Indisponibilità e mediazione:
la questione dei valori non negoziabili
 

di Antonio Da Re






Alcune osservazioni preliminari

L’espressione “valori (o principi) non negoziabili” è stata coniata, come è noto, da Benedetto XVI per indicare alcuni valori fondamentali, quali la vita umana, la famiglia, la libertà di educazione, che andrebbero sempre riconosciuti e rispettati come tali e che nelle dinamiche sociali e politiche non dovrebbero diventare oggetto di negoziazione e contrattazione. Al di là delle valenze spesso (inutilmente) polemiche con le quali viene riproposto nel linguaggio pubblico, vuoi con l’intento di difenderlo strenuamente, vuoi di delegittimarlo, il tema dei “valori non negoziabili” solleva una molteplicità di interrogativi teorici.
In via preliminare vorrei proporre alcune semplici osservazioni. La prima riguarda il significato di tale espressione e la valenza che linguisticamente essa viene ad assumere. L’aggettivo “negoziabile” evidentemente allude a ciò che può essere contrattabile, vendibile, oggetto appunto di negotium e di commercio; e con l’espressione “valori non negoziabili” si sottintende che vi sono valori che possono essere oggetto di contrattazione e valori invece che devono essere sottratti ad un procedimento di questo genere. Il negoziabile assume inevitabilmente un significato spregiativo, mentre viene considerato positivamente ciò che non può, anzi non deve mai essere oggetto di negoziazione. Confesso di nutrire alcune perplessità sull’uso di questa terminologia, che mi sembra poco chiara e foriera di possibili ambiguità. Per questo motivo è opportuno sottolineare come un requisito fondamentale che deve essere garantito, qualora s’intenda far valere la tesi della non negoziabilità di alcuni valori, è che comunque questi devono poter essere “argomentabili”.
Questa precauzione in ordine all’argomentabilità mi sembra indispensabile - e qui vengo a una seconda osservazione - anche per evitare che l’appello a ciò che è ‘non negoziabile’ diventi un comodo alibi per chi ad esso può far ricorso in modo sin troppo semplicistico e arbitrario o anche per evitare che tale appello venga percepito dai propri interlocutori come una posizione immotivata e irragionevole, se non come espressione di vero e proprio dogmatismo. A ciò si deve aggiungere il rischio che il continuo richiamo, privo di effettive argomentazioni, a ciò che non è negoziabile possa giustificare una sorta di moltiplicazione degli assolutismi morali e, in definitiva, dei fondamentalismi, con una rincorsa senza fine da parte di gruppi particolari, confessioni religiose differenti, tradizioni culturali e morali di vario tipo a rivendicare ciò che dal loro punto di vista non può mai essere affidato ad alcun tipo di negoziazione o meglio di mediazione.


La tesi dell’indisponibilità

Introducendo il temine “mediazione”, che non va affatto confuso con il termine “compromesso”, entriamo più da vicino nel cuore della nostra problematica. L’espressione “valori non negoziabili”, al di là del fatto che essa sia più o meno felice, fa valere una tesi moralmente rilevante sul piano normativo ovvero che vi sia, per così dire, un nucleo etico del quale gli uomini, nella loro vita personale e comune, non possono disporre. Tale nucleo può e deve essere riconosciuto, ma non può essere violato, perché esso non è disponibile. L’etica kantiana può essere agevolmente interpretata in questi termini, e non a caso l’espressione “indisponibile” ritorna frequentemente nei testi di Kant, ad esempio quando si parla del rispetto incondizionato che si deve alla legge morale e alla persona come fine in sé. Sono convinto che tale tesi, la quale mette in guardia rispetto a una pretesa di disponibilità totale da parte del soggetto in ambito morale, sia importante e costituisca una salutare messa in guardia rispetto a relativismi di vario genere.
I problemi nascono quando si tratti di identificare più da vicino i contenuti di tale fondamento non negoziabile o indisponibile. Nella Fondazione della metafisica dei costumi Kant si limitava a indicare nella dignità della persona quel nucleo intangibile che non può essere equiparato alle cose e quindi non può essere quantificato, soppesato e venduto, perché non ha prezzo. La persona rappresenta un fine in se stesso, e quindi non ha prezzo, non acquisisce valore in relazione a un fine altro, ha un valore intrinseco. L’appello ai valori non negoziabili sembra voler allargare lo spettro dei contenuti che identificano la non disponibilità morale, inserendovi il riferimento alla vita, alla famiglia, all’educazione. L’obiettivo di tale allargamento per molti versi è comprensibile, perché con esso s’intende evitare un approccio eccessivamente formalistico, quale sarebbe quello che si limita a riconoscere la persona come fine in sé, sul quale si può agevolmente convenire proprio perché si rimane su un livello contenutisticamente poco determinato; anzi, c’è da chiedersi se nel momento in cui s’introducono contenuti abbastanza determinati come quelli della famiglia e dell’educazione, non sia altrettanto legittimo richiamare i valori ad esempio della giustizia e della pace come identificanti un bene morale indisponibile.
L’allargamento pone tuttavia dei problemi, perché quanto più si riempie - per così dire - di contenuto il fondamento morale di cui si proclama la non disponibilità, tanto più si rischia di assumere tali contenuti, o qualche loro elemento, da contesti e da forme culturali particolari; così facendo si rischia  però di indebolire l’istanza critica e antirelativistica della tesi della non disponibilità. Ci si trova qui di fronte a un dilemma che potrebbe in sintesi essere  così espresso: come salvaguardare l’istanza critica riconducibile al riconoscimento di un nucleo etico, di un minimum etico, che gli uomini, al di là delle loro appartenenze culturali e storiche possono riconoscere come qualcosa di comune e di universale, senza con ciò scadere nell’insignificanza di un riferimento troppo formale e generico?


