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Appunti per

il Congresso 

del PD

di Marco Filippeschi e Carmelo Meazza

Mentre Bersani introduce la sua mozione congressuale con un noi, quasi con un atto pubblico di fede, “noi crediamo - scrive - nel progetto cresciuto sulle radici dell’Ulivo”, Franceschini sceglie invece l’intimità della prima persona singolare: “Quando ho pensato al mondo in cui si muove il Partito Democratico, la mia mente è stata assalita da una quantità di immagini,(...), con l’aria mesta e raccolta di un educato diario. Marino, il terzo candidato alla segreteria, fa addirittura campeggiare,  in testa al suo piccolo manifesto programmatico, un logo, un po’ superbo, surrogando quello del PD, dove una freccia con la forza di un fulmine indica la strada da percorrere.

Diversità di storie e di biografie impresse nello stile di scrittura di queste mozioni congressuali.

Il noi di Bersani è naturale e coerente con la sua storia. 

Nessuno, tuttavia, può pronunciarlo senza tremare. Che cosa o chi evoca infatti il noi? Noi, chi? verrebbe da chiedere subito a Bersani. Chi è questo popolo che dice noi, sapendo, in vario modo, che tutti i più seri problemi non solo delle sinistre, dei progressisti, dei riformisti, ma in generale delle democrazie in Occidente si concentrano proprio qui: chi è o che cos’è il noinella società in cui viviamo e in cui sempre più andremo a vivere? 

 

Potremmo rispondere noi tutti, tutti coloro che vivono entro certe frontiere, in un certo paesaggio storico e geografico, noi tutti con una medesima lingua, noi che abbiamo sedimentato forme e figure antropologiche, alcune delle quali per primi detestiamo, ma che fanno parte di un ambiente la cui familiarità ci coinvolge nel bene o nel male. Dovremmo dire noi italiani. Il noidi Bersani potrebbe allora declinarsi così: il Pd è il partito di tutti gli italiani, in quanto italiani, nasce per migliorarne le condizioni, il benessere, per proteggerne passato e per promuoverne il futuro. Nasce per difenderne gli interessi nel mondo, per tutelarne l'economia, le imprese, i talenti. Nasce per svolgere un servizio al Paese, all’Italia di oggi. Il noi dunque sarebbe l’interessedell’Italia e degli italiani. Per Bersani è il punto di partenza e di arrivo e questo fa la differenza. 

Tuttavia in questa giusta retorica qualcosa non funziona, gira a vuoto, resta senza fiato, delude le attese più autentiche. Questo noi resta ancora troppo generico e confuso e non risponde a troppe domande. 

 

La prima difficoltà è che gli italiani sempre meno si autopercepiscono come un noi. Sempre meno si si riconoscono nell’identità di un comune destino. Ricondurre tutto questo, come si sente fare in questi giorni, esclusivamente a quel deficit risorgimentale che ha reso sempre problematica l’identità nazionale e statuale dice solo in parte la verità. Questa spiegazione non è sufficiente a raccontare compiutamente la difficoltà di riconoscersi in un noi, neppure se la aggiornassimo con gli ultimi capitoli di una questione settentrionale diventata leghismo con la sua cultura di secessione diffusa sempre più come un veleno, o il fallimento di tutte le stagioni del meridionalismo con il declino di capitali storiche della questine meridionale e la loro incredibile trasformazione in un leghismo siciliano. Questa crisi dello stato e della nazione rende difficile riconoscersi dentro il noi di un destino comune e mobilitare per un bene comune, per un bene dell’Italia. Naturalmente non è sbagliato fare appelli al senso di responsabilità nazionale, richiamare le memorie. Tuttavia per questa strada si può perdere di vista qualcosa di essenziale. Il noi da tempo si è spostato fuori dai confini degli stati e delle nazioni, oppure si è immiserito, ristretto a piccole patrie, spesso senza riferimenti profondi alla storia, spesso come soggezione alla disgregazione sociale, vertigine per le trasformazioni più repentine o, come sterile pulsione per sfuggire al peggio che trascina un paese al declino, anche alle incrostazioni burocratiche delle democrazie e alle dissipazioni dei welfare.

 

Ci limitiamo ad evidenziare un aspetto che ci pare molto importante.

