Perché il
Centrosinistra 
ha perso?




di Mauro Visentin






    L’uomo, si sa, è un animale consapevole di essere mortale. Questo significa che ha paura: è e sa di essere mortale, perciò è minacciabile, dunque ha paura. Che tipo di minaccia potrebbe incuterci timore o sgomento se non fossimo mortali? Se avessimo sempre tempo e modo per rovesciare ogni situazione che si fosse volta a nostro danno? Se non ce ne fosse quindi nessuna che si potesse considerare, per noi, irreversibile? Ma se è cosi, la sua paura, la paura dell’uomo come essere umano finito, essendo connessa al suo essere mortale, è legata alla sua essenza. Non ha paura contingentemente, oggi o domani, di questo o di quello: la sua è una paura strutturale o costitutiva del suo essere. Tale, dunque, che, sia pure in modo latente, non può non accompagnarlo sempre e dovunque, visto che gli è congenita o connaturata. Nel corso della storia, l’uomo ha innalzato difese poderose contro questo senso di fragilità e impotenza, contro il suo sentirsi sempre e comunque, perennemente minacciato. Ma l’evoluzione storica ha prodotto un singolare paradosso: mano a mano che le scoperte tecnico-scientifiche gli consentivano di controllare la natura e di estendere gradualmente il proprio dominio su di essa, depotenziando la minaccia insita nella sua imprevedibilità e nella sua forza travolgente (le scoperte fisico-astronomiche innanzitutto, ma poi, in modo sempre più impetuoso ed esaltante, quelle della medicina e della biologia, insieme a quelle di una tecnica che ha progressivamente elaborato strumenti tanto sofisticati e complessi, al fine di facilitare la vita e reggere o prevenire il corso delle cose e le avversità, da apparire quasi miracolosi, come i mezzi per diagnosticare e curare le malattie, gli elaboratori elettronici, che compiono per noi, a velocità incredibile, le operazioni più complesse, giù giù fino agli elettrodomestici o ai mezzi di comunicazione, che rendono più semplice, comoda e sicura l’esistenza), mano a mano, dicevo, che questo processo veniva svolgendosi, un vuoto si apriva davanti a lui. La tecno-scienza può allungare, facilitare e rendere piacevole la vita. Non può, però, rovesciare l’ordine della natura, non può far sì che il mortale divenga immortale. Per quanto depotenziata, la minaccia incombe. E per di più il “disincanto” che le moderne acquisizioni della scienza e della tecnica hanno prodotto nei confronti degli aspetti “incantati” o mitopoietici dei prodotti storici della cultura, derivanti dalla vecchia propensione umana a fronteggiare la minaccia con strumenti concettuali o ideologici atti a conferire almeno un’apparenza di senso e verità alla storia, alle cose, all’esperienza e al nostro essere nel mondo – strumenti come la religione e la metafisica – ha generato disperazione e sconforto: va bene vivere, con agio e comodità, mediamente più a lungo di quanto i nostri progenitori avessero mai neppure sognato di poter fare, ma a che pro tutto questo se non siamo più capaci di riconoscere un “senso” nella nostra esistenza? 
    Qualcuno comincerà a pensare che, per un errore redazionale, a questo intervento sia stato assegnato il titolo di un altro: che cosa c’entra tutto questo con la sconfitta elettorale del centrosinistra in Italia? Si, d’accordo, il centrodestra ha vinto da noi le recenti elezioni politiche, basando la sua campagna sulla paura e il senso di insicurezza degli elettori. Ma se fosse per caso questo il punto al quale volessi, in definitiva, arrivare avendo iniziato il mio contributo così come l’ho iniziato, non avrei forse preso la faccenda troppo alla lontana? In fondo, la condizione che ho preso a descrivere è assai nota, tutt’altro che una novità: ne sono piene le pagine di tanti libri che hanno fatto la storia del pensiero novecentesco. E, soprattutto, è diffusa e generale, non riguarda solo noi italiani ma tutti (tutti gli europei, tutti gli occidentali, in misura diversa e variabile, almeno potenzialmente, tutti gli uomini). 
