La semplificazione del quadro politico e l’identità del PD




di Mauro Visentin


	





    Le ultime elezioni politiche (i cui effetti dirompenti non hanno ancora cessato, a quanto sembra, di esercitare la loro forza di suggestione così sui vincitori come sugli sconfitti, impedendo, di fatto, almeno fino ad ora – non senza il complice intervento di un’improvvida serie di iniziative sulla giustizia assunte dall’esecutivo in carica –, la ripresa di uno svolgimento dell’attività parlamentare e di governo che si possa definire, a pieno titolo, “normale”) hanno avuto un esito eclatante. Sul quale si è detto molto, ma quasi sempre ricorrendo, da un lato, a formule superficialmente rituali di soddisfazione e compiacimento, dall’altro, a forme non meno retoriche e vacue di esecrazione, esorcismo, compianto. Il tutto senza alcuna seria riflessione su quanto era realmente accaduto e lasciando che la forza dell’abitudine, per la quale non c’è mai nulla di veramente nuovo sotto il sole (almeno sotto il nostro), tornasse a prendere il sopravvento e ad orientare nuovamente lo sguardo di osservatori ed analisti sui temi più ovvi dell’agenda politica, dalla formazione del Consiglio dei ministri, ai primi provvedimenti assunti da questo nel campo della sicurezza pubblica, dell’economia e della giustizia, ai conflitti apertisi (come è abbastanza comprensibile che accada dopo un esito elettorale non favorevole) all’interno dell’opposizione. Ma la vera novità del risultato emerso dal voto non sta né nelle dimensioni della vittoria del centrodestra (casi analoghi ce n’erano già stati in passato, anche se non con l’attuale legge elettorale), né nel nuovo clima che sembrava si dovesse stabilire, all’indomani del voto, fra le due maggiori forze presenti in parlamento (e che appare già, almeno in parte, archiviato, più forse che per via di una scelta dell’esecutivo, a causa dalla logica delle cose, almeno se tra queste includiamo quell’autentica anomalia della vita politica italiana che da quindici anni a questa parte è rappresentata dall’attuale Presidente del Consiglio e dal partito cui egli ha dato vita): la novità sta piuttosto nella semplificazione del quadro politico, ossia nel drastico ridimensionamento del numero dei gruppi presenti sia alla Camera che al Senato, e quindi dei partiti con rappresentanza parlamentare.
    Perché sostengo che, al di là di ogni altra considerazione (compresa quella concernente la gravità della sconfitta subita dal centrosinistra, con l’insieme di conseguenze e lezioni che un simile esito rende esplicite circa la scarsa possibilità di illudersi sul fatto che il risultato generale sia una conseguenza della maturità e consapevolezza dell’elettorato italiano), è questo il vero e più significativo frutto che la tornata elettorale di aprile ha consentito al Paese, quasi suo malgrado, di cogliere? Le ragioni sono due, una di merito e l’altra di metodo. La prima è nota e non richiede nessuna particolare illustrazione, visto che è già stata illustrata più volte. Piuttosto, sarà il caso, al riguardo, di svolgere qualche considerazione generale sui motivi che rendono oggi non più di tre o quattro le opzioni ideologiche disponibili nel mondo occidentale e soprattutto in Europa, dalle quali conseguono programmi e prospettive politiche chiaramente distinti e distinguibili. La seconda richiede invece che su di essa ci si soffermi, perché ha preso, credo, tutti (e certamente anche me) di sorpresa (una piacevole – almeno per quanto mi riguarda – sorpresa, ma pur sempre una sorpresa). Cominciamo quindi da qui, riassumendo, nello svolgimento del discorso che ci accingiamo a fare, anche le ragioni che già da tempo consigliavano, a giudizio di molti, un drastico ridimensionamento del numero dei partiti presenti in Parlamento. La sorpresa nasce essenzialmente dalla considerazione che questo risultato è stato ottenuto in virtù di un atto di volontà politica (indubbiamente coraggioso, occorre dirlo) e non, come molti – sfiduciati rispetto alla possibilità che la classe politica decidesse, in nome dei superiori interressi del Paese, di sottoporsi ad una vistosa cura dimagrante – ritenevano necessario, per via referendaria. Era una scelta fino a pochi