Un partito che oggi si concepisse dentro il perimetro dell’ordinamento statuale o all’interno di ciò che ancora resta dell’identità nazionale compirebbe un passo nella direzione sbagliata, inversa rispetto a quella che sarebbe necessario per farsi interpreti del noi di cui parla Bersani. Se il riformismo di cui tanto si discute vuole avere efficacia, se vuole davvero attraversare gli incroci decisivi del nostro tempo, dovrebbe sapersi collocare in un centro radicalmente diverso rispetto a una lunga tradizione. Questo nuovo centro dev’essere la comunità dell’Europa. Naturalmente occorrerebbe subito distinguere l’Europa dalla retorica dell’europeismo a cui siamo abituati. Dovremmo subito aggiungere: l’Europa non è ciò che si sta realizzando nel nostro continente, e se continua così la sua unità politica sarà un obiettivo sempre più remoto.

Se il riformismo non vuol essere una parola vuota e impotente non può che coniugarsi con un’idea forte e radicale dell’Europa, capace di spezzare molti legami, anche con una certa violenza, edificandone altri, completamente nuovi, consapevoli, ripetiamo che le forze dominanti non spingono in questa direzione e non è sufficiente anche una forte consapevolezza dell'urgenza di tutto questo per renderlo possibile. L’Europa non è ineluttabile come forse è ineluttabile un certo declino con cui dovremo sempre più misurarci nei prossimi decenni. 

 

Non sorprende più di tanto il modo con cui le élites dell’Occidente stanno elaborando la crisi profonda dell'economia capitalistica. In qualche modo sono espressione esse stesse della crisi di cui dovrebbero essere coscienza critica e questo forse spiega perché prevalgano le formule più consuete, gli scenari di sempre, le nozioni più familiari e rassicuranti. La stessa cultura della tradizione critica appare cauta e guardinga, ha nella memoria l’enfasi di una retorica della crisi su cui ha costruito la militanza e le profezie nel corso di oltre un secolo e preferisce tenere bassa la voce e guardare non oltre i confini di casa, con uno sguardo sindacale più che con uno sguardo politico.

Eppure basterebbe solo un po' di disincanto per cogliere l’ampiezza, la profondità e soprattutto la novità di questa crisi. Intanto bisognerebbe partire da un’osservazione di fondo: una crisi come questa accade per la prima volta in Occidente. Nella lunga storia del capitalismo in quella parte del mondo che denominiamo Occidente, per la prima volta si pone il problema della perdita del primato mondiale. Non era mai accaduto prima e questa novità dovrebbe essere accolta in tutta la sua dirompenza, insieme con il sistema di effetti che porta con sé. Il capitalismo ha vissuto tante volte un crisi di sistema, in tante circostanze è entrato in contraddizione con se stesso portando alla rovina ordinamenti statuali e sociali, redistribuendo poteri e ricchezze, riconfigurando l’equilibrio tra le classi sociali, di volta in volta promuovendone alcune ed emarginandone altre. Si è giunti persino a pensarne l’esaurimento storico, la sua inevitabile fine, la sua eterogenesi in una società finalmente liberata dalla proprietà privata dei mezzi di produzione. Il capitalismo conosce bene la natura della crisi, anzi l’ha conosciuta così a fondo da autoconcepirsi, almeno nella elaborazione delle ideologie in cui afferma la sua egemonia, come il sistema più adatto a trasformare la crisi in progresso, così come i vizi privati in pubblica utilità. La crisi è stata sempre comunque interna al capitalismo e il capitalismo a sua volta è stato organico e comunque espressione del primato economico, culturale e tecnologico di un blocco di nazioni, a loro volta espressione di una civilizzazione che ha avuto la sua matrice in quella complessa combinazione di fattori che nel centro del Mediterraneo hanno condotto le culture ebraiche, cristiane, islamiche, greche ad incontrarsi in forme e figure che non hanno cessato di espandersi e in vario modo di imporsi. Fino a ieri le crisi del capitalismo stavano all’interno di questo orizzonte, stavano all’interno cioè di questo primato. Da alcuni anni non è più così. Il declino viene per la prima volta da una forza il cui cerchio è assai più largo dall’orizzonte che ha dominato negli ultimi secoli di storia mondiale. 

