Per uno sviluppo sostenibile socialmente ed ecologicamente


di Andrea Ranieri




 
Alfredo Reichlin pone nel suo articolo  su un numero di Argomenti umani le basi di una riflessione di lunga lena, e insieme urgentissima, per situare la nostra riflessione sulla sconfitta elettorale in una prospettiva all’altezza della sconfitta stessa, e capace di riconnettersi all’enorme ambizione – altro che moderatismo! – di costruire un Partito  Democratico dentro la crisi della democrazia e il restringersi degli spazi di azione della politica.
Condivido anche la parte del suo ragionamento  che spiega come sia stato e sia giusto superare un’idea della sinistra classista e arroccata sulle vecchie categorie dell’eredità fordista per proporsi come grande forza nazionale capace di guardare all’Italia e al mondo.
Del resto questo è stato il messaggio più chiaro del nostro programma e della nostra proposta politica. Quel che non siamo più, quel che non vogliamo essere. 
Ma non altrettanto chiaro è parso nel nostro programma e nella nostra proposta politica - e mi pare questo il messaggio più importante dell’articolo di Reichlin – come intendiamo far fronte alla crisi delle culture e delle pratiche liberiste, come superiamo un orizzonte economicista, che mostra la corda quanto le riedizioni del classismo e dello statalismo, ma a differenza di quelle, si dimostra ancora ben vivo e vitale nella sua produzione di ineguaglianze intollerabili, di spreco di risorse materiali ed umane, di messa a rischio della stessa vita nel nostro Pianeta.
C’è la necessità di un salto di qualità nella nostra discussione, e Alfredo ne traccia correttamente le prospettive.
Ma mi chiedo, e questo è il senso di questo articolo, se non valga anche la pena ripensare ad una serie di elaborazioni, di riflessioni, di parole che dentro il movimento dei lavoratori, dentro la sinistra ma con la volontà di parlare a tutti, si sono sviluppate dentro la crisi del fordismo e dello statalismo, e che nell’ansia di essere ben accolti nel club dei liberisti di casa nostra, abbiamo messo da parte. E che possono forse tornare a nutrire di speranza e di azioni concrete, una ineludibile riflessione di portata strategica.
Due di queste parole, pressoché scomparse dal nostro dibattito politico, mi sono particolarmente care: sapere e sviluppo locale.
Al suo posto è tornata in auge la vecchia coppia che ha segnato le culture economiche e politiche del secolo scorso: crescita e redistribuzione.
Una coppia che ha segnato la nostra stagione di governo e i più significativi e spettacolari dei provvedimenti governativi, a partire dal cuneo fiscale, e che abbiamo ritrovata intatta nel nostro programma elettorale.
“E senza crescita, non c’è redistribuzione che tenga”. E’ una delle poche frasi “scolpite” del nostro programma un po’ algido. Gli estensori sembrano trovare un po’ di entusiasmo solo quando si tratta di porre paletti – le inesorabili leggi dell’economia – verso chi immagina frettolosi scenari di giustizia sociale e uguaglianza.
Intendiamoci, non penso che con un programma diverso avremmo vinto. Le ragioni della sconfitta vengono da lontano, e Veltroni ha fatto il massimo possibile per conquistare un consenso difficile.
Non c’era forse, nemmeno il tempo e il luogo per una discussione più puntuale. Ma sarebbe gravissimo quella discussione non aprirla ora che abbiamo davanti una lunga fase di opposizione,  a cui dobbiamo attrezzarci organizzativamente e culturalmente.
Comunque il segnale che è calato sulla testa degli elettori durante la campagna elettorale, è che la crescita probabilmente non ci sarà, la crisi finanziaria ed economica che parte degli Stati Uniti rischia di virare verso la recessione, e comunque marginali sono gli spazi delle politiche nazionali per determinarne la quantità e la durata. Legare la redistribuzione alla crescita se la crescita non ci sarà, farà pesare ancora di più sui ceti più deboli i costi sociali ed umani di una possibile fase di recessione.  Di ridurre le rendite, di spostare ricchezza dai più ricchi ai più poveri, ci sarà bisogno indipendentemente dalla crescita del PIL. 