mesi fa inimmaginabile. Non solo perché ad essa si opponevano gli interessi corporativi e minoritari dei piccoli partiti (che disponevano, d’altra parte, in una situazione tanto frammentata quanto lo era quella del Parlamento uscito dalle elezioni del 2006, di un solido potere di veto, soprattutto a sinistra e in parte al centro dello schieramento politico), ma anche perché il calcolo miope di forze attente solo al proprio interesse di bottega induceva la destra, meno afflitta dal problema della frammentarietà e litigiosità delle coalizioni (anche se non assolutamente indenne dal male), a lasciare che la sua controparte rimanesse impaniata dalla viscosità dell’oltranzismo di alcune sue componenti. La scelta del Partito Democratico di “andare da solo”, quantunque in parte obbligata, visto l’esito catastrofico della recente esperienza “unionista”, è stata, lo ripeto, una scelta coraggiosa ed encomiabile, che va quasi interamente ascritta al merito del suo segretario politico e che ha indotto (se non proprio costretto, sfruttando anche il gusto per la sfida che contraddistingue la psicologia del “principale leader della compagine avversa”) il centrodestra a fare lo stesso. Ora, il problema è quello di consolidare il risultato, evitando che la delusione per una sconfitta del resto annunciata prenda il sopravvento ed induca (quando questa strada non venga suggerita per motivi più tattici che strategici, se non addirittura personali e poco confessabili) il Partito Democratico a ritornare sui propri passi per riprendere a tessere la tela di Penelope di un’alleanza priva di senso e orientamento. Cioè occorre introdurre una soglia di sbarramento coerente con quella prevista dalla legge che regola le elezioni nazionali anche per le elezioni europee. In seguito (ma c’è tempo), si potrà tornare a riflettere sulla legge elettorale, senza l’ipoteca dei veti corporativi (almeno si spera) e senza che l’assillo dell’urgenza dettata da una situazione grave e non più sostenibile induca a proporre modelli che la nuova situazione prodottasi con il voto di aprile ha forse reso superflui o quanto meno non più così indispensabili e privi di alternative (intendo alludere sia al modello tedesco che a quello francese, il quale ultimo resta, a mio parere, diversamente dal primo, un modello che potrebbe andar bene per l’Italia, ma che, applicato con le correzioni che la prudenza e cautela della nostra classe politica certamente suggerirebbero, potrebbe, ora, risultare addirittura controproducente).
    Veniamo alle questioni generali cui prima alludevo. E prendiamole un po’ alla lontana, cominciando col dire una cosa che, forse, potrà risultare accettabile per la maggior parte di coloro che vorranno riflettere senza pregiudizi su questo tema: nel campo etico-politico (facendo rientrare in quest’ambito anche l’orizzonte giuridico) i valori che l’età moderna ha, per così dire, selezionato e trasmesso fino a noi sono essenzialmente due: la libertà e l’uguaglianza (la giustizia si può considerare un valore derivato da questi e in essi risolvibile, in particolare nel secondo dei due). Le molte lotte, i conflitti (anche di natura religiosa) che sono stati combattuti negli ultimi cinque secoli, le rivoluzioni che si sono prodotte e susseguite dalla fine del Seicento alla metà del Novecento sono tutti eventi che hanno, a vario titolo, avuto il loro denominatore comune nella volontà di rivendicare o conculcare i diritti in cui si incarnano o si traducono questi due valori. Soprattutto dopo la Rivoluzione Francese, il problema che si è posto in modo sempre più insistente è stato quello della maniera in cui essi avrebbero potuto essere combinati (e in che misura) e dunque anche, almeno in parte, conciliati, visto che la loro tendenza naturale si è dimostrata ben presto quella di entrare reciprocamente in conflitto, benché, per altro verso, essi siano apparsi sempre più indissolubilmente congiunti e, quindi, non disgiungibili l’uno dall’altro senza danno reciproco. Le opzioni ideologiche che, su queste basi, è possibile definire chiaramente e supporre che possano, con profitto, confrontarsi in un’aula parlamentare, sono, pertanto non più di quattro. Ossia: 1) un programma ideale