In questa forza c’è qualcosa di estraneo che facciamo una enorme fatica a delineare e che pone problemi e sentimenti completamenti nuovi. Le potenze asiatiche, e in particolare la Cina non sono semplicemente una eco amplificata del capitalismo occidentale, non sono semplicemente un boomerang. In ogni caso almeno per ora smentiscono un assioma ideologico del capitalismo e cioè che il ciclo della valorizzazione sia possibile solo esclusivamente nel quadro di istituzioni liberaldemocratiche e comunque nelle coordinate di un mercato aperto e concorrenziale. Ciò che sta accadendo costringe a ripensare alcuni luoghi comuni e si potrebbe iniziare a riflettere sul fatto che nello spirito del capitalismo cinese non si può trovare, nel suo fondo, un’etica protestante le cui varianti innumerevoli, in vario modo, hanno marcato l’antropologia dell’homo economicus europeo e americano; per la prima volta nella storia degli ultimi secoli una straordinaria generazione di valore economico e tecnico-scientifico non ha una memoria ebraico cristiana, viene per così dire da un’altra radice, da un innesto di radici che non capiamo facilmente. Così come dovremo riflettere sul fatto che la forza imperiale di un’espansione economica e commerciale avrà come Umwelt, un codice linguistico non facilmente assimilabile, certamente non esposto, confidenziale e saccheggiabile come è stato ed è l’anglo-americano. Avremo a che fare dunque con una potenza dominante che utilizzerà l’angloamericano ma non parlerà in angloamericano e non possiamo dire oggi quali effetti potrà generare questo retroterra così difficilmente accessibile. In ogni caso sono questioni e temi che meriterebbero di stare al centro della riflessione generale; in ogni caso sono più che sufficienti ad evidenziare l'enorme ritardo e debolezza della cultura politica europea a rispondere alle grandi sfide del nostro tempo.

 

Se dunque la crisi non è una semplice caduta congiunturale le risposte non possono essere di tipo tradizionale. Il punto fermo sembra essere il seguente e lo dimostra tra l’altro la stessa forza dell’economia cinese: la politica avrà un ruolo sempre più indispensabile e reclamato per affrontare le sfide di un mondo globalizzato e nell’immediato per affrontare gli effetti devastanti della crisi economica e sociale. Le risposte risolutive non potranno arrivare né dal mercato né da una rinnovata ideologia neocapitalista. Proprio in Europa tuttavia la politica esprime l’impotenza e  la crisi della democrazia. Come sappiamo questa impotenza ha molte cause ma la più importante di tutte è data dallo squilibrio tra la globalità dei problemi, la necessità di risposte che spesso devono ribaltare qualità e finalizzazione della crescita, facendo fruttare l’aderenza delle politiche all’ispirazione di un’etica della responsabilità che chiede politica, democrazia funzionante, e la regionalità o la territorialità spesso inerme delle istituzioni della politica. Questo squilibrio è particolarmente acuto e grave proprio in Europa. Se questo squilibrio non verrà sanato al più presto, immaginando nuove istituzioni della politica, le conseguenze per i paesi più deboli come il nostro potranno essere devastanti. In fondo, le risposte nuove di Barack Obama sono possibili perché espresse in un paese grande, saldato in un patto federativo forte, retto da una democrazia funzionante, seppure quel paese sia epicentro e motore primo della crisi.

 

