L’università e il Papa.

Precisazione dei termini del discorso




di Mauro Visentin






    Avevo previsto, per questo mio quinto intervento su InSchibboleth, di affrontare il tema del contributo modernista alla formazione politica dei cattolici democratici in Italia nel corso del novecento e della sovrapposizione fra questione etica e questione sociale che il richiamo alle origini evangeliche della fede cristiana aveva in qualche misura favorito e promosso non solo fra i modernisti, ma anche – per una non meglio definibile “osmosi” culturale, forse favorita dal rapporto polemico e dalla concorrenza fra modernisti e socialisti per la tutela e la rappresentanza dei ceti subalterni – tra coloro che, richiamandosi a Marx, esprimevano allora e hanno continuato ad esprimere in seguito, da noi, posizioni socialmente e politicamente “antagonistiche” rispetto agli assetti di potere prevalenti nelle democrazie industriali dell’occidente capitalistico (quindi comunisti e massimalisti, molti dei quali, del resto, essi stessi di estrazione famigliare e culturale cattolica). Ma la cronaca di questi ultimi giorni registra, con un’enfasi che può apparire spropositata rispetto al fatto in se stesso, ma che proprio per questo risulta tanto più significativa e sintomatica di uno stato di cose che merita qualche pacata riflessione, un episodio esemplare del grado di deterioramento cui le relazioni tra laici e cattolici sono andate soggette in Italia da qualche tempo a questa parte in maniera sempre più accentuata: l’invito rivolto al papa dal rettore dell’Università La Sapienza di Roma ad intervenire in occasione dell’apertura solenne dell’anno accademico, con il seguito di polemiche cui esso ha dato luogo e la finale rinuncia del pontefice ad accoglierlo dopo averlo, in un primo momento, accettato. Rimando perciò ad una prossima occasione l’intervento che avevo inizialmente previsto e mi permetto alcune considerazioni in-pertinenti a proposito della vicenda di cui ho appena richiamato le linee essenziali. Impertinenti le mie considerazioni potranno apparire sia ai molti che si sono scagliati (animati da un furore che mai più di ora si potrebbe adeguatamente definire “sacro”) contro la “censura” “laicistica” che ha “impedito al papa di parlare” in una sede nella quale, come ex docente universitario, la sua presenza doveva considerarsi tanto appropriata quanto opportuna, sia a coloro che hanno ritenuto, sui due fronti, di esprimere con pertinenza le proprie posizioni, chiedendo da una parte, che l’invito venisse annullato e, dall’altra, bollando, se ne è appena fatto cenno, come “censoria” questa richiesta.
    Il primo rilievo da fare riguarda l’inopportunità dell’invito. Nel sottolinearla, opponendosi ad esso, alcuni docenti della facoltà di Fisica hanno sollevato un autentico pandemonio e hanno spinto un gruppo di studenti malaccorti ad inscenare una protesta vistosa, con l’occupazione simbolica di un’aula, contro la decisione del Rettore. Riguardo alla protesta degli studenti, che chiedevano la revoca dell’invito non c’è da dire altro se non che, per insensata e villana che fosse (e che certamente era) è stata di peso irrilevante visto il numero esiguo di chi vi ha preso parte, e non si è svolta in forme violente, per cui, dopo averla stigmatizzata si poteva tranquillamente ignorarla. Più complesso il caso della protesta dei docenti anche perché, non avendo avuto modo di leggere il loro appello, non so se sia stato formulato nella fase in cui l’invito era ancora da formalizzare, e se dunque contenesse solo la richiesta di non inoltrarlo, o se, invece, la sua redazione sia successiva all’ufficializzazione dell’invito, né se, in questo secondo caso, esso intendesse semplicemente sottolinearne l’inopportunità senza chiederne la revoca o pretendesse proprio il suo ritiro. I tre casi sono, infatti, da valutare in modo molto diverso. Condivisibile l’iniziativa dei docenti di Fisica nel primo, per le ragioni che adesso dirò, lo sarebbe stata molto meno nel secondo e niente affatto nel terzo. 
    Se l’appello avesse preceduto la formalizzazione dell’invito, i docenti che lo hanno redatto si sarebbero limitati a manifestare le loro più che sensate riserve sulla presenza del papa (e di questo papa, in particolare) in una circostanza non generica ma specifica e dotata di un rilevante valore simbolico come l’inaugurazione dell’anno accademico. E’ vero, come sottolinea sconsolatamente Adriano Prosperi sulla Repubblica di oggi (16 gennaio), che tale rito annuale, non ha, da noi, la solennità che riveste altrove, per esempio nelle università europee, nelle quali è l’occasione per presentare un bilancio dello stato di avanzamento della ricerca nei vari settori del sapere scientifico e per fare il punto sul contributo specifico che a questo avanzamento ha saputo dare l’Ateneo nel suo complesso nonché i singoli ricercatori che ne fanno parte e che sono impegnati sui fronti più “caldi” e avanzati dell’indagine settoriale. Non c’è dubbio che nelle nostre università questa celebrazione si risolva, ormai da tempo immemorabile, in un evento teatrale