggire di mano. 
La scuola e la società civile si rimbalzano le responsabilità di questo quadro: è l’istituzione scuola (così come è venuta a configurarsi) a generare una società “cattiva” o viceversa? È la scuola a non proporre più un’offerta educativa valida e conformata all’evolversi della (anzi, “delle”) società (in termini di materie di studio, di programmi, di competenza dei docenti, di attività di supporto per gli studenti), oppure è la società (intesa come l’insieme dei contesti in cui la scuola è inserita e con cui essa ha rapporti) a non fornire più agli studenti un background educativo (e, perché no?, culturale) adeguato, sul quale la scuola si possa poi insediare? Come spesso capita in questi casi, le responsabilità vanno nelle due direzioni. Certo non si può dire che i diversi settori della società civile – particolarmente il plesso economia-politica-mezzi di informazione – stiano dando una mano alla scuola; anzi, sembra che la politica e i media, in parte per propri limiti, in parte per propria convenienza, si stiano sottraendo ai propri impegni o, addirittura, stiano assecondando gli interessi dei settori macroeconomici, che nell’età infantile, adolescenziale e giovanile hanno un loro primario campo d’azione e bacino a cui attingere (i ragazzi di oggi sono i consumatori del futuro, se non già del presente). In questa sede, però, intendo soffermarmi su alcune disfunzioni che riguardano il sistema scuola e i suoi rapporti con l’ambito politico. 

