Rileggendo 
Il senso del fondamento 
di Aldo Masullo


di Armando Rigobello






E’ stato recentemente riproposto il saggio di Ado Masullo Il senso del fondamento, a cura di Giuseppe Cantillo, che ne ha redatto la prefazione, e di Chiara de Luzenberger, cui si deve l’introduzione. Il testo è edito dall’Editoriale Scientifica, Napoli, dicembre 2007. Si tratta di un saggio che risale alla fine degli anni sessanta ma le cui incisive argomentazioni, come osserva Cantillo nella prefazione, sono esemplari nel caratterizzare il contributo speculativo del prestigioso maestro dell’Università di Napoli “Federico II”. Il titolo stesso indica l’orientamento del discorso: la centralità del tema del fondamento e insieme in quale senso possa essere proposto in dürftiger Zeit, un tempo di privazione come il nostro, ma anche nella condizione umana di ogni tempo: la ineludibile domanda sul senso globale che accompagna il sorgere stesso del pensiero filosofico di fronte all’insuperabile limite della morte individuale.

Le argomentazioni di Masullo partono dai limiti fenomenici della kantiana conoscenza trascendentale. Kant supera il dramma attraverso il sentimento morale e il conseguente primato della ragione pratica, ma se non si accetta il dualismo sembra che non rimanga che l’angoscia esistenziale, l’irrazionalità. Masullo invita a superare il dualismo kantiano concependo il trascendentale come il luogo della intersoggettività. E’ la comunicazione con l’altro, anzi con gli altri, che in questo rapporto ridisegna la fecondità dell’agire nel presente e l’apertura sul futuro attraverso la dinamica storica dello stesso processo intersoggettivo. Non si tratta di non riconoscere il limite, né di superarlo postulando un trascendimento in un diverso piano di realtà, ma di immergersi nella fecondità della comunicazione, dell’agire nella trama dialettica sempre aperta del divenire storico. Il trascendimento della soggettività singola avviene sul piano trascendentale della comunicazione e della progettualità intersoggettiva. Si potrebbe dire con Spinoza che la filosofia è “meditatio vitae” e non “meditatio mortis”.

Le difficoltà del dualismo kantiano sono, secondo Masullo, «superabili soltanto se si tiene ben fermo che la filosofia progetta di ricercare un fondamento il quale non possa essere trovato nella sua immediata effettività, ma nella sua dialettica negazione e assenza, trovato nella “memoria” e al tempo stesso nella “speranza”, e in ogni caso come “limite” dell’umana possibilità» (p. 12). Il fondamento colto “nella sua immediata effettività” è quello della metafisica ed insieme della via kantiana del postulato della ragione pratica. L’esperienza fenomenicamente rilevante non è quella dell’empirismo, né quella della sintesi a priori della kantiana estetica trascendentale, ma quella di Diltey e di Yorck von Wartenburg. Il fondamento quindi è compiutamente immanente e dinamico, un orizzontalismo attivo che agisce alimentato dal “ricordo” e sostenuto dalla “speranza”. Potremmo dire che siamo di fronte ad un pensiero che si situa oltre Kant verso Hegel, ove però la dialettica hegeliana perde la sua compiuta necessità logica e si svolge nella concretezza di una dinamica esistenziale, tra continuità (ricordo) e programmazione (speranza). La tragicità della fine viene esorcizzata in una specie di comunione nella soggettività collettiva e nel tempo storico. Il marxismo rimane come sfondo utopico e come questione di metodo.