e retorico. Ma non direi che per questo si debba rinunciare del tutto a far valere alcuni principi di base, come quello che, retorica o meno che sia o risulti essere la circostanza, l’inaugurazione di un anno accademico è sempre, o dovrebbe, almeno formalmente, essere (e, se non essere, quantomeno, apparire) la celebrazione dell’autonomia del sapere e della libertà della ricerca scientifica. Che cosa ha a che fare con tutto questo un’autorità religiosa che incarna la posizione metafisica secondo la quale la verità è “rivelata”, la sua essenza è in primo luogo morale, e il sapere acquisito e acquisibile deve comunque essere subordinato ai dettami di questa volontà-verità etica? Certo, da parte dei credenti, libertà di indagine e vincolo etico-religioso imposto alla ricerca non sono in contrasto, così come non sono in contrasto fede e ragione, ma, appunto, “per chi crede”. Ossia, come si è detto e ripetuto da più parti e come dovrebbe essere ormai acquisito per tutti, che la fede e la ragione non siano in contrasto è una verità di fede, non di ragione ed non è compatibile con quanto risulta a quest’ultima secondo le sue regole. A questa considerazione di ordine generale si può aggiungere un secondo rilievo, che riguarda più specificamente la posizione, la persona, il pensiero, l’atteggiamento e la politica dell’attuale pontefice. Benedetto XVI è senza dubbio un papa assai poco disposto e disponibile al confronto e al dialogo con la cultura moderna. Innanzitutto, per storia personale (come è noto, dopo una prima fase “conciliarista” – in cui i suoi orientamenti nei confronti del Vaticano II non differivano troppo da quelli dei teologi progressisti, che delle maggiori aperture del Concilio in tema di dialogo interreligioso, di rapporto con il mondo politico e sociale, di adeguamento e semplificazione del rituale canonico furono alfieri e promotori, come Hans Küng –, Joseph Ratzinger ha assunto progressivamente un atteggiamento sempre più critico e distante dalle novità così introdotte nella Chiesa, e molti dei passi iniziali del suo pontificato lasciano intravvedere quella che a diversi osservatori appare – o può e potrà più accentutamente apparire in futuro, se le cose proseguiranno nel senso in cui si direbbe abbiano preso ad andare ora, per sua volontà ed impulso – come una direzione restauratrice di posizioni e valori preconciliari). In secondo luogo, per orientamento conservatore (maturato negli anni in cui ha rivestito il ruolo di garante dell’ortodossia come capo dell’ex Sant’Uffizio). Da ultimo, per iniziative assunte (direttamente o sotto la sua egida) nei campi dell’affermazione della sacralità della vita, della difesa della famiglia nella sua veste tradizionale ed esclusiva, dell’impegno a caldeggiare la necessità che i principi ispiratori della legislazione pubblica si discostino il meno possibile, sui temi eticamente rilevanti, da quelli della morale cattolica.
    Tutto questo fa sì che, come ho già detto, l’invito a lui rivolto dal Rettore Guarini sia legittimamente apparso, ad alcuni docenti, tenuto conto della particolare circostanza nella quale Benedetto XVI sarebbe intervenuto, del tutto inopportuno e forse frutto di una scelta dettata da ragioni più politiche (come l’esigenza, in vista di un rinnovo del mandato rettorale, di acquisire credito presso le componenti cattoliche dell’Ateneo) che culturali, quantunque, evidentemente, anche poco lungimiranti, visto che, in una situazione di lacerazione fra laici e cattolici come quella in cui viviamo oggi e che la Chiesa ha, per parte sua, contribuito non poco a produrre, prevedere che sarebbe potuto succede quello che, di fatto, è poi accaduto, non doveva essere troppo difficile. A questo punto, tacciare di intolleranza chi avanzi una riserva di questo tipo, argomentandola come ho appena fatto, o attribuirgli un intento censorio è possibile solo se chi lancia simili accuse ha della tolleranza un’idea tanto vaga e approssimativa da non rendersi conto di essere lui stesso, in questo caso, l’intollerante, e da risultare, perciò o uno sprovveduto o in malafede. 
    Ma con altrettanta fermezza occorre dire che non meno inopportuna dell’invito rivolto al papa in questa circostanza è o sarebbe stata la richiesta rivolta al rettore di annullare l’invito già inoltrato (come ho già detto non ho avuto modo di leggere il documento dei 67 professori della facoltà di Scienze, anche perché i giornali, che si sono impegnati a diffondere e ad amplificare quanto più possibile la notizia, non hanno ritenuto degno di pubblicazione, nemmeno in una forma abbreviata che ne riprendesse solo i punti salienti, questo testo, impedendo, di fatto, ai loro lettori di potersi adeguatamente informare in merito al contesto in cui l’evento si è prodotto). Se i professori di Fisica, anziché intervenire prima che il Senato Accademico formalizzasse questo invito, fossero intervenuti dopo, con l’intento, non di manifestare un civile dissenso, ma piuttosto di ottenere una revoca dell’invito stesso, oltretutto già accolto dal Vaticano, allora la loro iniziativa sarebbe da censurare