Servitù
volontarie
di Massimo Adinolfi
“E' così che gli uomini tutto desiderano eccetto la libertà, perché forse la otterrebbero semplicemente desiderandola”.
Che strane parole! E come suonano lontane dalla nostra esperienza! La prima cosa che fanno tornare alla mente, è la scena del Grande Inquisitore, nel terribile poema che Ivan Karamazov racconta a suo fratello Aleša. In una Siviglia messa a ferro e fuoco dai furori dell’Inquisizione, gli uomini hanno deposto ai piedi della Chiesa la loro libertà, poiché ne hanno paura. Cristo, tornato di nuovo sulla Terra per resuscitare i morti, è messo sotto accusa dal vecchio cardinale, che gli imputa di avere aggravato gli uomini del peso insopportabile della libertà, invece di impadronirsene, e di avere rifiutato gli strumenti del dominio politico e teologico: il miracolo, il mistero, l’autorità. Ma “il regno della pace e della felicità” comincerà solo quando gli uomini rinunzieranno alla loro libertà, prostrandosi dinanzi al mistero dell’autorità. Saranno allora sfamati, e felici non tanto di avere del pane, quanto di riceverlo da mani altrui. Saranno infine felici di essere servi.
Quelle parole, però, erano state scritte già molti anni prima, anzi secoli prima, da un giovane magistrato francese, Etienne de la Boétie, che prima dei vent’anni stese un breve Discours de la servitude volontaire, rimasto per un bel pezzo inedito per volontà dell’amico che ne volle raccogliere l’eredità, Michel de Montaigne. Siamo agli albori della modernità, in una Francia scossa dalle guerre di religione, e il giovane Etienne non può fare a meno di chiedersi come sia possibile che gli uomini siano così “ammaliati e affascinati dal nome di uno solo”. Com’è possibile che ci si getti da soli, per spirito gregario, ai piedi del tiranno di turno? Com’è possibile che si sia felici di servire? Com’è possibile amare la sottomissione? Etiénne de la Boétie non rinunciava a cercare le ragioni, e di lì a un paio di secoli la fiducia che dove non vi sono ragioni vi è una forma di dominio che, in quanto irrazionale, è destinata a venir giù, si diffonderà. E sarà l’illuminismo, il costituzionalismo, la democrazia liberale.
Ma per quanto lontani possiamo sentirci da quelle inquietudini, nell’orizzonte che ci appare ormai in linea di principio universale della liberaldemocrazia, per quanto a nostro agio possiamo trovarci oggi, nello spazio occidentale dei diritti civili e politici nel quale agli uomini non è più chiesto di servire, non possiamo né dobbiamo credere che sia stata definitivamente superata ‘la scena originaria’ che scuoteva Ivan di un brivido teologico, e forse suggeriva a la Boetie una pratica di disobbedienza politica. Non possiamo né dobbiamo illuderci che non esista alcuna strana dissimmetria, alcun disequilibrio nelle relazioni tra gli uomini, nelle forme del consenso politico, e più oscuramente nei traffici del desiderio, e che uguaglianza e diritti fondamentali non rappresentino una conquista da strappare sempre nuovamente alla storta natura dell’uomo. Certi diritti sono naturali, noi diciamo, ma ovviamente nulla sappiamo della natura che immaginiamo generosamente diritta come i nostri diritti. Dimentichiamo così che quella bella natura in cui diritti si compongono con diritti, in modo che qualunque stortura possa essere in linea di principio raddrizzata in condizioni di parità e di uguale libertà per tutti, è in realtà una costruzione storica: sicuramente preziosa, ma purtroppo precaria.
Ma che si fa quando qualcuno ce lo rammenta di nuovo, facendo esercizio della sua libertà per sottomettersi, per servire volontariamente? Non si tratta, naturalmente, di lontane questioni politico-teologiche, ma di problemi molto concreti, in cui ci imbattiamo quotidianamente. Le donne islamiche portano il velo. Come ha giustamente ritenuto il ministro Amato (cf. Reset, sett./ott. 2007) quando esso non sia imposto ma liberamente scelto, la legge dello Stato non può intervenire per proibirne l’uso.
Ma alcune donne islamiche portano il burqa; coprono interamente non solo i capelli, ma tutto il volto. Anche il burqa ha un valore simbolico, anche il burqa è legato ad una certa tradizione, anche il burqa è un segno di appartenenza alla comunità. Il fatto è che però la tradizione, di cui il burqa è il simbolo, è una tradizione di discriminazione e sottomissione della donna – il che ci istruisce perlomeno sul fatto che nessuna tradizione, per il solo fatto che è appunto tale, merita di essere apprezzata e riconosciuta. Ma che si fa quando si desse il caso di una donna che, interrogata, rispondesse di avere deliberatamente scelto, e in piena convinzione, di indossare il burqa? Il burqa non danneggia nessuno, fuorché chi lo indossa. (Se qualcuno sollevasse ragioni di sicurezza, la necessità – ad esempio - dell’identificazione, lo pregherei comunque di considerare il caso, sempre possibile in linea teorica, che tali ragioni non sussistano, e che da qualche parte esista ad esempio una comunità assolutamente pacifica e non violenta, che tuttavia copra interamente il volto della donna). Per vietare l’adozione della copertura integrale, occorre allora fare un passo alle spalle della superficie liberal-democratica dei diritti individuali, e giudicare che una donna che così rispondesse si troverebbe in una condizione di servitù volontaria, dalla quale bisognerebbe strapparla: nonostante sia, appunto, volontaria. E ciò, naturalmente, comporta l’esercizio di una qualche forma di violenza, per quanto benefica.
Ripeto: sembra un caso di scuola, ma non è affatto così. L’intera storia dell’emancipazione dell’Occidente è segnata da simili casi. Non è una storia facile, se nel suo ultimo tratto novecentesco, la violenza richiesta per strappare l’uomo alla sua servitù volontaria, ha finito col produrre il suo rovescio: non la perfetta libertà ma il più grande asservimento. Le grandi rivoluzione del ‘900, e le più esigenti richieste di obbedienza sono sempre state avanzate in nome della libertà: di quella ‘vera’, naturalmente, di quella a cui l’uomo va ricondotto strappandola se è il caso anche alla sua volontaria servitù. Ma se vietare il burqa è comunque necessario per l’affermazione dei diritti della donna, per quanto orrendo sia stato e possa ancora tornare ad essere l’uso di una violenza a fin di bene, la semplice possibilità che quel divieto rappresenti una violenza nei riguardi dell’espressione individuale della volontà della donna, che si è liberamente sottomessa al velo, deve ricordarci che la democrazia liberale non è affatto un orizzonte pacifico e naturale, che si è lasciato alle spalle una volta per tutte la storia dei conflitti degli uomini, e che non è affatto autosufficiente, ma è anzi di per sé solo incapace di trattare, in coerenza di principi, casi come quelli della servitù volontaria, che sembrano richiedere un investimento politico più ampio e più forte della pur fondamentale cornice di diritti individuali.
E anche se il ‘900 sta lì a ricordarci quanto sia pericoloso ammettere che il grumo del politico non si scioglie mai del tutto in una pacifica e serena civiltà giuridica, ed anche se, peraltro, bisogna pur fare a volte come se così fosse, resta tuttavia che per apprezzare la liberaldemocrazia come un bene grande, ci vuole una volontà politica che la ponga (la imponga?) come tale, e che proprio perciò non sarà semplicemente ricompresa in essa.