Un efficace sintesi del nucleo centrale del discorso la possiamo cogliere nelle ultime pagine del saggio. « L’ angoscia – osserva Masullo – non scaturisce invero dall’anticipazione della possibilità della morte, se non quando l’uomo ha perduto il suo fondamento. Il “sicuro fondamento originario dell’umanità “ è la comunicazione, la comunità vivente che ne fonda e delimita le possibilità» (p. 168). L’eredità della dialettica hegeliana si intreccia con la fondazione dell’intersoggettività della V Meditazione cartesiana di Husserl. Ricoeur ha acutamente osservato che Husserl attribuisce all’intersoggettività quel ruolo che Cartesio attribuisce alla garanzia divina, ma mentre tutta la ricerca fenomenologica ha per Husserl un prevalente valore propedeutico, il carattere dialettico dell’argomentazione di Masullo si presenta come affermazione costitutiva.

La prospettiva di Masullo si situa al centro dei dibattiti sulla situazione culturale, etico-politica contemporanea, il testo risale alla fine degli anni sessanta, a ridosso della grande contestazione. Il discorso di Aldo Masullo sottende particolari situazioni, apre però ad orizzonti più ampi e finisce per delineare quelle prospettive che, per usare una espressione di Sartre, potrebbero essere indicate come “prolegomeni ad ogni futura antropologia”. Nel testo di Masullo il senso del fondamento si oppone alla schizofrenia, la vita umana è riscattata dall’angoscia attraverso l’immersione nel vissuto comunitario. Sono proposte certamente lontane dalla radicalizzazione esistenzialistica del Sartre di Etre et neant, l’uomo di Masullo non è certo una “inutile passione”. Nonostante le apparenze la comparazione è forse più agevole con un altro pensatore francese, Gabriel Marcel. Non si tratta di una convergenza, ma di livelli di discorso che permettono un confronto. Il testo di Marcel in proposito è Abbozzo di una fenomenologia e di una metafisica della speranza (1942). Il nucleo speculativo del discorso di Marcel è condensato nella frase finale del saggio: «Potremmo dire che la speranza è essenzialmente la disponibilità di un’anima così intimamente impegnata in un’esperienza di comunione da compiere l’atto trascendente in contrasto con il volere ed il conoscere mediante il quale essa afferma la perennità vivente di cui questa esperienza offre insieme il pegno e le primizie». Ricordo (memoria), intersoggetività e speranza sono presenti nelle due prospettive, quella di Masullo e quella di Marcel, sebbene l’intersoggettività in Marcel, si radicalizzi come comunione, la speranza venga indicata come “memoria del futuro”, la dialettica si attui attraverso “lo scacco del conoscere e del volere”, accompagnato da anticipazioni e da “primizie”.

La chiave di lettura di questo confronto sta nella differenza tra intersoggettività e comunione: la prima indica un costitutivo rapporto di riconoscimento reciproco, la seconda si richiama ad una esperienza esistenziale al limite della fusione. Per chiarire il senso della comunione possiamo ancora fare riferimento ad una espressione di Sartre, questa volte tratta dalla Critica della ragione dialettica, quella di “gruppo in fusione”, ma la comunione di Marcel non è esposta alla “rocciosa” necessità di una “dialettica costituita” che dissolve, attraverso l’emergere del “pratico inerte”, il gruppo in fusione nella “fraternità terrore”. La intersoggettività e la comunione sono entrambi dei trascendimenti della singolarità personale, ma la prima si concreta nella sfera dei rapporti pubblici e il suo spazio è la società civile, la seconda allude al “corpo mistico”, al “Reich der Gnade” di Leibniz e in qualche modo può anche richiamare il “Reich der Zwecke” di Kant. L’azione cui la comunione dà luogo non è rilevante soltanto sul terreno storico, temporale ma trae la sua forza e la sua giustificazione in un eschaton che trascende “la curva dei giorni”. Anche nella intersoggettività comunicativa di Masullo è presente un coinvolgimento esistenziale, quello dell’eros, forza creativa ove la soggettività personale e il rapporto interpersonale si intrecciano, ma nella comunione di Marcel una trascendentale speranza metastorica accompagna l’impegno: la “poetica dell’agape” e “l’economia del dono”. Sono espressioni di Ricoeur.