che, respingendo quegli aspetti della libertà dell’individuo che configgono con l’uguaglianza, si ispiri soltanto a quest’ultimo valore, e non al primo; 2) un progetto politico-ideologico che accetti la difficoltà di far coesistere pienamente l’un valore con l’altro e si proponga di dar vita ad un modello di società basato sulla combinazione equilibrata e pragmatica di entrambi, con l’occhio rivolto però, soprattutto ad esigenze equitative di riequilibrio sociale e politico degli eccessi di ineguaglianza sostanziale; 3) un secondo progetto dello stesso genere di quello appena descritto, ma con lo sguardo rivolto piuttosto ai diritti intangibili dei singoli individui e, dunque, con un’attenzione più accentuata per gli interessi soggettivi o di gruppo e corporazione che per quelli più generalmente sociali; 4) un rifiuto pregiudiziale ed arcaistico della modernità e del suo lascito ideologico, con il conseguente progetto di sostituire i suoi due valori di riferimento con valori diversi e pre-moderni, come gerarchia, onore, fedeltà, sangue, appartenenza territoriale, stirpe ecc. In questo quadro non rientra un programma compiutamente libertario, che, in modo simmetrico alla prima delle quattro opzioni ideologiche appena elencate, tenda ad escludere o a respingere tutti gli aspetti dell’eguaglianza incompatibili con la libertà del singolo. Ma questo per un motivo evidente. Un’ideologia del genere è, per definizione, ostile o quantomeno estranea al gioco politico-istituzionale come a qualsiasi esigenza di tutela pubblica di interessi collettivi e dunque in linea di principio poco o per nulla propensa ad assumere la responsabilità di una qualche forma di rappresentanza parlamentare (e solo di questo, qui, stiamo parlando). 
    Di conseguenza, traducendo le quattro posizioni esposte poco fa nel gergo del nostro attuale linguaggio politico, abbiamo, come possibilità funzionali all’articolazione democratica di un moderno parlamento occidentale, essenzialmente i seguenti indirizzi politico-ideologici: un’estrema sinistra (la posizione 1), un’estrema destra (la posizione 4), un centro-sinistra (la posizione 2) e un centrodestra (la posizione 3). Nell’attuale Parlamento italiano, di queste quattro posizioni, è rappresentata, con piena aderenza allo schema ideale che abbiamo or ora prospettato, solo la seconda (incarnata, appunto, dal PD), è assente la prima, mentre nel centrodestra il PdL rappresenta la terza (con qualche sconfinamento a destra, se si pensa ad alcuni degli aspetti che traspaiono dalle tesi proposte da un significativo esponente di questa forza politica, il ministro Tremonti, in un suo recente fortunato pamphlet), e la Lega la quarta (anche se in modo alquanto approssimativo e con molteplici sconfinamenti nella terza). L’assenza odierna della prima posizione potrà essere considerata in modo diverso a seconda del punto di vista dal quale la si giudica, ma è evidente che, assolutamente indispensabili al funzionamento di un moderno sistema di democrazia liberale sono solo le due intermedie. Ciò vuol dire anche che il sogno tenace di una cospicua parte della classe politica cattolica di ridare vita ad un partito di centro, religiosamente ispirato, non ha alcuna legittimità storica. Come ho ricordato più su, anche le guerre di religione che funestarono l’Europa tra Cinque e Seicento avevano, quale denominatore comune, delle rivendicazioni riguardanti la libertà e l’uguaglianza: libertà religiosa, uguaglianza di tutte le confessioni davanti allo Stato e alla legge o rifiuto sia della prima sia della seconda opposto da monarchi di una confessione a sudditi di un’altra, in presenza di richieste e rivendicazioni di questi ultimi riguardanti la loro fede e la possibilità di manifestarla e testimoniarla. I cattolici, oggi, in Italia, hanno orientamenti politici diversi, in relazione al loro modo di concepire il rapporto della religione con questi due valori, l’estensione che alla libertà e all’uguaglianza deve essere riconosciuta e i diritti che conseguono da questa estensione in rapporto ai temi che toccano gli aspetti più strettamente esistenziali della vita delle persone. Un partito cattolico si giustificherebbe solo in vista dell’intento di tradurre