Il valore della mediazione e il ruolo della razionalità pratica

Vi è poi un’altra questione. Si è già detto dell’importanza che sul piano normativo riveste la tesi della non negoziabilità (o, meglio, della non disponibilità). Tuttavia la sottolineatura di questo elemento non è sufficiente e lo dimostrano, per prendere ancora a prestito l’esempio dell’etica kantiana, i rilievi che verso di essa vengono mossi, anche nella discussione morale contemporanea, a proposito della sua difficoltà a rendere conto della complessità e della concretezza dell’esperienza morale. Si è soliti al riguardo menzionare l’eventualità del conflitto morale, che è poi quello che solleva i dilemmi di coscienza più acuti; non vi è dubbio che tra il bene e il male (intesi in senso morale) si debba scegliere sempre il bene; ma quando si è posti di fronte a un conflitto morale, quando si deve scegliere tra un bene e un bene, e la scelta dell’uno comporta l’esclusione dell’altro, o almeno un suo ridimensionamento, come ci si deve comportare? Insomma, non basta appellarsi ai valori non negoziabili, bisogna poi interrogarsi sulle modalità, che probabilmente sono molteplici, attraverso le quali essi possono essere concretamente salvaguardati; e può accadere che la salvaguardia di un valore renda difficoltosa, non in astratto, ma nel concreto delle situazioni, la salvaguardia di un altro valore come può essere che questo processo richieda di tener conto anche di una certa gradualità. 
Se quindi in precedenza si è detto che è opportuna la messa in guardia rispetto alla tesi della disponibilità totale (e della negoziabilità totale), ora va osservato che è altrettanto salutare la messa in guardia rispetto a una presunta, immediata e diretta trasferibilità nel concreto dell’assolutezza morale. Cerco di spiegarmi meglio richiamando una suggestiva formula di Nicolai Hartmann, la “tirannia dei valori”, di cui egli parla nell’Etica. Con essa Hartmann intendeva riferirsi a una pericolosa tendenza all’esclusivismo insita in ogni valore, il quale tende ad autolegittimarsi come l’unico effettivamente rappresentativo dell’ethos umano; ne deriverebbero di conseguenza delle morali unilaterali, ovvero tipi diversi di “fanatismo”. Da parte sua Carl Schmitt, in un saggio del 1967, riconduceva la logica tirannica dei valori alla loro stessa derivazione economicistica. Va infatti ricordato che originariamente “valore” è un termine economico e solo successivamente - ed evidentemente  non senza ambiguità - esso viene reclutato nel campo del lessico morale.
Schmitt era preoccupato che la tirannia dei valori potesse mettere in atto la sua logica distruttiva e nichilistica; per questo egli individuava un possibile antidoto a tale deriva nella mediazione del diritto, che attraverso le leggi, le regole, le istituzioni, è in grado di “evitare il terrore dell’attuazione immediata ed automatica del valore”. In questa sede non è più di tanto rilevante discutere se la proposta di Schmitt, avanzata tra l’altro in un contesto culturale e sociale ben diverso dal nostro, sia adeguata e non richieda piuttosto alcune puntualizzazioni critiche: oggi, ad esempio, il diritto viene investito di compiti e funzioni sempre più vasti, il suo è oramai divenuto un ruolo ipertrofico e la fiducia riposta nelle sue possibilità è sin troppo ampia. Ad ogni modo, ciò che comunque merita di essere sottolineato è il valore della mediazione, e il conseguente invito a rifuggire dalla pretesa di poter applicare in modo diretto e automatico i valori.
In senso più estensivo, si potrebbe parlare di una necessaria opera di mediazione affidata alla ragione pratica, la quale è chiamata a tener conto delle diverse istanze morali e dei valori in gioco, determinandone le priorità in vista della realizzazione del bene pratico; tale mediazione trova espressione certo sul piano giuridico, ma ancor prima su quello politico ed etico. La traducibilità e la realizzabilità dei valori è affidata alla responsabilità personale e collettiva; il criterio che dovrebbe ispirare tale compito può essere definito come quello del “maggior bene possibile” (preferisco questa espressione a quella di “male minore”, che pure gode di un’illustre tradizione etico-normativa). La logica del “maggior bene possibile” è infatti la logica che impegna a ricercare con pazienza e forza di determinazione il bene concretamente realizzabile; e il bene realizzabile è il punto di congiungimento, al più alto livello possibile e consentito dai condizionamenti sempre esistenti, di esigenze assiologiche differenti e spesso contrastanti.
 
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