Il PD e il rischio 
delle false partenze



di Andrea Margheri






Il ritmo degli eventi e dei mutamenti politici è così accelerato che fasi diverse si sovrappongono non solo nella percezione popolare, ma anche nelle strategie dei ‘protagonisti’. Così è accaduto che, alla fase del ‘corretto dialogo istituzionale’, si sia sovrapposta nell’azione della maggioranza del governo una fase di contrapposizione dura su questioni di grande importanza ovviamente non sufficientemente bipartisan: come l’immigrazione, la sicurezza dei cittadini, la contrattazione sindacale... Sino alla paranoica ripetizione dell’attacco di Berlusconi all’ordinamento giudiziario e alla magistratura «eversiva» e dell’aggressione personale al capo dell’opposizione. In questa repentina successione di fasi e di scenari la reazione del Pd è apparsa un gioco di rimessa non sufficientemente rapido ed efficace. Anche per il fatto ormai evidente che sono nate o rinate correnti agguerrite di ogni tipo, ancor prima che si consolidasse nel Pd uno spazio istituzionale riconosciuto dove esse potessero discutere, misurarsi, accordarsi. Il gruppo dirigente ha continuato a predicare la prospettiva di un partito senza correnti e senza spazi istituzionali di discussione. Un militante di base come me non può che sperare che dall’Assemblea costituente del 20 giugno possa prendere il via un processo rapido e incisivo verso la costituzione di un’organizzazione politica riconoscibile, capace di raccogliere la spinta di diverse culture progressiste e riformiste in una scelta strategica «chiara e distinta», in una proposta politica unitaria. 
Questo è un passaggio ineludibile: la ‘democrazia senza i partiti’ non è che il punto di arrivo della visione della società e dello Stato che ha ispirato il centrodestra negli anni recenti: è la crisi senza sbocchi della democrazia costituzionale italiana. Del resto, sta prevalendo nei fatti la concezione oligarchica che vorrebbe affidare a un confronto molto personalizzato e verticistico, condotto sempre sul terreno della pura propaganda populistica, il governo del Paese: il centrodestra nelle ultime elezioni ha imposto proprio questo schema. E continua a imporlo in importanti confronti locali, come dimostra il ‘disastro’ siciliano. Disastro per il centrosinistra, ovviamente, ma non solo: il livello della partecipazione scende così in basso che il segnale d’allarme va anche oltre la dialettica tra maggioranza e opposizione, è un vulnus per la democrazia.
Nello schema della ‘democrazia senza i partiti’ che in proiezione coincide perfettamente con tutte le aggressioni dell’antipolitica, pur diverse nei toni e nei riferimenti culturali e antropologici, c’è però molto di più di una concezione istituzionale e di un metodo di gestione del potere. E non c’è solo l’effetto della crisi a tratti drammatica del sistema politico italiano. Quello schema, infatti, si collega al processo di formazione e di consolidamento di una nuova destra europea, alle risposte di tipo tecnocratico o localistico che sorgono dal ventre di un’Europa spaventata dai nuovi equilibri globali, dall’immigrazione, dalle trasformazioni sociali ed economiche, dalla crisi del modello di sviluppo sin qui trionfante. Un’Europa dove si esaspera la disuguaglianza tra una minoranza che la globalità arricchisce e avvantaggia e una maggioranza che vede arretrare il suo peso sociale e le opportunità di vita. Una disuguaglianza a cui il vecchio compromesso socialdemocratico dei secoli scorsi propone spesso rimedi solo parziali e talvolta declinanti. A cui sinora la sinistra di ispirazione socialista ha opposto o una visione caritativa del neoliberismo individualista e privatistico, o la ripetizione dogmatica dello schema del welfare socialdemocratico.
La destra, questa volta, ha anticipato le culture progressiste e riformiste. Ha cercato nuove ricette anche fuori dallo schema liberista.
Il grande stupore che ha accolto l’ultimo libro di Tremonti in Italia dimostra che nel nostro Paese si è stati poco attenti a ciò che è avvenuto in Gran Bretagna o in Francia o in Olanda. E, per la verità, negli stessi Stati Uniti attraversati dallo tsunami della crisi finanziaria. 
Il neoliberismo individualistico e privatista è stato di colpo relegato sullo sfondo come in un museo di auto d’epoca. Al centro è tornato prepotentemente il tema della sinergia, o meglio, della complementarità strutturale della «mano visibile», la politica, e della «mano invisibile», il mercato. Come peraltro è avvenuto orami da molti anni nel campo dell’energia o, più recentemente, avviene nel campo dei prodotti alimentari per la spinta di un duro scontro sociale.