2. Scuola e mondo del lavoro: il ruolo delle discipline umanistiche

Negli ultimi anni il rapporto fra scuola e mondo del lavoro è stato riportato al centro dell’attenzione. Si è spesso detto che uno dei maggiori limiti della scuola italiana (in tutti i suoi cicli, compreso quello universitario) è quello di non preparare al mondo del lavoro. Gli studenti diplomati o laureati possiederebbero una serie di nozioni teoriche, ma avrebbero poi bisogno di un ulteriore successivo periodo di tirocinio (spesso offerto dalle aziende in forma di stage mal pagati o addirittura gratuiti) prima di operare attivamente nel mondo del lavoro. Questo rallenterebbe i tempi di inserimento nel ciclo produttivo, spingendo oltretutto i giovani a vivere con la loro famiglia di origine fino a un’età superiore a quella della media degli altri paesi industrializzati (a prescindere dalle abitudini dei singoli popoli). Alcune recenti riforme scolastiche, che hanno posto al centro i concetti di “impresa” e di “informatica” (oltre che di “inglese”), sembravano andare nella direzione di un cambiamento. E in questa linea è stata forse pensata anche la riforma universitaria del “3+2”, anche se probabilmente era più urgente la necessità di conformarsi al sistema vigente in altri paesi occidentali (un’università more britannico, insomma), visto anche che lo stesso mondo del lavoro (non solo quello imprenditoriale) sembra ad oggi considerare la semplice laurea “triennale” come un titolo ancora poco adeguato alle esigenze lavorative (per le quali sarebbe spesso preferibile quella specialistica). 
Vorrei però qui richiamare i possibili rischi di una impostazione dell’educazione di base in vista dell’inserimento nel ciclo di produzione. Una riforma scolastica non può ridursi ad una serie di provvedimenti tecnici volti a decidere quante competenze uno studente dovrà acquisire al termine del percorso di studi. “Educare” è molto più che “istruire”. La scuola non è un’agenzia di informazioni; piuttosto, è un ambiente in cui il “ragazzo” o il “giovane” (non il semplice “studente”) dovrebbe formarsi e crescere come “persona”. La formazione deve dunque essere pensata a 360 gradi, non solo in vista del sapere tecnico che servirà a ciascuno nel proprio lavoro. In altri termini, pensare una riforma scolastica significa (o, meglio, “deve significare”) pensare al tipo di persona che si vuole “plasmare”. Ora, il limite di alcune delle ultime riforme scolastiche sta proprio nel fatto di non aver avuto un’impostazione globale, e di essersi limitate invece a provvedimenti settoriali o contingenti, oppure di aver avuto al centro lo studente come “serbatoio” da riempire, piuttosto che come persona da formare. L’introduzione (talora esasperata) di materie di studio o di indirizzi scolastici di matrice puramente “tecnica”, a scapito delle discipline umanistiche, pare andare in questa direzione. E non sembri il pianto di chi vede tramontare il “proprio mondo”, apparentemente surclassato dal predominio di telefoni cellulari e “iPod”; piuttosto, è la constatazione che gli studenti (dunque, le persone) – perfetti conoscitori delle tecnologie informatiche – fanno sempre più fatica, ad esempio, a “ragionare con la propria testa”. Nessun sapere tecnico può sostituire la capacità di ragionamento. Come si può ben immaginare – e come vedremo poi – le conseguenze sociali e politiche di questa difficoltà sono molto pericolose. 
Ora, è ben comprensibile che la formazione universitaria, data la sua natura specialistica (a diverso livello), debba in qualche modo tener presente i possibili sbocchi lavorativi (e, dunque, tecnici); questo decide del carattere stesso di una facoltà o di un corso di laurea, piuttosto che di un altro. Altro, invece, è la formazione scolastica. In un percorso di formazione che, comprendendo il ciclo universitario, occupa dai 16 ai 21 anni di studio, è probabilmente eccessivo impostare l’intera carriera dello studente sull’acquisizione di competenze prettamente tecniche o tecnologiche. E questo vale soprattutto per la prima parte di questa carriera, in cui certo l’urgenza lavorativa è meno pressante, gli specifici interessi occupazionali possono non essere ancora affiorati e, soprattutto, predomina l’esigenza di costruirsi una propria personalità, gettando le basi su cui – solo in un secondo momento – si potrà eventualmente impiantare un sapere tecnico altrimenti privo di adeguati fondamenti. Per quanto sia utile, in una società ormai molto complessa, fornire alcune indicazioni sulle discipline più diverse, superando così un’istituzione scolastica che, per alcuni aspetti, risente ancora di un’impostazione ottocentesca, la precedenza dovrebbe ancora andare – nonostante tutto – alla capacità di ragionamento e di formazione della persona nel suo essere tale e nella sua dimensione storica e culturale. E in vista di questo scopo le discipline umanistiche dovrebbero continuare ad avere un loro ruolo centrale. In età adolescenziale sembra davvero fuori luogo impostare la formazione di uno studente in vista del suo futuro inserimento in un’azienda. Altrimenti, se la scuola – con tutte le sue materie di studio – deve limitarsi a “servire” a qualcosa, tanto varrebbe insegnare soltanto i procedimenti pratici per svolgere determinati “mestieri”, cioè insegnare agli studenti ad essere dei bravi tecnici. Ma la scuola non può limitarsi a questo: una scuola finalizzata all’impresa non genera persone umane, ma robot, ossia – come usava dire Gadamer – una “catena intelligente di schiavi”. Di qui il non senso della domanda: “a che cosa serve la filosofia?”. Pertanto, è opportuno tenere presente la dimensione lavorativa nel percorso scolastico, ma certo non in misura esclusiva e non dalle sue prime fasi. 

