La musica per tutti: per una rivoluzione formativa.


di Simona Marchini




	

Ci sono destini “appassionati” cui non ci si sottrae, neanche col buonsenso o la razionalizzazione delle motivazioni contro, o l’indifferenza del mondo che corre altrove. Io mi colloco nell’area di questi destini, ormai accogliendo, accettando e trasformando, ove possibile, la spinta emozionale e affettiva in fatti condivisi. E questo è il secondo momento del fenomeno che io ho vissuto e vivo costantemente, per una specie di vocazione irrinunciabile alla trasmissione, alla condivisione, alla costruzione di edifici ideali.
La musica, passione primaria -fra le altre- della mia vita, mi ha preso la mano dalla nascita, anzi da prima,  quando nella pancia di mia madre ascoltavo i tumultuosi suoni dell’opera. E sono cresciuta tra Violette e Butterfly, intonando con voce bambina arie ardue e commoventi come “Un bel dì vedremo”, o duetti con papà dal “Rigoletto” di Verdi. E poi Mozart, piuttosto che le canzoni d’epoca, ecc. Si cantava molto in famiglia! Beethoven, Bach…
Tra nonni melomani e genitori curiosi del mondo, ho nutrito il cuore di nomi e di parole che hanno “fondato” una struttura d’anima e di gusto, di categorie mentali e spirituali sempre protese verso l’alto, se così si può dire. Non voglio cadere banalmente nell’autobiografia ma cito una piccola storia personale solo per testimoniare quanto la musica sia stata energia e sostegno al mio sviluppo culturale e soprattutto spirituale. Bene, oggi più che mai sento l’urgenza e la responsabilità di farmi tramite di un messaggio:  la musica è “salute” del cuore e della mente, è il balsamo che placa, che rallegra, che mette in comunicazione i nostri livelli interiori di percezione e di elaborazione. La musica è il linguaggio che unisce, che esprime anche senza parole, che apre canali di intuizione profonda, come un riflesso dell’armonia assoluta di cui siamo in cerca da quando nasciamo. Ma, al di là delle apparenti ovvietà, esistono le verifiche tangibili e palpitanti, particolarmente evidenti nell’effetto straordinario della pratica musicale da parte dei bambini. Basti pensare al “miracolo” che un piccolo uomo tenace e ispirato ha prodotto in Venezuela: il maestro Vittorio Abreu ha dedicato la sua vita all’insegnamento della musica (metodo Orff e altri) a bambini e ragazzi, coinvolgendo le famiglie sia nell’impegno alla frequentazione della scuola, sia suonando con figli e nipoti in un’armonizzazione dei rapporti, in  una crescita della qualità della vita unica al mondo.
Bambini cresciuti nella povertà  più umiliante hanno trovato un riscatto, un “centro” sentimentale (e professionale, spesso) della loro esistenza che solo il linguaggio dell’arte può donare. In Venezuela, oggi, esistono 150 orchestre giovanili e la più “matura”, la Simon Bolivar, è stata portata in tournée europea da Claudio Abbado con un entusiasmo e una carica vitale che hanno contagiato tutti gli spettatori, col messaggio tangibile del “Si può (e “si deve”, aggiungo io) fare”. Un altro esempio luminosissimo di funzione educativa è la particolare formazione, già nel 1999, dell’Orchestra Barenboim che comprende musicisti israeliani, palestinesi e dei Paesi Arabi vicini. Il celebre pianista e direttore ha inoltre costituito nello stato di Palestina un asilo musicale e un’orchestra giovanile palestinese. 
Lo stesso fenomeno di rinascita morale ed esistenziale attraverso la musica e le attività artistiche in genere si ripete in molte situazioni di degrado e disperazione presso i bambini africani, srilankesi, balcanici, sudamericani, che trovano anche sbocchi professionali di sopravvivenza. Per esempio ci sono bambini birmani che hanno formato piccoli gruppi musicali e vivono suonando alle feste rituali, religiose o private, tanto per citare un caso. E i nostri bambini? Cioè i figli del benessere, i figli del consumo, i figli della tecnologia e dei media? Se in tre quarti del mondo si muore di fame e di guerre, nel rimanente si muore di vuoto affettivo in senso totale. Per affettività intendendo la capacità di amare cose e persone che fanno parte della nostra “possibilità” di evoluzione, in sostanza la capacità di innamorarsi della vita e di chi, nel corso dei tempi, l’ha resa eterna, scrivendo pagine di bellezza, dono degli dei.  Dove e come questi figli dei tempi trovano le assonanze, la fratellanza, il filo d’Arianna che porta a riconoscersi in un interminabile, universale raccordo dell’anima?
E’ per questa coscienza del problema che io mi spendo con tutte le mie forze, confortate da pedagogisti, educatori, psicoanalisti, per aiutare la nascita di luoghi di riferimento in cui i giovanissimi trovino alimenti del cuore, calore per le loro anime in cerca di risposte e di abbracci rassicuranti. Io credo che quando arricchiamo una “centralità” del sentire noi camminiamo forti nel percorso della vita, capaci di rinascere a ogni morte, perché l’immateriale, la luce del pensiero nutrito di bellezza è una energia invincibile, una certezza nel tumulto della storia personale e collettiva.
Il danno della “civiltà dell’immagine”, l’overdose di suoni, parole, stimoli pubblicitari , la “pornografia” dei modelli politici ed estetici, il deserto dei rapporti affettivi nelle famiglie e nel mondo esterno, ammala le coscienze. Rudolf Steiner annunciava in una conferenza del 1919 “epidemie di follia” ai nostri giorni dovute allo scollamento tra io e coscienza per la seduzione dell’apparire portata alle estreme manifestazioni. Mi sembra che siamo arrivati a un punto di crisi dell’”umano” non irrilevante! Mi sembra che sia urgentissimo intervenire aiutando le coscienze degli adulti a farsi carico di responsabilità e atti dovuti, luoghi dove i più indifesi imparino ad essere bambini, nel gioco, nell’armonizzazione con gli altri, nei colori e nei gesti dell’appartenenza a una qualità del vivere. Regaliamo loro lo spazio del rispetto profondo di sé, del piccolo altare interiore da amare, abbellire, illuminare ogni giorno della vita. Per sé, per il mondo.
 
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 SCHIBBOLETH
 
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