Laicità e legge 194


di Giovanni Invitto




	La discussione rilanciata da alcuni mesi sulla legge 194, che prevede la depenalizzazione dell’aborto a certe condizioni, di fatto e indirettamente ha riaperto la riflessione sul nesso tra laicità e politica. Non entro nel merito specifico della discussione, ma è indubbio che questa, piuttosto che chiarire le idee, le ha notevolmente confuse e non solo perché personaggi, da sempre portavoce di concezioni della vita che non derivano in maniera in-mediata da convinzioni di fede, si siano provocatoriamente schierati con l’ipotesi della moratoria. Benedetto XVI, in settembre in Austria e in novembre, scrivendo ai vescovi del Kenya, aveva riproposto il problema dell’aborto come “non diritto”: interventi legittimi fatti dal pontefice nell’esercizio del suo magistero. Diversa è la situazione, quando si vuole trasferire quella considerazione dottrinale nella legislazione di uno Stato non confessionale, qual è, appunto, la repubblica italiana. Se il discorso si è riaperto tra i rappresentanti della cultura laica, per ora non si è riaperto in maniera visibile nella cultura di ispirazione cattolica che, già negli anni Settanta, aveva manifestato al proprio interno valutazioni e opzioni quantomeno non uniformi anche su questa legge. La laicità della politica non può essere un  valore condiviso se i cattolici dimenticano non solo i documenti conciliari ma anche testimonianze umane, di fede e di coraggio, che hanno attraversato la Chiesa, pure quella italiana, nell’ultima metà del ventesimo secolo. Non dimentichiamo l’importante episodio dei “cattolici per il no” del 1974, in occasione del referendum sul divorzio. Lì trovammo Scoppola, Gorrieri, don Italo Mancini, Prodi, Bazoli, padre Turoldo e tanti altri sacerdoti e laici. Era una fuoriuscita in massa dalle file della Chiesa? Nulla di tutto ciò: era solo la “civile” distinzione tra la sfera delle scelte personali (in quel caso l’indissolubilità del matrimonio) e i provvedimenti che la politica, nel presupposto del rispetto di tutti i cittadini, può e deve prendere quando esistono evidenti patologie sociali su cui intervenire
 
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