    Non posso che riconoscere la correttezza di questi rilievi. Ma non è colpa mia se, almeno a mio modo di credere, per comprendere davvero le radici della recente sconfitta, è necessario scendere in profondità e spiegare perché quella generale e insidiosa condizione che ci caratterizza appunto tutti, come uomini, prenda da noi, oggi, la forma specifica di un’inquietudine e di un’apprensione, facendo leva sulle quali il centrodestra ha potuto sbaragliare il campo. Quello che, in altre parole, intendo sostenere è che se si vuole capire perché il centrodestra ha vinto – un centrodestra che, presentandosi così come si presenta da noi, difficilmente avrebbe potuto ottenere un simile consenso altrove, in Europa –, ciò che occorre è ragionare su un dato, indubbiamente non nuovo, ma specifico, peculiare della nostra condizione storica, sociale, culturale, politica e perfino esistenziale: in Italia la maggioranza del corpo elettorale è antropologicamente di destra. E’, cioè, chiusa in una visione, pavida e difensiva, delle radici elementari della propria vita (proprietà, sicurezza, legami famigliari). Si tratta di un fenomeno noto, divenuto un problema su cui riflettere a partire dall’Ottocento – e non a caso – ad opera di una personalità come quella di Francesco De Sanctis, e ripreso nei primi decenni del Novecento da intellettuali di diversa estrazione e orientamento come Giovanni Gentile e Piero Gobetti, che in esso vedevano la ragione più profonda dei limiti politici della nostra storia. Si potrebbe dire così: nonostante la grande tradizione letteraria e culturale che vantiamo, nonostante il Rinascimento, nonostante l’unificazione politica conseguita nel XIX secolo con le lotte e le guerre risorgimentali, la maggioranza degli italiani non è mai riuscita a diventare una Nazione. Non è mai riuscita a raggiungere la soglia oltre la quale un insieme di individui e nuclei famigliari o tutt’al più comunali giunge ad elaborare una percezione collettiva capace di associare tutti quelli che si trovano a vivere entro i confini di un’entità politico-geografica sotto l’insegna di un comune destino di popolo. E’ questo che ci differenzia, non solo, come è ovvio, dai francesi, dagli inglesi, dagli spagnoli, che sono divenuti cittadini di stati nazionali quando da noi ancora si doveva attraversare un confine per andare da Lucca a Pisa, ma anche, per es., dai tedeschi, che pure hanno avuto una vicenda storico-politica simile alla nostra. Questa diffidenza, questa chiusura non è ideologica ma, come ho detto, antropologica ed è di destra, perché è difensiva, conservatrice (per pavido misoneismo), insofferente nei confronti delle sfide della diversità. Incrociando un simile ritratto con la definizione che ho dato del fenomeno emerge un concetto di “destra” che potrà certo apparire “di parte”. E indubbiamente lo è, ma solo per il suo orientamento assiologico: se si rovescia il giudizio di valore, l’immagine proposta non si differenzia poi troppo dal ritratto della destra che emerge dal recente e assai discusso pamphlet di Giulio Tremonti La paura e la speranza. E proprio in questa sorta di manifesto ideologico e programmatico del centrodestra italiano possiamo rinvenire una chiave per comprendere le radici della sconfitta. 
    Ho detto che la disposizione esistenziale di una parte cospicua, tendenzialmente maggioritaria, del corpo elettorale italiano è di destra, ma specificando che lo è in senso antropologico e non ideologico. Si tratta di una precisazione niente affatto secondaria per afferrare il significato delle considerazioni che vorrei proporre in margine alla questione della sconfitta elettorale. Dire che questo orientamento, pur essendo “di destra”, per le ragioni che ho indicato, è antropologico e non ideologico equivale a dire che è privo di valore e di efficacia identitaria. Ciò non significa che sia privo di rapporto con il problema dell’identità. Al contrario. La paura che nasce dal senso di soggezione alla minaccia (indefinita) dell’ambiente, a sua volta connessa alla finitezza e soprattutto al fatto che ne siamo consapevoli in forma riflessa e tematica (a differenza, per quanto se ne sa, degli animali, che hanno solo una percezione istintiva, sembra, della morte nel momento della sua imminenza) è legata proprio all’identità, perché è questa in prima e ultima istanza l’oggetto della minaccia, ciò per cui si ha paura e che si sente a rischio, che si teme di perdere (l’identità, infatti, e non il corpo, è ciò che con la morte istantaneamente svanisce, almeno dall’orizzonte percettivo in senso lato). Gli strumenti difensivi che la cultura e la civiltà hanno allestito nel corso della storia e ai quali ho fatto riferimento prima (religioni, metafisiche, ideologie, appunto) hanno assolto il loro compito fondamentalmente sostituendo (o, più frequentemente, sovrapponendo) all’identità caduca e minacciata, un’identità più solida e meno soggetta al rischio (nonché, di conseguenza, alla paura): un’identità sublimata. Come quella di cui sono espressione, per esempio, l’idea di un’anima immortale o le grandi entità collettive. Senza dubbio, lo Stato ha una funzione eminentemente protettiva nei confronti dei suoi cittadini. Ma poiché nessuna struttura pubblica o istituzionale sarebbe in grado di garantire la sicurezza di nessuno ove nessuno si sentisse in alcun modo inibito, dalla presenza dello Stato, a manifestare liberamente l’intento di affermare ad oltranza il proprio interesse egoistico – ove, cioè, la maggior parte dei comportamenti individuali non fosse indotta, da questa sola presenza, ad uniformarsi alle norme che impongono il sacrificio di alcuni aspetti dell’interesse privato in cambio della tutela pubblica delle componenti primarie ed essenziali di questo stesso interesse (la vita, la proprietà, la sicurezza) – ecco che il più solido scudo contro la minaccia indeterminata che ciascun essere finito avverte incombere su di sé a causa dell’ambiente che lo circonda non è rappresentato semplicemente dallo Stato, ma da questo e insieme dall’idea che esso incarna e rappresenta. In altre parole, anche in questo caso, ossia in quello dell’ identità collettiva e sublimata che lo Stato esprime, da un’ideologia.  
