Alcune domande 
a 
Virgilio Melchiorre

Quale contributo la tradizione e l’esperienza cristiana possono apportare all’interno del dibattito laico? 

 La tradizione cristiana fiorisce dall’esperienza di un incontro storico, ha il suo fondamento nell’evento pasquale del Risorto, quale conferma di un annunzio che travalica ogni intuizione umana e che tuttavia in se stesso lascia trasparire l’apertura di un Regno di giustizia. Questa duplicità è così, nello stesso tempo, un intreccio di cognizione e di fede. Potremmo indicarla in sintesi come itinerario di una fede riflettente. Pertanto la tradizione cristiana, nei suoi aspetti più autentici si è tradotta incessantemente in un continuo confronto di culture e di ragioni: non a caso, nell’area occidentale, si è ben presto incrociata, nel bene e nel male, con il logo della tradizione greca.
 Se per laicità s’intende un umanesimo guidato dal principio di ragione, si può ritenere che fra laicità e professione cristiana debba esercitarsi un rapporto di felice reciprocità. Alla ragione la fede cristiana chiede i principi ermeneutici per interrogare i propri contenuti e le proprie iniziative nel mondo. E, per contro, alla ragione la fede ripropone continuamente il richiamo a un’ulteriorità di senso, di là dai limiti della ragione finita: come tale assume anche il ruolo di coscienza critica e costituisce uno stimolo incessante al superamento di ogni cultura storica, una sollecitazione verso la condizione sempre contingente della ragione umana. Kant ha disegnato il rapporto fra religione razionale e religione storica nel modo di due cerchi concentrici, dove la religione razionale è data come il circolo interno, principio di intelligenza e di critica nei riguardi della religione storica, che a sua volta e nella sua maggiore ampiezza ricomprende la religione razionale, proponendole contenuti che da sola non avrebbe potuto dispiegare e in cui può infine riconoscersi. Un rapporto dialettico, mai concluso, estremamente fecondo dai due lati. E questo sia che ci si riferisca alla laicità che deve presiedere la stessa vita del credente, sia che ci si riferisca alla laicità praticata dal non credente: nei due casi dobbiamo pensare a un modo d’essere che sa non chiudersi dogmaticamente in se stesso. 

In tema di diritti della persona e di diritti delle relazioni quali principî devono essere ritenuti non prevaricabili e non negoziabili rispetto a questioni come le coppie di fatto, l’omosessualità, l’eugenetica, l’eutanasia e l’aborto?

Nella tradizione cristiana sono principi fondamentali e inalienabili il rispetto della vita dall’inizio alla fine e l’unicità del rapporto uomo donna nella famiglia, quale nucleo essenziale della comunità umana. Le questioni a confronto qui richiamate vanno lette in conseguenza, secondo moduli diversi. Quando e solo quando l’omosessualità sia costituita da una condizione naturale, va rispettata senza pregiudizi moralistici e senza prevaricazioni di tipo giuridico. Ciò, però, non comporta che essa debba essere configurata nei modi in cui dev’essere configurato e sorretto l’istituto della famiglia, inteso come principio di generazione (nel senso fisico e spirituale del termine) che per se stesso richiede una figura femminile e una figura maschile.
Anche le coppie di fatto, che oggi costituiscono un dato storico sempre più rilevante, spesso generato dall’impossibilità di configurarsi altrimenti, devono essere oggetto di rispetto e come tali possono essere garantite relativamente ad alcuni bisogni vitali. Anche in questo caso non si tratta, però, di creare una pratica omologazione con l’istituto familiare, che va conservato nella sua identità essenziale, anche come richiamo per una possibile evoluzione delle coppie di fatto.
Quanto all’eugenetica, il rispetto della vita esige che la condizione naturale dell’uomo sia salvaguardata e assicurata nella sua più completa e ideale identità. Questa attenzione, doverosa per ogni impresa scientifica, non può tuttavia mai tradursi nella pretesa di modificare o di costituire la vita diversamente dal modo in cui c’è stata donata. La storia dell’eugenetica messa in atto dal nazismo, con la sua pretesa di onnipotenza e con la sua mancanza di pietà, vale ancora oggi come un esempio di quanto tragica possa diventare la causa di uno sfrenato esercizio eugenetico.
Di nuovo, il rispetto della vita si oppone all’uso dell’aborto e dell’eutanasia. Ciò non toglie che, quanto alla pratica diffusa dell’aborto, si ponga il problema di una configurazione giuridica e sanitaria capace di configurare, nei fatti, il minor male possibile. In ogni caso, resta allo Stato il compito di offrire all’intenzione dell’aborto la concreta possibilità economica e sociale di un’alternativa umanamente dignitosa.
 Quanto all’eutanasia, sia chiaro che la sua negazione non deve coincidere con una pratica indiscriminata della cura. La saggezza del medico deve avvertire il punto in cui la cura si tradurrebbe nella innaturalità dell’accanimento terapeutico, deve altresì prodigarsi nel fornire i mezzi perché sia consentito al proprio paziente una morte dignitosa e il meno sofferente possibile.
 
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