Di più: le scelte necessarie per ridurre i differenziali di competitività con gli altri paesi – che sono essenzialmente quelle orientate verso l’istruzione, la ricerca, l’innovazione – hanno bisogno di tempi lunghi per dare risultati apprezzabili.
Ma quello schema, urta con ragioni ancora più di fondo. 
La crescita, il produrre di più per consumare di più, o è diseguale – una parte, tutto sommato una piccola parte del pianeta, consuma molto di più di quel che produce – oppure se è eguale e ben ripartita, se l’”american way of life”, quello che Bush considera non negoziabile, e per difendere il quale ha drogato l’economia e messo mano alle armi, si diffonde davvero fra tutti, il rischio con cui abbiamo imparato a convivere può farsi davvero catastrofe. Questo tipo di crescita, per essere sostenibile, ha già dentro di sé il destino dell’iniqua redistribuzione.
2. La coppia crescita-redistribuzione avevo imparato a metterla in discussione nel posto dove sembrava meno discutibile: la CGIL, durante la stagione di Bruno Trentin.
La redistribuzione come asse unico della politica rivendicativa era nel pensiero di Trentin l’altra faccia – la faccia sociale e statuale – di una crescita che divorava territorio, ambiente, ma anche e soprattutto l’intelligenza e la creatività delle persone, le loro “capacità”.
Si redistribuiva “non  la formazione e il sostegno di determinati diritti, ma la compensazione per il loro mancato esercizio”, non capacità – nel lavoro e nella vita – ma il risarcimento per la loro assenza.
Cosa deplorevole anche a fordismo imperante, addirittura masochista quando l’economia sempre più nettamente diventa economia della conoscenza, e l’esercizio o meno di “determinati diritti”, a partire dal diritto del sapere, diventa il fattore fondamentale di inclusione o esclusione sociale, e in ultima analisi condizione stessa di uno sviluppo sostenibile, di un consumo intelligente, di un vivere in cui il merito non sia misurato semplicemente dai beni di cui ci si può appropriare.
Il merito delle persone, il merito dei Paesi. Sottraendosi alla tirannide del Prodotto Interno Lordo come misuratore esclusivo dello sviluppo, e cominciando a considerare indicatori che tengano insieme il buon vivere nel presente, e la possibilità di guardare al futuro, Amrtja Sen ci ha spiegato come per i Paesi in ritardo di sviluppo l’indicatore cento volte più potente del PIL è il grado di istruzione delle donne.
Ricordo lo stesso Montezemolo affermare di recente con decisione la correlazione sempre più stringente fra produttività e consumo culturale, tra sviluppo e indici di lettura dei Paesi e dei territori. Peccato che non l’abbia più detto, dopo quella memorabile assemblea degli industriali editori.
Non c’erano ancora, ai tempi in cui con Trentin si gettavano le basi del sindacato dei diritti,  le capability di Sen.  Si ragionava con Dahrendorf; sugli  “entitlement”, i nuovi diritti fondamentali che si affermavano nella coscienza collettiva e nella stessa legislazione, e le provision, cioè le risorse necessarie per attivarli.
Le 150 ore per lo studio sono state la realizzazione concreta di questa introduzione delle capability nelle relazioni industriali, di un sindacato che richiedeva nuovi entitlement e contrattava le provision  necessari ad esercitarle.
3. La conoscenza, era infatti la chiave di volta di questa ridefinizione del ruolo del sindacato e delle nuove relazioni industriali, in cui la capacità di apprendere – dal mercato, dai consumatori esigenti, dallo spostamento continuo della frontiera tecnologica – era condizione di competitività per le imprese che sceglievano la strada della qualità e della innovazione, ed era il nuovo orizzonte di tutela per i lavoratori, contro i rischi crescenti di obsolescenza professionale, per essere parte attiva, e non vittime, della flessibilità necessaria a reggere le sfide del cambiamento.