l’impianto della morale su cui la Chiesa fonda il proprio magistero – essendone, ad un tempo, interprete e propugnatrice – in articoli del codice civile e penale, almeno per quanto riguarda i divieti, che di questa morale sono una parte così larga. Ne consegue che una forza politica di questo genere avrebbe, oggi, la sua naturale collocazione a destra, e naturalmente in una destra più tradizionalista che liberale. Ma il movimento politico dei cattolici (o perlomeno quella parte di esso che era destinata ad avvertire in modo sempre più significativo l’esigenza di un’organizzazione politica confessionale e a confluire in un partito) in Italia ha origini tutt’altro che tradizionaliste e “di destra”, affondando le sue radici in una corrente di pensiero a sfondo sociale e religioso promossa da un’ala del movimento modernistico, e per di più in un’epoca in cui la questione della promozione dei ceti inferiori andava radicalizzandosi, anche sulla scia dei progressi compiuti dalle già costituite e ormai consolidate organizzazioni operaie. Di questa contraddizione fra egualitarismo dell’etica sociale ed autoritarismo dell’etica pubblica il partito cattolico non ha vissuto che alcuni aspetti, visto che i tempi storici di manifestazione delle esigenze che giacciono al fondo dell’uno e dell’altro sono stati diversi. Ma di una contraddizione è comunque vissuto: quella fra l’esigenza di sviluppare una propria autonomia dalla Chiesa e l’incapacità di sottrarsi al vincolo di obbedienza che lo legava a questa e che ha contribuito non poco all’ambiguità di cui si è nutrita la sua storia nel corso degli anni (soprattutto quelli del secondo dopoguerra), finendo col fare dell’identità politica dei cattolici in Italia un equivoco contraddistinto dalla presenza di un partito-contenitore nel quale coesistevano in maniera tutt’altro che armonica orientamenti tra loro anche apertamente in contrasto. Questo equivoco si è ora risolto con la sostanziale divisione dei cattolici nei due schieramenti che oggi si fronteggiano sulla scena politica del Paese. Rammaricarsene sarebbe insensato. Così come insensato, alla luce della più recente esperienza del governo Prodi sarebbe rammaricarsi della scomparsa dal Parlamento di una rappresentanza dell’estrema sinistra. E’ vero che – diversamente da quanto ho appena detto a proposito dei cattolici – l’opzione ideologica che questa rappresenta rientra nell’ambito delle quattro possibilità “naturali” (alla luce della storia dell’Europa moderna) che ho elencato e descritto poche righe più su, ma la presenza di una simile opzione in ambito parlamentare va giudicata con criteri funzionali: opportuna e accettabile quando non sia che l’espressione di una testimonianza (potremmo anche dire: un “termometro sociale” dell’elettorato) capace di dare sfogo istituzionale ad un disagio altrimenti destinato ad orientarsi in direzioni pericolose e imprevedibili, è decisamente inopportuna ed anzi evidentemente dannosa quando costringe la sinistra moderata (e “moderata” non è una brutta parola, come alcuni nel centrosinistra continuano a credere) ad alleanze obbligate, fondate sul ricatto e sull’esercizio paralizzante del “diritto di veto”. In generale, questo vale non solo per la sinistra radicale, ma anche, e allo stesso modo, per la destra radicale o estrema, che, per alcuni suoi tratti (il tendenziale isolazionismo, l’intolleranza venata di razzismo, il comunitarismo localistico e l’identità ideologica territoriale a base etnica) è oggi rappresentata nelle nostre aule parlamentari dalla Lega. La quale, al contrario dell’estrema sinistra, ha ottenuto, nelle ultime elezioni politiche, un’affermazione assai più ampia di quanto quasi tutti non si attendessero, e ha così conquistato il diritto di esercitare un’influenza notevole sull’alleanza della quale fa parte, spostandone significativamente a destra l’asse politico-ideologico e dando, insieme, voce e corpo a quanto di peggio alligna nei recessi sordi e profondi dell’animo e della psicologia del Paese. Un Paese impaurito e disorientato, oggi più che mai, dall’assenza atavica di una direzione politica in grado di controllare e respingere l’assalto dei particolarismi in nome dell’interesse collettivo.
