Alcune domande 

a Enrico Berti






    1) Quali sono attualmente i temi su cui a Suo avviso la ricerca filosofica dovrebbe insistere di più per essere influente sul proprio tempo?

Secondo me la ricerca filosofica è già alquanto influente sull’opinione pubblica del nostro tempo, grazie soprattutto ai temi di etica pubblica. Stephen Toulmin ha detto, come è noto, che la medicina ha salvato la vita all’etica, alludendo alla nascita della bioetica; io aggiungerei che l’etica ha salvato la vita alla filosofia, alludendo alla rinascita della filosofia pratica che si è avuta negli ultimi decenni del Novecento. Ritengo tuttavia che sia giusto continuare a insistere su temi di etica, specialmente pubblica, e di filosofia politica, cioè in generale di filosofia pratica. Ma non bisogna dimenticare l’importanza che ha, a questo riguardo, l’antropologia filosofica, fondamento indispensabile dell’etica e della filosofia politica. Basti ricordare, a questo proposito, il recente dibattito sull’anima, suscitato dal libro di Vito Mancuso.

2) Considerate le polemiche che frequentemente si accendono in Italia intorno alla delicata questione dei rapporti tra potere politico e gerarchie ecclesiastiche, quali declinazioni del concetto di "laicità" sarebbero più auspicabili oggi?

Francamente considero eccessive le polemiche in atto oggi in Italia su questo problema. Ritengo che in una società pluralistica e democratica, qual è fortunatamente quella in cui viviamo, la laicità consista nel permettere ad ogni gruppo, oltre che ad ogni individuo, di esprimere liberamente le proprie opinioni su qualsiasi argomento e di cercare di convincerne gli altri con tutti i mezzi legali. Dal punto di vista di uno Stato laico le chiese sono gruppi come gli altri, compresa la Chiesa cattolica, quindi devono godere della stessa libertà di cui gode qualsiasi altro gruppo, nel rispetto delle leggi e soprattutto della Costituzione. Mi sembra perciò un po’ ridicolo, e poco laico, stabilire preliminarmente su quali argomenti le Chiese devono esprimersi e su quali invece non devono.
Il problema, semmai, riguarda chi fa parte della Chiesa, in quanto credente, e dunque riconosce alla Chiesa una missione divina. Al credente, ad esempio, può creare qualche problema il fatto che la gerarchia della Chiesa si esprima su questioni politiche, perché il credente riconosce alla Chiesa un’autorità particolare, ma al tempo stesso può ritenere che sulle questioni temporali si deve scegliere in base ad un libero e autonomo giudizio politico. Se le indicazioni della Chiesa non coincidono con le opinioni del credente, questo per il credente è certamente un problema,  ma è un problema che il credente deve risolvere all’interno della sua coscienza. Non è un problema che riguardi lo Stato o i non credenti. Perciò non capisco perché i cosiddetti laici, se con questo termine si intende i non credenti, si preoccupino tanto di ciò che dice la Chiesa. Essi sono liberi di non tenere alcun conto delle sue indicazioni e, se lo ritengono necessario, di criticarle pubblicamente e di combatterle con tutti i mezzi che la legge consente.

3) Per una riflessione sulla origine della vita e sulla dignità della vita umana, a partire dalla equazione che Lei propone [nell'articolo Che cos'è l'anima?, in Bollettino, sett-dic.2007, pp.5-17] tra DNA ed anima, quale dovrebbe essere la posizione da assumersi riguardo alla questione dell'aborto e della eutanasia?
Se fosse lecito modificare la legge 194 sull'interruzione della gravidanza, su quali punti dovrebbero essere apportate delle correzioni? O in che termini dovrebbe essere riaperta la riflessione sulla legge 40 sulla fecondazione assistita? 