Il che non escludeva il conflitto. Su chi si formava e per quanto tempo. Su come costruire un’organizzazione del lavoro capace di apprendimento. E sul grado di coinvolgimento dei lavoratori in questa costruzione. Ma il conflitto  su questo terreno poteva produrre un gioco a somma positiva e non il gioco a somma zero a cui è inevitabilmente condannata la contrattazione redistributiva a valle della crescita data.
In questa visione, forse è l’ultima grande visione  prodotta all’interno del movimento dei lavoratori, capacità e conoscenza spostavano il baricentro delle relazioni industriali e delle politiche del lavoro dai grandi aggregati di interessi alle persone, e dalla prestazione di lavoro alla vita. Ed è proprio a  partire dalla rivendicazione dell’autonomia e della libertà dentro il lavoro dipendente, che è possibile parlare a tutto il lavoro, quello autonomo e quello del volontariato, ai giovani che fanno ricerca e a quelli del privato sociale. 
4. Persona che lavora è persona che abita, che manda i figli a scuola, che torna lui stesso in formazione, le cui potenzialità sono esaltate o frenate dal territorio, dalla sua vivibilità, dalla sua apertura alla partecipazione. 
Il lavoro che si personalizza va’ di pari passo alla personalizzazione del welfare. Possibile terreno di nuove disuguaglianze, ma anche di nuove opportunità. Da esplorare per vie nuove, attraverso il rapporto con  l’associazionismo, col volontariato, riscoprendo le stesse radici mutualistiche del movimento dei lavoratori.
Per Trentin il recupero di “capacità” nel luogo di lavoro, il lavoratore che ridiventa soggetto attivo, si accompagna ad un ridisegno del welfare che trova nella cittadinanza “attiva”, nella partecipazione diretta delle persone alla produzione e alla tutela dei beni pubblici il suo punto essenziale.
Il welfare da questione statuale e redistributiva ridiventa questione sociale e territoriale. Del resto era questo il modo di rispondere alla crisi fiscale dello Stato, nei suoi dati oggettivi, e nella progressiva perdita di legittimazione del rispondere al crescere e al diversificarsi delle domande attraverso l’aumento della pressione fiscale.
I diritti – ce lo dice Vittorio Foa – non sono più intesi come un rapporto unilaterale dell’individuo col  potere, “come se al centro vi fosse un enorme serbatoio di diritti a cui attingere”,   ma relazione dell’individuo con gli altri. I diritti  “capacitanti”- a partire da quello decisivo alla formazione permanente – vivono solo se la persona si attiva per esercitarli, non si possono semplicemente redistribuire, esistono col crescere dei livelli di libertà e di responsabilità della persona. 
5. E’ a partire da una riflessione su come aprire spazi di autonomia e di libertà nel lavoro, su come il cambiamento di paradigma economico e sociale potesse essere vissuto dal mondo del lavoro come un nuovo orizzonte di opportunità, che il movimento dei lavoratori incontrava  l’Europa.
L’Europa di Jacques Delors, che faceva della conoscenza la leva per riformare lo stesso Stato sociale europeo, la leva che poteva tenere insieme competitività e coesione sociale.
Abbiamo ancora molto da fare per sottrarre questa straordinaria intuizione alle ovvietà e alla melassa in cui è stata avvolta.
Per farne un punto di una nuova narrazione del mondo.
Per cogliere la straordinaria occasione offerta dal fatto che quello che viene assunto come il fattore decisivo di competitività per l’Europa dentro la globalizzazione, sia lo stesso necessario a riformare il proprio welfare senza stravolgerlo, e promuovere la libertà e la cultura dei diritti fra i propri cittadini.
Il ritardo a cogliere questo fatto è in gran parte dovuto a il permanere di una cultura centralistica e statalista della nostra politica.  E al perdurare di un primato dell’economia, che perduto Marx,  ritrova nel’economia neoclassica il proprio punto di riferimento.