    Un’ideologia che, nella maggior parte dei paesi europei e occidentali, non è di parte. Essa costituisce, quindi, in questi paesi, quella base ideologica comune sulla quale si innestano poi le ideologie di parte di cui sono espressione la destra e la sinistra politiche. Non così da noi, dove destra e sinistra si sono costituite, ideologicamente, prima dello Stato unitario e in contrapposizione ad esso, incarnandosi successivamente, la sinistra, nei movimenti risorgimentali repubblicani, nel socialismo e infine nel partito comunista; la destra, nella Chiesa cattolica, nei partiti clericali e alla fine in quel partito Popolare o Democrazia Cristiana che, quantunque nato da una costola del modernismo cattolico, ha rappresentato, nell’Italia del secondo dopoguerra, non senza contraddizioni interne legate anche alla sua origine, il vero baluardo del fronte ideologicamente moderato. Da questo schema resta escluso il fascismo. Per un motivo assai semplice: perché esso ha comportato bensì, formalmente, un’affermazione ideologica molto rimarcata dello Stato e del suo valore, ma rappresentando un fenomeno assolutamente superficiale dal punto di vista ideologico, privo di quel profondo radicamento nello spirito pubblico collettivo che movimenti analoghi coevi hanno avuto altrove in Europa, anche perché fondamentalmente incapace di creare una base simile, nella quale gli fosse poi possibile radicarsi effettivamente. In tal modo, dopo la fine della seconda guerra mondiale, comunisti e cattolici hanno dato vita ad un sistema costituzionale volutamente debole, perché generato da pregiudizi ideologici fortemente anti-statuali, che nel caso dei primi affondavano le loro radici non in un’ostilità di principio allo Stato come tale, ma in una riserva ideologica di fondo nei confronti di questo Stato, capitalistico e borghese, mentre in quello dei secondi nasceva sia dall’essenza dell’ideologia cattolica sia da una ragione storica di fondo, ossia il fatto che questo Stato era pur sempre nato da un’usurpazione perpetrata ai danni della Chiesa, quindi da un atto di violenza prevaricatrice che, quantunque digerito, assimilato e perfino benedetto, restava, a monte di tutto, come una sorta di suo vizio capitale o peccato d’origine.
    Così, con il declino dell’ideologia comunista, insieme a quello delle componenti più identitarie del cattolicesimo, e con la sostanziale assenza di un’ideologia dell’identità e dell’appartenenza nazionale, un fenomeno da noi sconosciuto fino a ieri o tutt’al più all’altro ieri come l’immigrazione di massa dai paesi del sud del mondo, unitamente a quella, incontrollata e incontrollabile, dei cittadini europei dell’est di recente acquisizione, ha fatto riemergere dal fondo oscuro e inespresso dell’animo di una cospicua parte degli elettori italiani quelle paure arcaiche e ancestrali che giacciono nelle profondità dell’inconscio collettivo della specie, non più tenute a freno dalla sublimazione sostitutiva  o sovrapposta della fede politica o religiosa. 