L’equazione da me proposta tra anima e sequenza del DNA umano è un modo moderno di interpretare il concetto aristotelico di anima come forma del corpo. La sequenza del DNA, infatti, è forma, cioè struttura, ordine, organizzazione di una determinata materia, le proteine e le altre sostanze che formano il nucleo delle cellule. Essa è ciò che permette al vivente di svolgere tutte le sue funzioni e all’uomo di svolgere le funzioni specificamente umane. Poiché tale sequenza, determinata in modo addirittura individuale, è presente, per ciascun individuo umano, sin dal momento in cui si forma la sua prima cellula, cioè lo zigote, la conseguenza che deriva dalla suddetta equazione è che l’anima umana, cioè quella che Aristotele avrebbe chiamato l’anima razionale, è presente già nello zigote. Vi è presente, per usare un linguaggio aristotelico, come atto primo, cioè come esistenza attuale di una potenza attiva, ovvero di un insieme di capacità, che si svilupperanno gradualmente in seguito.
Questa è oggi anche l’opinione della Chiesa cattolica, ma per molti secoli non lo è stata, perché da san Tommaso in poi (ma anche prima) nella Chiesa si credeva che l’anima razionale venisse infusa da Dio nel 40° giorno dal concepimento (per i maschi, per le femmine dal 90°). Tuttavia la Chiesa oggi ritiene che l’anima umana sia creata direttamente da Dio, mentre in base alla suddetta equazione essa verrebbe trasmessa dai genitori, ciascuno dei quali vi contribuirebbe nella stessa misura (cioè con 23 cromosomi ciascuno). A questo proposito condivido l’opinione del teologo Mancuso (e di molti altri teologi e filosofi), secondo cui la tesi di una creazione diretta dell’anima ad opera di Dio nel momento del concepimento suscita vari problemi anche per i credenti, per esempio riguardo alla trasmissione del peccato originale. Per non parlare del fatto che la creazione di un’anima, come qualsiasi altra azione di Dio, non si può collocare nel tempo.
L’equazione tra anima umana e sequenza specificamente umana del DNA comporta che l’aborto sia la soppressione di un essere umano, sia pure allo stadio iniziale del suo sviluppo. Questo dal un punto di vista puramente descrittivo. Se poi si ritiene che ogni essere umano abbia diritto alla vita, cioè non possa esserne privato senza il suo consenso, il che non è più una descrizione, ma un giudizio di valore, allora ne consegue che l’aborto è la violazione del diritto alla vita di un essere umano, quindi dal punto di vista morale è un male. In questo discorso non c’è alcuna fallacia naturalistica, perché una delle due premesse è descrittiva, mentre l’altra è prescrittiva, cioè normativa, e quindi la conclusione può essere correttamente normativa. Non c’è inoltre alcun riferimento alla cosiddetta sacralità della vita, perché secondo me la vita non è un valore assoluto, tant’è vero che può venire sacrificata a valori superiori quali la verità, la libertà, la giustizia (la propria vita, non quella altrui). Il riferimento è solo a un diritto, che mi sembra ammesso, se non da tutti, certamente dalla maggioranza degli uomini.
Naturalmente possono sorgere conflitti tra diritti, nella fattispecie tra il diritto dell’embrione a sopravvivere e il diritto della madre a tutelare la propria salute, fisica e psichica, o al limite la propria stessa vita. In tal caso l’aborto può essere  il male minore e dunque essere consentito. Per questo oggi, avendo constatato che la legge 194 ha forse eliminato gli aborti clandestini e complessivamente ha ridotto il numero degli aborti, non sono più contrario a tale legge, come lo ero al tempo in cui fu sottoposta a referendum, e ritengo che essa debba essere mantenuta, forse con qualche ritocco relativo al limite temporale entro il quale l’aborto è consentito (ma di ciò non mi intendo).
Per quanto riguarda la fecondazione assistita, il discorso è lo stesso: dal punto di vista puramente razionale essa mi sembra  lecita, sia in utero che in provetta, sia omologa che eterologa (questa, come è noto, non è l’opinione della Chiesa), a condizione che non pregiudichi il diritto alla vita di nessuno. I modi in cui tale condizione viene garantita sono un problema scientifico e giuridico sul quale non mi ritengo abbastanza competente. Quindi non mi sento di intervenire nel dibattito sulla legge 40.
Diverso, invece, è il discorso sull’eutanasia. Qui non è più in gioco il diritto alla vita, che non può essere negato a nessuno senza il suo consenso. Qui è in gioco il diritto di un essere umano a disporre liberamente della propria vita e quindi l’eventuale diritto a rinunciarvi, qualora essa diventi per lui insopportabile. So bene che la Chiesa cattolica ritiene che la vita sia un bene non disponibile e che quindi l’eutanasia sia illecita, ma osservo che per la stessa Chiesa la vita è un dono di Dio (essa ha emanato un documento sulla vita che comincia con Donum Dei), e un dono, una volta donato, diviene proprietà di colui al quale è stato donato, il quale può disporne liberamente, persino rinunciandovi, ovviamente solo per gravissimi motivi, tali che non offendano il donatore. Ricordavo sopra che si può sacrificare la propria vita per un valore che si ritiene superiore ad essa: testimoniare la verità (nel caso dei martiri), combattere per la libertà, combattere per la giustizia, salvare altre vite. Naturalmente qui il problema è di sapere se chi decide è veramente cosciente, libero, autonomo, e se i motivi per cui decide di rinunciare alla vita sono veramente gravi, cioè se la vita è per lui veramente insopportabile, e se gli altri hanno fatto veramente tutto il necessario per rendergliela sopportabile.
Una parola, infine, sulla dignità umana: questa consiste nel non essere interscambiabile con niente altro. Come diceva infatti Kant, le cose sono intercambiabili con altro, quindi hanno un prezzo, mentre le persone non lo sono, quindi hanno una dignità. Da ciò consegue la nota regola di non trattare mai le persone soltanto come mezzo in vista di altro, cioè per ottenere altro, ma sempre anche come fine. L’importante è quindi trattare l’essere umano (possiamo non usare il termine “persona”, che richiederebbe una discussione filosofica) sempre anche come fine, durante tutta la sua vita, compreso il momento del suo inizio e quello della sua conclusione.
Queste che ho espresso, ovviamente, sono solo opinioni, che non pretendo di imporre a nessuno e che sono sempre disposto a rivedere in presenza di argomenti più forti.
 
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 SCHIBBOLETH
 
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