3. Educazione, democrazia e società civile

A lungo termine, il pericolo insito in un percorso formativo eccessivamente tecnicizzato ricade pesantemente non solo sullo stesso mondo del lavoro, ma anche sulla dimensione sociale e politica dell’educazione. In un precedente intervento avevo osservato che “non c’è democrazia senza dialettica; non c’è dialettica senza educazione. La consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza del confronto politico, l’abitudine alla civile discussione che dovrebbe caratterizzarlo e alle sue regole, e, soprattutto, la capacità di riempire questo dibattito di idee e di progetti validi e innovativi, ebbene tutto questo può essere trasmesso solo da un solido processo educativo”. In tal senso, l’educazione è un processo permanente, che dovrebbe caratterizzare, sì, l’intera esistenza, ma particolarmente il periodo scolastico, in quanto momento costitutivo e formativo di base della persona umana, nel quale andrebbero poste le basi del pensare critico e dialettico. Se – come avevo osservato nel precedente articolo – la società civile e la stessa democrazia si nutrono della linfa di questo dibattito critico, senza il quale è alle porte la deriva autoritaria (in qualunque forma essa si manifesti), l’abitudine alla fatica del ragionamento – più che all’applicazione delle tecniche – va messa in atto proprio nel periodo della formazione scolastica e universitaria. E in vista di questo obiettivo le discipline umanistiche possono rivestire un ruolo davvero importante, sia come ambiti prediletti in cui il sapere si fa vita quotidiana, sia come strumenti in grado di fornire la dimensione storica e culturale all’educazione dei cittadini. 
Un formidabile esempio – lontano nel tempo, ma pur sempre attuale – del valore dell’educazione a fini sociali e politici è rappresentato dalla democrazia ateniese del V secolo a.C., nella quale l’esigenza di una formazione della cittadinanza e delle nuove classi dirigenti fu raccolta soprattutto dalla Sofistica, promotrice al contempo di un vivace dibattito politico e di un rinnovamento delle categorie culturali e sociali dell’epoca. L’emergere di una società ben più complessa di quella delle epoche precedenti, l’affermarsi di importanti interessi economici nell’ambito del Mediterraneo, l’allargamento della partecipazione dei cittadini alla vita della città e dello stato resero necessaria, in qualche modo, l’introduzione di una attenta politica educativa, per evitare il rischio dell’incompetenza della classe politica. È significativo anche che, a fronte delle ben note degenerazioni a cui andò incontro la Sofistica, che contribuirono a far declinare lo stesso potere di Atene, il progetto platonico di città ideale – che intendeva per molti aspetti contrapporsi al modello sofistico – pose anch’esso al centro della sua attenzione la formazione dei ceti dirigenti. Dunque, non solo in un clima politico di relativa libertà (l’Atene del V secolo), ma anche in un progetto di stato meno elastico e forse (spartanamente) più “irreggimentato” rispetto alla dinamica Atene periclea, l’educazione giocava un ruolo decisivo. 
Educare i cittadini al pensare dialettico e critico rappresenta dunque, tanto più, un dovere in una società che si definisce “democratica” e nella quale la responsabilità che ricade sui cittadini è maggiore rispetto alle forme di governo autoritario. Se il potere decisionale – direttamente o indirettamente – è nelle mani dei cittadini tramite il diritto di voto e la libertà di parola, il solo modo per riempire di significato la vita politica è educare le coscienze civili all’arte del ragionamento e al senso di responsabilità in vista del bene comune, alimentando un dibattito che non può mai venire meno. 
Pertanto, si potrebbe concludere, l’essenza ultima della democrazia – più che di altre forme di governo – sta nell’educazione che i cittadini dovrebbero ricevere e mettere in pratica per tutta la vita, ma particolarmente nel momento della loro formazione di base, scolastica e universitaria. Ecco perché, in una “democrazia” degna di tal nome, il comparto scuola-università-ricerca deve costituire uno degli assi portanti del “sistema-paese”, per rafforzare la coscienza civica dei cittadini, per evitare derive autoritarie, per rispondere in modo sempre più adeguato alle esigenze dei diversi contesti. In tal senso, il momento di “stagnazione” di cui sembra vittima il “Paese-Italia” dovrebbe essere messo in relazione anche con le difficoltà del sistema generale di formazione, di cui le illegalità, le intolleranze, la cattiva amministrazione e altri mali che colpiscono il nostro paese, sono forse alcune delle manifestazioni. Ma, come si è detto, le responsabilità di ciò non andrebbero confinate al mero sistema educativo, ma sembrano ricadere – in alcuni casi anche per precisi interessi – su più vasti settori della società.
 
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