    Ma al di là di queste considerazioni, la semplificazione del quadro politico è stata e resta un risultato importante. Da tutelare. Anche se tra le forze sopravvissute se ne contano alcune la cui sopravvivenza si giustifica meno di quella di altre (forze, cioè, che non esprimono un’identità chiara e riconoscibile in tutto e per tutto, ma esibiscono un profilo ideologico sincretistico e composito, fatto, trasversalmente, di aspetti che appartengono a più di una delle quattro opzioni di fondo sulle quali mi sono soffermato nella prima parte di questo contributo). Ora, il problema con cui il PD si trova, in questa situazione, a dover fare i conti, sembra, stando a quanto abbiamo appena detto, abbastanza paradossale: il centrosinistra è, tra le forze che attualmente sono rappresentate in Parlamento, quella che meglio di tutte incarna una delle posizioni politico-ideologiche (la seconda) che abbiamo prima definito, da un punto di vista storico e teorico, “naturali” (nel senso di un “naturale portato dell’evoluzione della storia moderna”), eppure è anche quella che sembra fare più fatica a darsi un profilo identitario chiaramente definito. La cosa traspare abbastanza bene dalla crisi che lo attraversa e che, per quanto sia un’ovvia e prevedibile conseguenza della sconfitta subita, è contraddistinta dal fatto che, come le formiche impazzite di un formicaio franato sotto i colpi di qualche adolescente in vena di divertimenti sadici, i suoi esponenti sembrano muoversi disordinatamente, in tutte le direzioni, senza altra bussola oltre a quella rappresentata dalle proprie ambizioni e convinzioni personali. E il risultato è che anche un’iniziativa politicamente abile e interessante come la costituzione, sul modello delle opposizioni anglosassoni, di un gabinetto-ombra, destinato ad incalzare, su provvedimenti specifici, il governo in carica, sembra segnare il passo, mostrando, attraverso le dichiarazioni dei suoi componenti, di andare a rimorchio dell’esecutivo ufficiale, e cioè di limitarsi a criticarne, volta per volta, le iniziative, senza, però, riuscire a produrre proposte articolate, da sottoporre al giudizio dell’opinione pubblica come più valide ed efficaci di quelle avanzate dal Consiglio dei ministri (sia riguardo agli stessi problemi affrontati da questo, sia riguardo a problemi diversi, che l’attuale governo non si direbbe intenzionato, almeno per ora, a prendere in esame; proponendo in tal modo anche un progetto programmatico più organico e coerente di quello allestito dalla maggioranza, perché rivolto ad affrontare questioni di maggiore urgenza e di più rilevante interesse per la collettività). Non basta dire che è più importante, ora, occuparsi di far crescere i consumi attraverso un aumento delle pensioni, dei salari e degli stipendi, che affrontare i nodi della giustizia: occorre presentare un piano organico che, tenendo conto dei dati della contabilità nazionale, indichi i modi specifici in cui un aumento dei redditi da lavoro dipendente può essere conseguito. E anche la critica più drastica dei provvedimenti legislativi adottati dall’attuale maggioranza su temi come giustizia, sicurezza, immigrazione, energia e smaltimento dei rifiuti deve essere accompagnata, se non vuole ridursi ad una vuota declamazione moralistica, da indicazioni precise e articolate su ipotesi di soluzioni alternative. Così funzionano o funzionavano i “governi ombra” delle opposizioni inglesi. Così non si direbbe (o almeno non se ne ha notizia, che è come dire che la cosa non avviene) che funzioni quello messo in piedi dal PD. 
