Verità,
Libertà,
Democrazia



di Marco Ivaldo





In un suo notevole libro recente (Sullo spirito e l’ideologia. Lettera ai cristiani, Milano 2007)  Roberta De Monticelli sostiene – a proposito della questione del relativismo – che in realtà sia il relativismo che il fondamentalismo condividono l’illecita assunzione che il vero e il certo coincidano. La mossa davvero cruciale per uscire da questa impasse consisterebbe nel distinguere sempre fra il modo in cui le cose stanno, cioè la loro verità, e la certezza, cioè il riconoscimento sempre fallibile, e sempre provvisorio, che della verità siamo in grado di dare. Mai la certezza che una oggettività esista – anche in senso etico – potrà coincidere con la certezza che ho ragione io, e proprio questa consapevolezza mi spingerà a interrogarmi e a interrogare gli altri, a sottoporre la mia certezza alle loro critiche, a criticare le loro certezze, cioè alla discussione effettiva e alla ricerca in comune della verità. 
Condivido questa posizione e desidero sviluppare a mia volta qualche riflessione. Non solo il fondamentalismo preclude il dialogo – e, in termini politici, la discussione democratica –; anche il relativismo, contrariamente a una opinione abbastanza diffusa, conduce a svuotare il dialogo del suo autentico significato, che è di scambiarsi pensieri e discorsi animati dalla convinzione che vi sia qualcosa di vero da apprendere attraverso tale scambio, qualcosa di consistente che ancora non conosco o conosco solo in maniera approssimativa e precaria. Proprio la convinzione che una verità esista, e che il mio sapere attuale non la esaurisca, rende per me interessante (inter-esse) il cercarla, e pertanto mi fa disponibile ad ascoltare che cosa pensano gli altri, a sottoporre le mie e le loro vedute a riflessione critica, a entrare nella dinamica della argomentazione. E’ la presenza della verità come esigenza del discorso, come imperativo della riflessione, non la sua cancellazione o il suo indebolimento, che rende sensata la pratica della discussione. D’altro lato – come ha messo in luce Luigi Pareyson – fra verità e libertà non c’è affatto opposizione, anzi esiste un rapporto essenziale. Il nostro accesso alla verità, da cercare sempre di nuovo, è soltanto la libertà, già nella figura basilare della libertà della riflessione: la verità non può venire imposta, pena il venire snaturata e smarrire il suo significato; può soltanto venire liberamente riconosciuta. Più che un “oggetto” da definire la verità è un principio genetico di infinite oggettivazioni, è la richiesta e la concomitante condizione di possibilità di molteplici, liberi accostamenti a essa. D’altro lato la libertà, nella sua figura radicale di autodeterminazione e facoltà dell’affermare e del negare, è inseparabile dalla verità come esigenza del discorso e come principio genetico di molteplici interpretazioni. La relativa assolutezza della libertà umana (“relativa assolutezza” è un ossimoro che la filosofia trascendentale di Kant e di Fichte ha più di ogni altra valorizzato) consiste precisamente nel suo potere di affermare e negare, di accogliere o di rifiutare la verità che la appella o che la sollecita al riconoscimento, e ciò sempre in una figura determinata e concreta di tipo estetico, pratico, logico, religioso ecc..                        
Alla distinzione di Roberta De Monticelli fra verità e certezza vorrei accostare adesso una distinzione fra verità e punto di vista. A mio giudizio non sono contraddittorie, come a prima vista potrebbe apparire, anzi sono compatibili e reciprocamente si richiamano due ammissioni: a) che il mio punto di vista, e il punto di vista di ciascuno, non sia il punto di vista, ma (soltanto) un punto di vista; b) che questo individuato punto di vista riguardi nondimeno la verità, ovvero sia giudicato da chi ne è il portatore come un punto di vista vero, anche se con la concomitante coscienza della distinzione fra la verità e la propria certezza di essa (una distinzione – lo osservo di passaggio – che ha anche e precisamente un significato religioso). La prima ammissione sollecita a riconoscere che non siamo possessori della