Laicità e spazio 
in questione

di Carla Canullo





Che cosa significa orientarsi nel pensare? chiedeva Kant intervenendo nella polemica su Spinoza che vide protagonisti Jacobi e Mendelssohn e i cui termini possono essere così riassunti: mentre Jacobi, mettendosi al seguito delle ultime parole di Lessing, sosteneva che l’unico razionalismo possibile fosse lo spinozismo e il conseguente nichilismo, ponendo l’alternativa tra Dio e il nulla e sostenendo che a Dio si potesse giungere solo con il salto mortale della fede, Mendelssohn si faceva sostenitore di uno spinozismo razionalista puro e non ostile alla morale e alla religione. Kant interviene criticando entrambe le posizioni e giudicando degenerazioni dell’uso della ragione sia il dogmatismo di Mendelssohn, sia il fideismo di Jacobi. Di qui, la necessità del pensiero di orientarsi. Ora, «orientarsi significa nel senso proprio della parola: da una regione del mondo che ci viene data (noi dividiamo l’orizzonte in quattro regioni), trovare le regioni rimanenti», cosa per cui occorre innanzitutto il «sentimento di una differenza nel mio proprio soggetto, e alludo a quella fra mano destra e mano sinistra», sentimento perché «questi due lati non manifestano esteriormente, all’intuizione, nessuna percettibile differenza». Questo concetto di orientamento, geografico, è basato, dunque, su un “sentimento” che rende possibile il giusto orientamento. Difatti, nell’ipotesi assurda che «si rovesciasse da Ovest ad Est il verso di questa disposizione, conservando tutti gli astri peraltro la loro forma e la loro disposizione gli uni rispetto agli altri» persino l’astronomo resterebbe disorientato se si attenesse solo a ciò che vede e non a ciò di cui ha sentimento. E il fatto stesso che nel tracciare devo saper distinguere, a prescindere da elementi concreti, il movimento che compio in un senso (ad esempio da destra verso sinistra) dal movimento che compio nel senso opposto, prova che mi oriento grazie al sentimento prima ancora che per il tramite di dati oggettivi. L’ampliamento di questa definizione conduce Kant verso un orientamento in generale, «cioè puramente matematico, in uno spazio dato». Anche qui è un principio soggettivo di distinzione a permettere l’orientamento, poiché se mi trovo in una stanza buia e riesco ad afferrare un oggetto, riesco anche ad orientarmi, e dunque a cogliere la mia posizione, non per l’oggetto afferrato ma per la mia capacità soggettiva di orientarmi. Il terzo momento è l’estensione dell’idea di orientamento alla facoltà del pensare. Quando la ragion pura vuole estendersi oltre tutti i confini dell’esperienza e «non trova assolutamente nessun oggetto d’intuizione, ma solo un mero spazio», non trovando alcuna massima determinata cui sottomettere i suoi giudizi, «li sottomette seguendo unicamente un principio di distinzione soggettivo», il quale non può essere altro dal bisogno proprio della ragione. Kant individua la bussola che permette l’orientamento nella fede razionale, grazie alla quale è possibile evitare di cedere tanto alle tentazioni del dogmatismo quanto a quelle del fideismo. 
Le questioni sollevate da questo testo si estendono ben oltre lo scopo per il quale rapidamente le citiamo. Perché è importante orientarsi? Kant ci dice che grazie alla bussola della fede razionale è del tutto compatibile ammettere che la ragione speculativa, sebbene non arrivi a conoscere quell’essere che immaginiamo come Dio, possa pensarlo; di più, se tale pensiero le è negato, essa cade in pericolose fantasticherie che conducono, poi, a conseguenze deleterie anche per l’ordine civile. 
Questo excursus nel testo kantiano, benché i termini della polemica nella quale s’introduce siano (o almeno sembrano essere) cambiati, dà voce ad un’esigenza del pensiero e dell’umana ragione, mostrando come le questioni nelle quali essa s’implica necessitino di un “orientamento”. Ma la laicità è questione di “orientamento”? Ed è necessario “orientarsi” in essa al fine di evitare dannose fantasticherie? È difficile trovare “una” risposta soddisfacente, ma di certo “orientarsi” è un’esigenza della laicità connessa ad un bisogno della medesima, ossia al suo bisogno di darsi in spazi. Al termine “laicità”, infatti, viene spesso associato il termine “spazio” variamente aggettivato: spazio politico, pubblico, etico, laico, comune… Quale spazio, tuttavia? Certamente uno spazio in cui possono darsi confronti ed incontri franchi, liberi, dove diverse posizioni possano scontrarsi per poi, in modo nuovo, trovarsi. Confronti ed incontri espressione di un’esigenza che accomuna ogni uomo che vive nel laos, nel popolo. Un popolo che vive abitando e rigenerando e, dunque, lasciandosi interrogare dal “nuovo” che non teme ma dal quale, anzi, si lascia convocare. Questo suo germinare