nettamente e per diverse ragioni. In primo luogo, per inciviltà e maleducazione. In secondo luogo, per impoliticità (essendo ovvio che un simile modo d’agire non avrebbe potuto ottenere che un effetto opposto rispetto a quello che si riprometteva di raggiungere, ossia quello di concedere alla Chiesa e al peggior clericalismo un’arma efficacissima per mostrarsi vittime dell’intolleranza laica, anzi “laicistica” come, con un neologismo di conio tanto grossolano quanto rozzo è l’intento spregiativo che esso vorrebbe manifestare, è invalso il malvezzo di definire le posizioni che i cattolici oltranzisti e i politici che più o meno opportunisticamente se ne servono non gradiscono). Da ultimo, per integralismo laico: come se l’inopportunità dell’invito non potesse essere cancellata che dal suo annullamento. Una posizione in qualche misura simmetrica (ossia uguale e contraria) a quella del Vaticano. Un laicismo di questo tipo sarebbe portatore di una visione assoluta del mondo e delle cose e mostrerebbe di volere cancellare la religione dalle coscienze esattamente come la religione vorrebbe cancellare le altre religioni e la miscredenza o l’ateismo dalla realtà spirituale dell’essere umano finito. Personalmente non voglio e neppure auspico che la religione, anzi, le religioni spariscano dalla faccia della terra: mi limito ad esigere che non pretendano di impormi comportamenti coerenti, bensì, con i loro principi, ma non con i miei. 
    Una volta indirizzato ufficialmente l’invito al papa a presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico, l’unica cosa che restava da fare era vigilare perché, nelle forme dovute (che non sono, in una simile circostanza, quelle di un pubblico dibattito o di un contraddittorio, come sembra, stranamente, credere il direttore di Repubblica Ezio Mauro), una eventuale provocazione da parte di Benedetto XVI, non restasse priva di un contraltare tanto cortese quanto, nella sostanza, fermo nel ribadire il principio che non c’è altro limite all’indagine scientifica se non quello imposto dalle risorse tecniche disponibili e dal grado storico di evoluzione raggiunto dal sapere. Benedetto XVI è il primo a rendersi conto del fatto che, quando si parla ex cathedra, non ci sono vincoli di cautela politica che richiedano di essere rispettati (come dimostra l’episodio della lectio accademica da lui tenuta all’università di Regensburg il 12 settembre 2006, nel corso della quale inserì l’incauta citazione dei Dialoghi con un persiano di Manuele II Paleologo, che suscitò tanto scandalo nel mondo islamico. Sempre che essa non fosse il frutto di una scelta studiata a tavolino e suggerita da un intento volutamente provocatorio). 
    Ma sarebbe il caso di osservare che nessuno ha “vietato” al papa di parlare, come si legge oggi, non senza stupore, in alcuni interventi poco meditati: non avevano il potere di farlo, anche se lo avessero voluto, né i 67 docenti né il drappello di studenti malconsigliati e decisamente assai poco responsabili che hanno simbolicamente occupato, per protesta, un’aula del rettorato. Il papa ha declinato l’invito (dopo averlo accettato e dopo averne, anzi, confermato l’accoglimento anche in seguito alla diffusione della notizia dell’appello ostile rivolto dai docenti di Fisica al Rettore). Perché lo ha fatto? Difficile credere che sia stato per ragioni di sicurezza. Forse per non turbare l’ambiente o per l’offesa al senso della propria dignità che l’opposizione di una sia pure sparuta minoranza poteva rappresentare ai suoi occhi? Può darsi, sebbene Joseph Ratzinger abbia da tempo scelto di essere un papa militante, che non unisce ma divide e che proprio per questo non può non attendersi che la propria presenza susciti, insieme, entusiasmi e rifiuti. Ma il fatto che la cancellazione dell’impegno sia avvenuta dopo un giorno di riflessione, nel corso del quale televisione e stampa avevano dato il massimo risalto all’episodio, ci induce a sospettare, da laici, che la ragione, quella autentica, stia altrove: nell’essersi il Vaticano accorto della splendida occasione che una simile, inaspettata risonanza mediatica gli offriva per portare acqua al suo mulino. E di fronte a questa sagacia politica che ha saputo afferrare al volo l’opportunità ad essa offerta dall’imperizia e dall’ingenuità, culturalmente grossolane e arruffone, di docenti (non escluso il Rettore e chi lo consiglia) e discenti, la domanda che viene fatto di porsi è una sola: saprà mai uscire, il laicismo italiano, dalla condizione di minorità in cui la presenza storica del soglio di Pietro a Roma lo ha da sempre costretto, e riuscirà prima o poi ad evadere dalla retorica vuota e declamatoria per sollevarsi all’altezza dei compiti cui il presente lo chiama? L’episodio che abbiamo esaminato (e che ha riempito per qualche giorno le pagine dei quotidiani) dimostra due cose: che siamo ancora lontani da un simile obiettivo e che l’aria che tira, visto l’unanimismo irriflessivo che una Chiesa battagliera e ben attrezzata allo scopo sa suscitare a suo favore, è assai brutta.
 
PAGINA  6
 SCHIBBOLETH
 
In Home
 
STAMPA
 
Articoli