verità e che nessun punto di vista è come tale una totalità intrascendibile, che esclude cioè altri punti di vista sulla verità, i quali certamente non possono ultimamente stare in contraddizione fra loro. La seconda ammissione richiama invece alla responsabilità che abbiamo nei confronti della verità, della verità come richiesta e come principio del discorso, una responsabilità che si esercita già con il dovere di procurarci conoscenze vere e di maturare convinzioni fondate (la convinzione come “tener-per-vero” ha necessariamente a che fare con la verità, non con l’opinione soggettiva), e con l’impegno ad argomentarle erga omnes in maniera appropriata e pertinente, ovvero in modo che esse manifestino consistenza teorica e coerenza pratica. L’esercizio di questa duplice convinzione - che è insieme anti-dogmatica e anti-relativistica - è essenziale per stare nello spazio e della pratica della comunicazione: ci consente di considerare le verità che giudichiamo tali come verità (e non come semplici preferenze personali), e tuttavia ci permette di ammettere che si possa trattare pur sempre di verità parziali, ma stabili, almeno per quanto esse si manifestano nel nostro punto di vista, e perciò suscettibili di integrazione. Da ciò l’apertura al dialogo, che lungi dall’alimentarsi dello scetticismo, per il quale tutte le opinioni valgano lo stesso (cioè infine niente), si fonda sull’interesse per la verità, e perciò sull’interesse a differenziare e a valutare il contenuto delle opinioni    
Sul piano della pratica politica formulerei come una implicazione di questa impostazione teorica quanto segue. Dovrebbero a mio avviso venire distinte due pratiche della costruzione di decisioni consensuali in democrazia: il compromesso e la mediazione. Nella pratica del compromesso un agente concede all’altro di realizzare una parte del proprio pannello di valori, a patto (e allo scopo) che il secondo conceda al primo di realizzare una parte del proprio. Qui i valori degli agenti non vengono posti in comunicazione; ogni parte rivendica il proprio spazio e tende semplicemente a conservare (e, nel caso, a rendere visibile) il proprio patrimonio identitario. Nella pratica della mediazione invece, muovendo dai propri valori - che ogni agente legittimamente giudica veri e autentici, cioè non semplici opinioni soggettive, pur ammettendo la trascendenza della verità sulla propria certezza, di cui parlavo prima - si cerca di individuare un complesso valoriale che possa diventare oggetto di comune riconoscimento e da qui si procede per realizzare quelle parti dei rispettivi disegni che risultano comuni e accomunanti. Alla pratica della mediazione si potrebbe naturalmente obiettare che il complesso di valori riconosciuto come comune necessariamente finirebbe per lasciare fuori di sé momenti o parti significative dei valori di partenza di ciascuna posizione, che invece verrebbero conservati come tali nella pratica del compromesso. Si può tuttavia contro-argomentare rispetto a questa obiezione che il risultato ottenuto attraverso la mediazione, in quanto si fonda in ogni caso su un insieme di valori riconosciuti, può rappresentare un parziale ma reale avanzamento nel bene comune - ad esempio in quanto limita comportamenti arbitrari e dannosi, o produce soluzioni limitate e condivise di questioni rilevanti -, e che tale risultato raggiunto non impedisce affatto che ogni agente che ha praticato con convinzione la mediazione continui a richiamare l’attenzione delle persone sulla costellazione di valori fondamentali che giudica valida, lavorando con gli argomenti e con la concreta testimonianza per conquistarne, se non subito, almeno in prospettiva, il libero consenso. In definitiva la coscienza che la verità esista, che valga la pena di cercarla, che essa si affidi alla libertà, che occorra distinguere, senza separare, fra la verità e il punto di vista, o fra verità e certezza, si collega con una idea di politica come pratica di mediazione, idea assai feconda sempre e in particolare, mi sembra, in contesti differenziati e pluralisti quali i nostri.
 
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