    Quello che è essenzialmente mancato alla proposta politica del PD è stata un’ideologia riconoscibile, capace di fornire a queste ansie un’alternativa credibile e convincente rispetto a quella confezionata e messa in campo dal centrodestra nell’arco di una manciata di mesi. Attenzione! Qui non si tratta di programmi, ma di ciò che li rende credibili: l’ideologia retrostante, l’identità riconoscibile, il senso di appartenenza. Ai sentimenti antropologicamente di destra della parte più cospicua dell’elettorato italiano in questo momento, il PDL e soprattutto la Lega hanno saputo proporre un’ideologia di destra nella quale potersi rispecchiare con fiducia, se non addirittura – come indubbiamente, in alcuni casi è avvenuto – con ritrovato orgoglio. Possiamo dirlo, senza alcun timore che ciò possa apparire come il tentativo di procurarsi un alibi a posteriori o come una goffa acrobazia dialettica: il loro compito era enormemente più facile.  Lo era per almeno due motivi: in primo luogo perché la Lega aveva da anni arato il terreno, suscitando, nel nord Italia, un diffuso fermento ideologico elementare (ed anche piuttosto primitivo) fondato sulla piccola comunità omogenea, a base identitaria etnica e regionale (il “sangue” e la “terra”) che, senza dimenticare l’interesse economico e l’insofferenza per una normativa universalistica riferita a principi astratti e lontani, attendeva solo chi le desse veste e dignità intellettuale anche semplicemente di poco superiori a quelli, non saprei se più fumettistici o goliardici, di una mitologia celtica da cartone animato. In secondo luogo, perché a una destra ideologica risulta certamente più facile andare incontro alle aspettative di una destra antropologica di quanto non risulti tale alla sinistra e alla sua ideologia (tanto più se questa è ancora allo stato di nebulosa). Per quanto riguarda poi quest’ultima, occorre riconoscere che il PD ha davanti a sé un compito difficile: nato, di fatto, dalla fusione e dal superamento delle due esperienze politico-ideologiche fondamentali del primi 45 anni di costituzione repubblicana, deve dotarsi di una nuova cultura politica e di una prospettiva ideologica che, non potendo nascere dalla semplice sintesi di due orientamenti per tanti aspetti non solo diversi ma, a causa dei motivi che ho illustrato prima, opposti (e in queste condizioni un tentativo di sintesi riuscirebbe, verosimilmente, piuttosto ad un’infelice operazione sincretistica che ad un esito autenticamente e felicemente sintetico), deve essere e soprattutto apparire inedita. Cose del genere non possono venire elaborate che nel giro di qualche anno, non certo in poche settimane. Tanto più che, per ragioni che ho già cercato di illustrare nel mio primo intervento su InSchibboleth e su cui tornerò tra poco, l’elaborazione di un’ideologia di nuova matrice deve avvenire oggi su un terreno che per il PD, a causa delle sue origini, è forse il più insidioso.
    Ma prima di procedere in questa analisi, sarà forse il caso di sgomberare il terreno da una possibile fonte di equivoco. Si potrebbe pensare, sulla base di quanto ho detto fin qui, che per la sinistra non ci sia alcuna possibilità, nel prossimo futuro: se la maggioranza degli elettori è antropologicamente di destra, perché dovrebbe, ad un certo punto, lasciare questa sua identità per accoglierne una nuova e opposta? L’obiezione, in effetti, nasconde un equivoco: se ho sottolineato che i sentimenti che animano oggi (e hanno animato per tutto il secondo dopoguerra e forse per buona parte della vicenda storica del nuovo Stato unitario) la maggioranza degli elettori sono di destra, ho anche detto e sottolineato che hanno una radice non identitaria e ideologica, ma antropologica. In altre parole, anche se incontrando, è ovvio, maggiori ostacoli, la sinistra ha la possibilità, non meno della destra, di offrire con successo a questi elettori un ancoraggio ideologico-identitario. Per farlo deve, diciamo così, sfruttando una metafora presa dal gergo della navigazione a vela che, come è noto, nel PD ha illustri cultori, navigare ideologicamente “di bolina”.  