nel popolo, questo suo essere per tutti e da tutti condivisa è il proprium della laicità e del popolo che di questa fa esperienza e vive in spazi diversi. Ma, di nuovo, quale/i spazio/i? In un passaggio di Ethique et infini, in riferimento a Bergson, Levinas osserva che l’opera del filosofo francese ha portato alla luce una modalità fino ad allora inedita di pensare il tempo, concependolo in modo diverso dal “primato del tempo degli orologi” e scoprendo il tempo della “fisica” come “tempo derivato” dalla durata vissuta. Valutare in che misura ciò sia sostenibile anche per lo spazio è cosa che va argomentata e l’ipotesi che lo spazio pensato dalla fisica sia “derivato” da una spazialità più originaria è certamente complessa. Senza nulla togliere a questa complessità, tuttavia, il dirsi della “laicità” in “spazi” può, forse, rendere possibile anche una nuova definizione dello spazio stesso. “Spazio” che non è un contenitore ma che è esso stesso generato dalla trama d’incontri e rapporti che vi accadono, che si disegna attorno a questi eventi; e “laicità” che, reciprocamente, non è un “oggetto” dai contorni definiti e determinati ma si coagula, si stringe, si precisa negli spazi nei quali si dà, generando in tal modo altri spazi che si costituiscono e rinnovano grazie alla capacità di incontro e con-divisione che anima la laicità stessa. E la laicità è ed ha tale capacità (di con-divisione) perché è la dimensione, il proprium di un popolo che dimora “tra” diverse sfere ed ambiti che - distinguendo senza occludere - implicano, tutti, l’umano. Ed è in questi ambiti che la laicità stessa si con-figura, assume diverse figure o volti che riceve con-figurando al contempo gli spazi nei quali si dà e che essa stessa dà. 
Le implicazioni originali di una laicità che oggi viene da più voci indicata come inclusiva risiedono anche, sebbene non solo, in questa capacità di dare espressione ad un bisogno proprio dell’“umano”, il bisogno di dimorare, abitare e perciò costruire spazi di confronto ed incontro, dove le differenze non siano annullate. Tale bisogno “precede” ed eccede le diverse posizioni che spesso si contrappongono, è necessità di costruire una dimora nella quale l’umano sia potenziato e non censurato. Un abitare possibile in spazi che nascono dall’aggregarsi e dall’incontrarsi, nei quali le opposizioni si danno in interstizi, “tra” che rendono possibile l’accadere di tangenze e di contiguità. Un romanzo di Hans Ulrich Bänziger, Interlaken, offre una figura del nascere e coagularsi dello spazio in e grazie alla tangenza ed incontro delle diverse sfere nelle quali l’umano s’implica. Il Leitmotiv del racconto è l’atopia, ossia uno spazio che nasce ed è riconosciuto come tale per il transito che vi accade, quasi ad essere costituito da una trama di incontri e passaggi ai quali non preesiste; ancora, che distingue, differenzia ma non separa o oppone. Uno spazio che nasce, dunque, da relazioni e collegamenti. Interlaken è una piccola cittadina Svizzera tra il lago Brienz e il lago Thun. Sorge in una zona che è particolare perché sta “tra” questi due laghi, perché li separa pur dando a pensare la traccia di una loro precedente unione, giacché collega due spazi distinti, diversi, ma non irrimediabilmente separati. È una zona che come il “tra” divide ed unisce, crea legami pur non annullando le differenze. E, con ciò, genera spazi che non hanno nulla di già definito e determinato ma si dilatano, restringono, riducono, trasformano e modificano col modificarsi della distanza stessa, del “tra”. Perché la differenza, così come la distanza, non fissa, non cristallizza, non codifica, non chiude ma scava, erode, trasforma continuamente; svolge un’azione carsica, invisibile allo sguardo ma percepibile in ciò che giunge alla visibilità. E a “giungere alla visibilità” sono nuovi spazi (oltre ad un modo nuovo di concepire lo spazio politico, etico, ecc.) più abitabili e fruibili che la laicità contribuisce a generare se e quando si dà, oltre che come principio, come compito. Compito che pur mantenendo distinte le diverse sfere nelle quali l’umano vive (politica e religiosa, pubblica e privata…) ne tenta e segue quei punti di tangenza che, parafrasando Kant, potrebbero essere indicati come il bisogno che spinge ogni uomo a vivere e condividere in modi sempre nuovi e a lui più consoni quei diritti e doveri, quelle verità ed esigenze che costituiscono l’irriducibile dell’umano stesso. Spazi nei quali l’umano vive ed all’interno dei quali la laicità “orienta” e “si orienta”; laicità che è principio e compito che appartiene al laos; un popolo che in terra viventium vive, s’incontra, si confronta ed aggrega.
 
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 SCHIBBOLETH
 
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