Dobbiamo ammetterlo: la destra del cosiddetto Occidente ha sentito nella crisi del modello di sviluppo finanziario ed economico, che essa stessa ha creato, campanelli di allarme ben più precisi e indicativi di quelli che ha sentito la sinistra, sia nella versione riformista sia nella versione antiglobal.
Ma è anche vero che nelle diverse culture progressiste non mancano gli strumenti analitici e progettuali per comprendere quanto siano inefficaci e pericolose ipotesi tecnocratiche o localistiche, sempre di tipo protezionista, sempre evocatrici di barriere difensive a cui le culture della destra pervengono nei diversi Paesi, con protagonisti diversissimi per personalità, riferimenti culturali, vocazione personale. Se l’elemento unificante delle varie ipotesi è la «difesa del territorio» in una storia già globale, che pone ai popoli europei, come a tutti i popoli, l’esigenza pressante di una governance multipolare e cooperativa per ricreare un’efficace ‘mano visibile’ complementare a una mano ‘invisibile’ oggi congestionta da una crisi finanziaria profonda e di lunga durata, allora tra le ipotesi della destra e la realtà dei fatti si apre un baratro pericolosissimo. Ed è l’Europa stessa, con la sua storia recente e le sue speranze di unità e di iniziativa politica, a essere in pericolo per prima.
D’altra parte, appare ovvio che le spinte a cui la destra dà voce nelle sue ipotesi difensive si contrappongono in modo netto ai principi solidaristici ed egualitari della storia delle grandi democrazie europee. Possono anche, come avviene del resto in Italia, suscitare spinte sovversive di tipo antipolitico e anticostituzionale.
Per queste ragioni, che ho ricordato a volo d’uccello, commettono un gravissimo errore coloro che isolano il personaggio Berlusconi e ne fanno l’alfa e l’omega del centrodestra italiano. Le sue caratteristiche più odiose, come le leggi ad personam o come l’odio e il disprezzo della magistratura, non devono farci velo e impedirci di capire che Berlusconi ha colto processi profondi della società italiana anche per l’originaria ispirazione di Bettino Craxi. E ha saputo, con il concorso di vari esponenti di Forza Italia e della Lega, leggere almeno in parte l’evoluzione della destra europea.
L’alternativa va costruita al livello delle grandi scelte di indirizzo: l’ideale della Repubblica europea e l’impegno per il multipolarismo cooperativo e pacifico, il modello partecipativo della democrazia dei partiti, la rappresentanza del mondo del lavoro nella lotta contro la disuguaglianza, la difesa di diritti umani e civili contro ogni forma di discriminazione. Insomma, la cultura politica che stanno approfondendo insieme gli esponenti più interessanti delle diverse tendenze progressiste e riformiste da Sen a Habermas, a Stiglitz, a Delors, a Fitoussi, al nostro Ruffolo.
C’è una ricerca comune che attraversa tutta l’area progressista e che fa perno, innanzitutto, sulle forze socialiste dell’Unione europea. Come si può pensare di isolarci da quelle forze, di collocare il Pd in un ‘altrove’ astratto e sterile, mentre affrontiamo gli stessi problemi, gli stessi difficili passaggi delle sinistre degli altri Paesi?
Il nostro posto era e resta lo spazio della ricerca comune di una nuova cultura politica.
Ma non è soltanto questione del progetto. C’è negli attuali gruppi dirigenti del Pd una diffidenza verso la partecipazione come metodo politico permanente, verso le strutture comunitarie o necessarie a tale partecipazione, che appare pericolosissima per il nostro futuro. E il peggio è che tale diffidenza viene mascherata con il termine «nuovo», che acquista così un significato sinistro di sconfitta e di rinuncia.
Curioso paradosso è che a questo termine si associa così spesso la parola «dibattito». Cari compagni e amici, le idee in campo ci sono, ma che cosa ne pensate voi dobbiamo ancora saperlo. Il dibattito delle idee non è cosa che richieda, come la propaganda elettorale, annunzi e preparazione, squilli di tromba e mobilitazione dei media. Magari ci si apparta a leggere, pensare e scrivere come alcuni stanno cercando di fare. Anche per dire a coloro che esprimono delle critiche: «Avete torto marcio e vi spiego il perché». Naturalmente bisogna poi spiegarlo davvero.
Mancano ancora sedi riconosciute come quelle dove, al di là della cronaca e delle esigenze quotidiane, la gente si cimentava a ‘pensare insieme’. Forse quei luoghi dove ‘pensare insieme’ diventava passione comune e pedagogia sociale, quelle sezioni dei vecchi partiti di massa, non sono solo antiquariato, ma ci richiamano ancora a una responsabilità democratica drammaticamente attuale. 


* In collaborazione con la rivista «Argomenti umani», diretta da Andrea 
Margheri. Giugno 2008, n° 6.
 
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