    Ma l’incertezza e la confusione che sembrano regnare tra i maggiori esponenti dì questo partito, il proliferare delle “correnti” e tutto quello che da questo consegue – scarsa capacità di iniziativa; “politica degli annunci”, volta più a lanciare messaggi “interni” che ad acquisire consenso “esterno” e puntualmente disattesa anche perché nessuno è per davvero in grado di far seguire, fino in fondo, gli atti alle parole; disaffezione degli elettori – hanno la loro radice nel fatto che il partito è ancora una somma di identità sbiadite e non un soggetto dotato di una propria, riconoscibile connotazione ideale. E questo anche se, torno a ripeterlo per l’ennesima volta, lo spazio politico-ideologico che esso occupa (o che dovrebbe occupare) esiste, ed è uno dei due autenticamente irrinunciabili tra quelli che il moderno panorama culturale e politico dell’Occidente accredita di un profilo coerente e adeguato allo spirito della sua storia. Può essere addirittura un bene che il Partito Democratico non abbia ancora un’identità definita: potrà darsela in una forma più rispondente alle esigenze che il suo modello comporta di quanto, per esempio, non abbia potuto o saputo fare il centrodestra. Ma questo risultato non potrà essere conseguito per l’impulso o la volontà di un leader: occorrerà che l’insieme delle forze che attualmente si confrontano al suo interno dia come risultante una tendenza che spinga in modo naturale il partito ad assumere la posizione che gli spetta.
    Beninteso, riempire di contenuti questa posizione non è proprio il più semplice degli impegni: troppe cose si frappongono tra l’enunciazione del compito e il suo assolvimento. Innanzitutto, la sconfitta elettorale, con la fase di turbolenze e assestamenti interni di cui abbiamo già parlato e del cui protrarsi nessuno è oggi in grado di prevedere la durata. In secondo luogo, la presenza tra gli esponenti più significativi del partito di un drappello di cattolici ancora incerti sulla distinzione che intercorre (e che deve necessariamente intercorrere) tra l’impegno per l’affermazione di valori politico-sociali e quello per l’affermazione di valori etico-religiosi. Infine, un’elaborazione culturale che continua ad essere molto al di sotto delle esigenze inderogabili prospettate dal compito in questione, dalla fase nuova che il mondo attraversa e dall’avvenire di una sinistra che abbia reciso i suoi legami con il passato e con i vizi ideologici che l’abitudine e la pigrizia mentale tengono tenacemente in vita fra i militanti. Richieste che la situazione determinatasi pretende imperiosamente vengano soddisfatte. 
    Estendere i diritti esistenti e introdurne di nuovi. Questa dovrebbe essere la parola d’ordine di un moderno partito della sinistra di governo volto al compito di mettere al passo con i tempi l’assetto sociale e civile del Paese. Quali diritti? In primo luogo, quelli che sono già riconosciuti, ma solo ad alcune categorie di persone e non a tutti o non a tutti nello stesso modo, e poi una serie di diritti nuovi, legati all’evoluzione delle conoscenze scientifiche, delle possibilità tecniche, dell’etica pubblica nonché al mutamento sociale, che ha prodotto situazioni inedite, figure prima sconosciute e compiti che nessuno poteva prevedere e rispetto ai quali i vecchi codici di comportamento e di riconoscimento risultano angusti e inadeguati. Estendere i diritti significa renderne partecipi nuovi soggetti, che attualmente sono esclusi dal loro godimento, come pure dare configurazione giuridica e tutela a coloro che, per le condizioni in cui versano oggi, ne sono privi e la richiedono. Significa propugnare una politica di inclusione e integrazione ad ampio raggio, con l’occhio attento ai conflitti che possono interessare diritti eventualmente contrapposti e con un criterio per dirimerli che sia oggettivo ed imparziale: il diritto prevalente è quello che interessa il maggior numero di persone (con l’ovvia eccezione dei diritti che riguardano le minoranze); che concerne persone reali e non virtuali; che corrisponde ad esigenze effettivamente sentite e rese manifeste, non ad esigenze “imputate”, attribuite in linea di principio e per ragioni teoriche a soggetti rappresentativi di una certa realtà sociale, ma prive di riscontro nell’esperienza effettiva di questi stessi soggetti. Significa impegnarsi nella definizione di norme puramente “concessive”, che attribuiscano diritti senza imporre obblighi o divieti (diversi da quelli derivanti dal rispetto e dalla tutela del diritto riconosciuto). Significa, però, anche garantire l’osservanza di certi doveri, perché quello che un partito moderno di centrosinistra deve promuovere non è un modello di società permissiva, bensì un sistema sociale fondato sulle regole – che garantiscono nel modo migliore e più efficace i diritti di tutti – piuttosto che sulle eccezioni.