Basterebbe questo per motivare un riformismo radicale. Mentre la crisi economica è così impetuosa e detta un’agenda di interventi immediati, in una situazione nella quale gli Stati nazionali sembrano riacquistare un nuovo vigore può sembrare fuorviante e persino dilatorio questo riferimento all'Europa. Potrà sembrare una inutile distrazione dalla concretezza immediata dei problemi del momento. E invece si dovrebbe trovare la forza per dimostrare esattamente il contrario. Ri-centrare il noi di Bersani in una idea radicale d’Europa significherebbe impegnarsi in un ordine di priorità in cui alcune proposte dovrebbero guadagnare una speciale urgenza anche quando potrebbero apparire distanti, inattuali, irrealistiche, o persino impossibili. Se le generazioni che ci hanno preceduto avessero immaginato il loro presente e il loro futuro con il coraggio e l’audacia con cui noi immaginiamo il nostro presente e il nostro futuro non avremmo avuto la divisione del potere, le istituzioni parlamentari, il suffragio universale, il voto alle donne, per citare quasi a caso alcune conquiste di cui non siamo disposti a fare a meno. Se oggi avessimo il medesimo coraggio e la stessa audacia chiederemmo che i cittadini europei votino per il Parlamento europeo fuori e oltre le quote nazionali, dentro collegi che rompano finalmente con i confini degli attuali Stati. Chiederemo con forza, con un po’ di forza rivoluzionaria, che questo Parlamento eletto a suffragio universale europeo esprima un governo di tutti e per tutti, produca politica e politiche per tutti, dia risposte nuove a bisogni fondamentali nuovi. Un pensiero radicale dell’Europa implica anche, tra le altre cose, una riforma dei partiti, una loro dislocazione e un’apertura senza precedenti almeno per la recente storia; implica, in altri termini, un’effettiva transnazionalità di iscritti e di classe dirigente. Un partito dell’Europa non può che essere un partito europeo. Qualcosa di più, di molto di più rispetto alle logiche di semplice coordinamento con cui gli attuali partiti si organizzano. Tutto questo presenta ostacoli formidabili, sono lì evidentissimi, e tuttavia è l’unico concreto orizzonte di un riformismo responsabile ed efficace. Dobbiamo convincerci che solo un partito ricentrato nell’orizzonte di un’idea radicale d’Europa sarebbe capace di interpretare al meglio un ruolo non subalterno nella crisi della democrazia italiana. Non dovremmo dimenticarci mai che l’Italia appartiene a quelle aree del Continente che subiscono il contraccolpo più pesante dell’impotenza europea. Da noi gli effetti di un’Europa che si limiti alla logica di Bruxelles sono molto più destabilizzanti e incontrollabili. La dimensione del noi nel nostro Paese è sempre più precaria, logorata e instabile e non basteranno certo le celebrazioni per il prossimo anniversario dell'unità d’Italia per rimediare. 

 

Nel riformismo socialdemocratico europeo non ha mai avuto molta rilevanza l’unità dell’Europa. Il grande compromesso tra capitalismo e democrazie si è realizzato sul terreno stabile dello Stato nazionale dove la lotta di classe poteva essere abbandonata in cambio di un lavoro stabile, tutelato, professionalmente gratificante, con una pensione dignitosa in un quadro in cui poteva apparire realistica una progressiva estensione del diritti di cittadinanza e di mobilità sociale.

Il riformismo socialdemocratico è stato tra gli attori principali di questo grande compromesso il cui presupposto risiedeva nella possibilità di un intervento efficace da parte dello Stato sulle variabili fondamentali di economie in espansione e in crescita. Esso dunque si è in gran parte concepito entro l’area di coincidenza di statualità e nazionalità ed è naturale che il tramonto di questo quadro di riferimento comporti una sua crisi profonda e drammatica. L’impotenza della politica ad affrontare le crescenti emergenze non può che incidere sulla forma stessa della democrazia parlamentare destabilizzando gli stessi equilibri costituzionali. Questa impotenza generale in Italia si somma come sappiamo ad un degrado generale delle realtà della politica nel suo complesso fino al punto che la stessa costituzione di un partito come comunità politica con una comune appartenenza dal Nord al Sud del paese non è scontato e incontra ostacoli formidabili in particolare in quella regionalizzazione del potere di cui si parla troppo poco, destinata a crescere in intensità e in forza destabilizzante. Le sovranità si trovano a non avere istituzioni e molte istituzioni sono senza sovranità. L’emergenza continua determina una costante disponibilità all'eccezione che Berlusconi interpreta, come sappiamo, imponendo una logica di sovranità regale. Guai a non comprendere che essa è insieme un effetto e una causa o si potrebbe anche dire un farmaco e un veleno. Da un lato contribuisce a portare la crisi della politica ancora più a fondo, impedendo, tra l’altro, l’emersione di leadership naturali e dall’altra si risponde nella logica costante di un commissariamento dell'emergenza. Gli italiani però potrebbero preferire  tutto questo se l’alternativa è quella di una democrazia impotente, bloccata, dispersa, senza capacità di decisione. Ecco perché non è sufficiente un’azione di semplice denuncia e protesta e diventa necessario porre la crisi della democrazia al centro di tutto, di un progetto di radicale cambiamento che dia un’identità europea forte al partito che lo impersona.

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