La differenza tra un agire intersoggettivo alimentato dal reciproco riconoscimento e dall’etica della comunicazione e l’agire nell’esperienza di una comunione che la morte non può interrompere sono certamente notevoli, ma non mancano convergenze se prendiamo in considerazione l’eros cui allude Masullo, che muove dall’interno la comunicazione ed il suo esercizio etico, e la comunione di Marcel, che fonde le anime in una trascendentale speranza e comporta un esercizio di fraternità. La differenza fondamentale è sul piano religioso più che su quello dell’azione, delle conseguenze operative, per lo meno nelle loro linee più generali. Si può anche richiamare la distinzione che Ricoeur pone tra la fede religiosa, che è la risposta ad un appello, e la filosofia, che è autonoma ricerca. Ma è in uno dei punti più problematici della ricerca filosofica, quello del male nel mondo, che le due posizioni illustrate si differenziano radicalmente.

Nel testo di Aldo Masullo lo spazio del male sembra configurarsi come limite. La “perdita del fondamento”, che finisce per determinare la schizofrenia, è il vero aspetto negativo della condizione umana. Accettare la naturalità del limite (e quindi della morte), immergersi nella terapia della comunicazione, nel fervore del vissuto, è esercizio di etica civile, liberatrice. La speranza è la controfigura della schizofrenia, essa si conquista nel superare la malattia psichica con l’impegno nel tessuto intersoggettivo del mondo umano, delle sue dinamiche. Questo impegno ha un nome antico, è l’eros, inteso nel contesto di una interpretazione immanentistica dell’eros platonico. Il fondamento ritrovato è la dinamica comunicativa, la sua fecondità sociale ed insieme un coinvolgimento erotico nell’azione pubblica.

Con tutta l’ammirazione per l’impegno con cui Masullo ha saputo affrontare il dramma filosofico, e non solo filosofico, del nostro tempo, ci pare opportuno osservare come il problema del male non si possa risolvere dialetticamente, anche perché il male non è solo il timore della morte. “Quest’atomo opaco del male” purtroppo è enormemente più esteso. Il “dolore invendicato”, di cui parla Dostoevskij, è dilagante. L’esperienza di comunione, pur nel pericolo di retoriche evasive, allarga l’orizzonte di riferimento oltre i limiti di paure esistenziali e di cedimenti psichici fino ad abbracciare tutto il dolore del mondo. Questa esperienza di comunione è così intensa da divenire “pegno” e “primizia” di una “perennità vivente”. Questa perennità è il fondamento che “ci precede ed insieme ci fonda”. Marcel generalmente evita di fare esplicito riferimento alla rivelazione cristiana, ma la derivazione dal linguaggio di san Paolo è evidente.

Siamo di fronte al “credo ut intelligam” e all’ “intelligo ut credam” di Agostino? Affrontare la questione nell’ambito di questa recensione sarebbe fuori luogo, dà comunque a pensare l’affinità ed insieme la distanza tra la “perennità vivente” di Marcel, che emerge da una esaltante intensità di comunione, e il fervore della comunicazione che, secondo Masullo, si attua nella puntualità temporale dell’agire. Il  ritrovato fondamento si fonde con l’attualità del presente. 

La differenza tra le due posizioni si delinea chiaramente se si considera il rapporto della speranza con la temporalità. Per Masullo sia il fondamento che la speranza si coagulano nella creativa pienezza dell’azione, per Marcel la speranza è “memoria del futuro”. Il “ricordo” è presente anche nell’agire attuale, secondo Masullo, ma non né essenza del futuro. La speranza “come memoria del futuro”invece inverte il corso della temporalità naturale, introduce nel tempo l’avvertimento di una metatemporealità che, come dicevamo poco fa, “ci precede e ci supera”. La differenza tra le due pozioni speculative è radicale, ma ad entrambe è utile il confronto a partire dall’analisi della domanda di senso, tipica della condizione umana, e da una puntuale comparazione in sede etica del loro concreto esercizio.
 
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