    Quali possibilità ha un partito che si proponga un obiettivo del genere, in un Paese per tanti aspetti arretrato (dal punto di vista della cultura civile e dell’etica pubblica), corporativo e familistico come il nostro, di conquistare la maggioranza dei consensi che possono venire espressi dal corpo elettorale? Apparentemente assai poche. Soprattutto se si insisterà (come diversi esponenti dell’attuale minoranza, sia all’interno che all’esterno del PD, danno la netta sensazione di voler fare) nei vecchi giochi, consistenti, alternativamente, nel lanciare invettive morali, denunce apocalittiche e anatemi politici, da un lato, nel tessere accordi di palazzo, alleanze “realistiche” e strategie “gattopardesche”, dall’altro. Nel primo caso, si pensa di suscitare così anche nella maggioranza degli elettori una forma di indignazione che, abbastanza paradossalmente, ha o dovrebbe avere per oggetto, in ultima analisi, proprio questa maggioranza e le sue scelte. Nel secondo ci si propone, invece, dando per scontata l’immodificabilità del quadro e soprattutto l’impossibilità di scuotere un elettorato per il quale si nutre, in fondo, una profonda (e giustificata) disistima, di “navigare a vista”, per  cogliere, quando sarà maturo, il frutto politico dell’accortezza. Entrambi gli orientamenti nascono da una diagnosi che dispiace tanto a Galli Della Loggia (il quale non si stanca di denunciarne la presunzione e l’inconsistenza): quella delle “due Italie”, la sana e la malata, l’onesta e la gaglioffa, l’Italia dotata di spirito pubblico e del senso della comunità nazionale cui appartiene, e quella chiusa nel recinto angusto del suo egoismo di gruppo, del suo interesse privato, della sua avversione al bene collettivo. Fatta la tara all’eccesso di retorica e di autocompiacimento che questa idea del Paese contiene, occorre dire, con buona pace di Galli Della Loggia, che non è la diagnosi ad essere sbagliata, ma la terapia, o meglio, le tante terapie che, partendo da questo assunto, sono state, volta per volta proposte da personalità certo non secondarie della nostra storia civile e culturale, come De Sanctis, Gentile, Gobetti. Che il corpo elettorale italiano mostri, nel suo insieme, una maturità politica e soprattutto civile senza dubbio mediamente inferiore a quella degli elettori degli altri Paesi europei è, a mio modo di vedere, un fatto difficilmente contestabile. E la causa sta, credo, nella peculiarità della nostra vicenda storica, nella quale convergono aspetti diversi, che, singolarmente considerati, si trovano, in parte, anche nelle storie di altre importanti nazioni d’Europa, ma che solo nello svolgimento della nostra vita civile e sociale compaiono tutti insieme, con un effetto perverso di sinergia negativa. Come il localismo, la cultura controriformistica e la presenza della sede pontificia (la quale ultima conferisce alla seconda delle cause indicate un’efficacia che essa non ha, di fatto, potuto avere altrove, come, ad esempio, in Spagna). Se questo è il problema, ovviare ad esso non è semplice. E’, tuttavia, un compito indilazionabile del centrosinistra e non può essere assolto, come ho già detto, per l’evidente insufficienza dalla quale esse hanno ampiamente mostrato di essere contraddistinte, dalle terapie sin qui sperimentate. Educare un corpo elettorale privo, innanzitutto, di quel senso di compattezza e appartenenza nazionale che costituisce un requisito minimo di affidabilità per una democrazia rappresentativa è un obiettivo che può essere raggiunto in un solo modo: attraverso le virtù di un sistema istituzionale limpido e coerente, privo delle ambiguità e dei compromessi del nostro, il quale sembra fatto apposta, osservato in questa prospettiva, per assecondare le tendenze peggiori di una società disgregata. Quello di cui il centrosinistra ha bisogno, ciò verso cui deve puntare con decisione è un sistema istituzionale in grado di plasmare l’elettorato, inducendolo ad assimilare e metabolizzare il senso e l’essenza di quella condizione moderna, post-settecentesca, che si chiama “cittadinanza”. Dare ad un popolo delle buone istituzioni è il modo migliore (la via regia), se non l’unico, per fare, dei soggetti che lo compongono, dei veri cittadini.
 
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