Quasi una lettera 
al PD



di Ivana Bartoletti 





Si e’ parlato – e molto di piu’ bisognera’ approfondire – dei risultati di questa campagna elettorale. 
E’ difficile dire se il Partito Democratico abbia davvero rappresentato nel Paese la bussola di un cambiamento reale. Forse il tempo e’ stato poco e certamente ha inciso negativamente l’opinione che gli italiani avevano del Governo Prodi. Forse, su questo punto, ha pesato l’avvallo a quanti vedevano nella stagione di governo la panacea di tutti i mali. Un errore clamoroso, perche’ non si puo’ condurre una campagna all’insegna della discontinuita’ 
Ma sono dei “forse”, sui quali non ho risposte. 
Il PD si e’ presentato alle elezioni senza partito, senza un percorso vero di discussione interna. Aveva ed ha un leader serio e autorevole, legittimato da milioni di consensi, ma non il tempo di costruire tra le donne e gli uomini del Paese l’idea di una missione, di un baluardo, di una vera prospettiva.
Io sono tra quanti pensano che i partiti siano non solo idee ma anche carne, anche donne e uomini, ragazze e ragazze, capaci di discussione interna, elaborazione politica, sinergie e senso di appartenenza. E’ il motivo per cui ho sostenuto, nel segno dell’innovazione, una battaglia nella commissione statuto perche’ le regole del PD andassero proprio in quella direzione. Sono stata accusata di conservatorismo da coloro che poi non hanno mai pensato di convocare un gruppo dirigente, valorizzare chi, nelle primarie, si era speso con coraggio e passione misurandosi con il consenso sulle proprie idee e sulla propria visione del mondo.
Dopo essere stata eletta alle primarie come capolista il 14 ottobre ho partecipato alla Costituente, due volte. Nessun’altra chiamata, nessun’altra convocazione. Nessun luogo per decidere insieme una linea, un’idea, una proposta. 
Poche settimane dopo apprendo da un giornale che esiste una Direzione, meta’ di nomina dall’alto. E cosi’, potrei andare avanti fino all’oggi.
Ma non e’ questo il punto. Il punto e’ come andiamo avanti. Perche’ su una cosa vorrei essere molto chiara: abbiamo messo in atto un processo straordinariamente appassionante ma anche straordinariamente irreversibile. In fondo, quando ci siamo resi conto che non bastavamo piu’ a noi stessi, abbiamo intrapreso l’unica strada possibile, cioe’ quella di costruire un nuovo lessico, un nuovo alfabeto della politica, una nuova missione per l’Italia nel mondo, nuove alleanze con quei segmenti di societa’ che rappresentano l’Italia migliore.
Un percorso come questo richiede certamente tempo. Ma richiede piu’ di tutto dedizione, apertura, innovazione vera, coraggio, riflessione. 
Vengono momenti nella storia in cui bisogna ripensare a se stessi e al ruolo che si ha nel mondo e nelle cose. Vengono momenti in cui alcuni vanno e altri vengono, tra generazioni, idee, punti di vista. Ecco, questo doveva essere il PD. Lo vorrei dire con nettezza: essere questo significa essere l’opposto di quell che siamo stati negli ultimi mesi.
Apprendo dai giornali che nel PD ci sarebbero due linee, apprendo che Veltroni vorrebbe anticipare il Congresso, e vari altri particolari che tutti sapete.
Io non credo affatto che la leadership di Veltroni debba essere messa in discussione: un leader legittimato dai cittadini ha troppa credibilita’ e suscita troppo entusiasmo per essere rimosso. In fondo, le primarie sono servite a questo. 
Il punto e’ che un partito non e’ ne’ un capo ne’ un caminetto. Il PD dovra’ essere tanto di piu’, diventare un orizzonte per quelle migliaia di persone che non ci hanno riconosciuto. Io sento profondamente l’esigenza di nuovo lessico e nuovi strumenti. Ad esempio, sulla sicurezza. Ho trovato e trovo di una totale inadeguatezza il modo di reagire agli eventi avuto per esempio da Rutelli a Roma. Conosco Roma, conosco il degrado e l’abbandono di alcune sue periferie. Ma conosco anche Londra e so cosa vuol dire puntare su riqualificazione urbana, scuole, parchi, luci e divertimenti come vero strumento di lotta alla criminalita’. E mi domando, perche’ noi dobbiamo sempre imitare, copiare, inseguire senza maturare una visione del mondo e delle cose capaci di costruire una nostra identita’? 
Costruirla, questa identita’, sara’ la sfida per costruire e radicare davvero questo partito.
Abbiamo fatto nascere il PD per superare vizi e storture dei vecchi partiti, e sarebbe una tragedia se questi riemergessero ora. Per cui, non credo affatto in un’accelerazione del congresso. Il congresso del PD non potra’ essere un appuntamento rituale e autocelebrativo. Dovra’ essere un lungo cammino, capace di aggregare le migliori energie intorno a un progetto di cambiamento, mettendo le basi perche’ divenga maggioranza nel Paese. Per diventare maggioranza nel paese, mi spiace dirlo, non basta rappresentarne i pezzi, magari in un’aula di un Parlamento. Bisogna saperli aggregare intorno a un’identita’ nuova.
Devo dire dovunque in Europa mi trovi, sento un’inadeguatezza della sinistra nel fare I conti con le sfide della societa’. Tranne in Spagna, forse, dove il modello inclusivo di Zapatero e’ davvero una bussola per milioni di persone, e ispira scelte in campo economico, educativo, ambientale tutte sotto l’egida del valore della persona e della sua responsabilita’.
In Inghilterra, il Labour Party e’ stanco, di fronte a limiti strutturali della sua elaborazione politica: qual’e’ il limite tra multiculturalismo, persona e comunita’? Qual’e’ il limite ai progressi scientifici? Qual’e’ il modello di sviluppo che ci guida guardando ai prossimi duecento anni? Terreni sui cui il Labour fatica a trovare una sua identita’, appoggiandosi piu’ ai desideri e gli umori dei cittadini che ispirandosi a un’idea di mondo.
L’Italia e’ attraversata da uno spirito nuovo, che ha spinto al voto verso la destra.
Affermare, come qualcuno fa, che non e’ stato colto il profilo innovatore del PD mi pare un po’ riduttivo e semplicistico.
Credo che ci siano invece motivi chiari che non hanno fatto del PD il riferimento di chi vuole scrollare l’Italia da chiusure e corporativismi, e su questi bisognera’ ragionare.
Ma piu’ di tutto, dovremo ragionare su come far si che questo accada: occorrera’ un grande sforzo di elaborazione politica e culturale, accanto ad un rinnovamento delle persone fondato su criteri non di cooptazione ma meritocratici, basati sul consenso vero. Le primarie sono una strada importante, ma non l’unica. Un partito sano e radicato consente a tante e tanti di attraversarlo senza occuparlo, con binari limpidi tra politica e mondo delle professioni e delle competenze. 
Per tutto questo servono luoghi, spazi di discussione anche dolorosa, capaci di portare nel breve periodo a nuove lungimiranti sintesi, non intese come minimo comune denominatore tra istanze diverse, ma come idee nuove e nuovi orizzonti. 
Non mi interessa un congresso se e’ una corsa di qualche mese: mi interessa invece un percorso vero, capace di mettere in discussione valori e anche persone.
Guai se lasciassimo morire – per inerzia, paura del nuovo – cio’ che abbiamo appena iniziato a costruire.
 
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 SCHIBBOLETH
 
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