6. La società della conoscenza si gioca in Europa come elemento indispensabile per stare dentro le grandi reti globali del sapere, e sul territorio come luogo in cui, all’interno di una idea di sviluppo sostenibile, ragione del competere e ragioni dello stare insieme concretamente si compenetrano, e si rafforzano vicendevolmente.
Lo Stato nazione riacquista la sua funzione se le sue politiche sanno essere l’interfaccia  fra il mondo e i territori.
Altrimenti il rapporto Stato-mercato continua a riprodursi attraverso giochi a somma zero.
La stessa sussidiarietà orizzontale, quella che i cittadini, le associazioni, le imprese attuano direttamente per produrre beni pubblici,  è ridotta ad un ruolo sostitutivo del mercato rispetto allo Stato e perde la sua dimensione comunitaria, di cittadinanza attiva radicata nei territori.
L’enfasi delle politiche è, in questa visione, più sullo slegare più che sul connettere.
Slegare è fondamentale. Togliere di mezzo burocratismi, inefficienza, inutili vincoli che pesano sulle imprese e sulle persone, e che hanno frenato gli stessi processi di sviluppo locale, è una necessità.
Ma non basta, se insieme non si impongono le idee e le pratiche di un nuovo connettere, che dalle riflessioni, dalle analisi, dalle verifiche di quel che si è fatto nei territori dello sviluppo locale, può trovare nuovo impulso.
La conoscenza, di questo nuovo connettere, è elemento essenziale.
Lo è stato nei vecchi distretti, come sapere sedimentato nella storia e nella cultura dei territori, lo sarà ancor di più nei nuovi distretti tecnologici, che la politica nazionale deve pensare nella loro valenza strategica, se vogliamo davvero puntare a un riequilibrio settoriale – verso le produzione a più alto contenuto di sapere e a più alto valore aggiunto - in un paese in cui la dimensione di impresa è piccola, e le stesse medie imprese globalizzate hanno un punto di forza nella capacità di fare rete.
E’ stato indagato con attenzione – Trigilia,  Viesti etc. – come nei Distretti tecnologici cambi il mix fra sapere implicito e sapere esplicito e formalizzato; di come cambino gli stessi fattori di attrattività del territorio; del ruolo centrale assunto dalle attività di ricerca e alta formazione, e come questi fattori mutino lo stesso ruolo del  “centro” nel promuovere le politiche di sviluppo locale.
Ma appare altresì indubbio come negli stessi distretti più tradizionali il farsi lungo delle reti e l’allungarsi dalla stessa catena del valore, rendano necessari iniezioni più robuste di sapere formale, costruzione di nuove figure professionali, alta formazione dedicata ai segmenti della catena del valore che la cultura storica dei distretti lasciava scoperti.
Ma se vogliamo che questo avvenga mantenendo e aumentando il capitale sociale complessivo dei territori, quella circolazione di idee e di saperi che ha reso più flessibili, meno segnate dalle fratture del ciclo di produzione fordista, i territori dei distretti, se vogliamo cioè che il rapporto con le reti lunghe del sapere e dell’economia avvenga non per omologazione e riduzione delle diversità, ma mantenendo le specificità dei fattori di successo territoriale, dovremo pensare a come innalzare il livello di cultura generale dei territori, a come tenere insieme il sapere per competere e l’educazione della cittadinanza.
La scuola e l’Università dell’autonomia da qui possono ricevere un nuovo mandato sociale, di portata storica analoga di quello che ricevette quando si trattò di costruire l’idea di nazione, e le condizioni per un mercato nazionale degli uomini e dei prodotti. 
Come interfaccia tra i saperi del mondo e quelli dei territori, come la connessione fondamentale tra competitività  e coesione sociale. Per uno sviluppo sostenibile socialmente e ecologicamente, che rispetto al vecchio gioco crescita-redistribuzione è proprio un’altra cosa.
 
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