    Ma andare “di bolina” non significa mettersi a remare controcorrente, e per esempio affrontare una richiesta di sicurezza – che nasce da una percezione di insicurezza forse esagerata rispetto alla realtà di fatto, ma non per questo, nella sua veste e qualità di percezione, meno reale e meno suscettibile di essere spiegata e interpretata – come quella che viene dal fondo oscuro delle paure e delle ansie dell’elettore medio nei termini di un puro e semplice rifiuto, di una  fin de non recevoir, proponendo un’apertura generalizzata e incondizionata delle frontiere e respingendo qualunque misura volta a predisporre forme di deterrenza e contenimento nei confronti del dilagare di reati contro le persone e il patrimonio commessi in numero crescente da cittadini stranieri di determinate nazionalità. Come sembra intenzionata a fare, in  nome di un astrattismo ideologico degno di coloro che gli dei abbiano prescelti per essere accecati e venire da ciò indotti a perdersi, gli esponenti della sinistra radicale. Identico discorso per quanto concerne l’ostinata volontà, da parte di questo stesso settore del mondo politico, di respingere qualunque misura eccezionale volta a fronteggiare uno stato di emergenza come può essere quello della condizione igienico-sanitaria che si profilerebbe nel giro di poco tempo in Campania se non si provvedesse, con urgenza, a piegare le resistenze di certi comuni indisponibili ad ospitare sul loro territorio luoghi di raccolta e stoccaggio dei rifiuti. Resistenze che, per quanto giustificate e comprensibili, si presentano oggi, nelle strette di una situazione senza precedenti, come veri e propri attentati, irragionevoli e non accettabili, alla salute pubblica e all’interesse collettivo. Proprio l’atteggiamento, tra l’infantile e l’irresponsabile, che i partiti della cosiddetta “sinistra arcobaleno” stanno tenendo in questi giorni, di fronte ai primi provvedimenti del nuovo governo, e che appare alimentato da un rifiuto pregiudiziale ed ideologico, mostrano bene la vocazione minoritaria e suicida di questo fronte, non pago di una sconfitta elettorale di proporzioni inimmaginabili anche solo fino a due mesi or sono. E provano come sia incomprensibile la posizione di quanti, nel PD vorrebbero, a quanto pare, gettare via il bambino con l’acqua sporca in cui è stato lavato, tornando ad ipotizzare alleanze che oggi sono improponibili già solo per il fatto che i soggetti ai quali ci si dovrebbe rivolgere per costruirle sono sulla via di trasformarsi in entità puramente virtuali.
    L’“essere antropologicamente di destra” non orienta in modo irrevocabile la maggioranza del corpo elettorale italiano verso una posizione ideologica definitiva, ma comporta solo una dimensione dell’esistenza che rende chi ne è partecipe più propenso ad abbracciare opinioni di destra che non di sinistra. Tuttavia, la sinistra non  è destinata ad avere sempre il vento a sfavore: la condizione generale dell’essere umano finito lo predispone alla paura, come abbiamo visto, e la paura è un sentimento che invita a chiudersi in difesa piuttosto che ad aprirsi al mondo. Ma ci sono epoche e situazioni in cui quel sentimento prevale, e ce ne sono altre in cui esso viene contrastato da una tendenza diversa, che potremmo definire “socievole”, ugualmente forte e radicata nella natura istintiva e pulsionale degli uomini. Del resto, anche l’insocievolezza e l’egoismo sono spesso (quando non siano espressione di una disposizione anacoretica di puro e semplice rifiuto della vita associata) manifestazioni di orientamenti se non “socievoli” per lo meno “sociali”, visto che hanno bisogno, per prodursi, di un ambiente umano nel cui ambito esprimersi. Senza dubbio, almeno nei paesi occidentali (e tra questi, per i motivi che ho elencato in precedenza, in Italia più che altrove) la globalizzazione spinge la massa dei cittadini (soprattutto quelli socialmente più a rischio) a chiudersi in difesa. La fase che il mondo sta attraversando è, quindi, sfavorevole alla sinistra. Particolarmente da noi. Ma ci sono eccezioni che dimostrano come questa possa, volendo, risalire la china, anche senza dover aspettare una nuova fase di “apertura” della coscienza collettiva media alla varietà e diversità del mondo.
    Il problema (o la domanda), pertanto, è, in primo luogo, la seguente: come deve configurarsi, oggi, un’ideologia di sinistra (ovvero quell’insieme di idee e valori, dal forte connotato identitario, la cui assenza ha pesato sulla sconfitta elettorale molto più della scarsa presa sugli elettori del programma che il PD ha proposto – anche perché, forse, questa scarsa presa è stata frutto, proprio, di quell’assenza)? Per rispondere all’interrogativo, ci offre ancora una volta un suggerimento interessante il libro di G. Tremonti, al quale abbiamo già fatto riferimento una volta, nelle righe che precedono. Sarebbe senz’altro sbagliato giudicare questo breve saggio solo per alcuni suoi tratti che balzano agli occhi, come l’uso di un collaudato (ma anche un po’ frusto) armamentario francofortese (la critica al mondo globalizzato proposta nella forma di una critica alla visione dell’individuo come consumatore, dell’etica come economia, dell’economia come tecnica e della tecnica come alienazione disumanizzante e omologante). Certo, una qualche, un po’ ingenua, pretesa di esibire le proprie “buone letture”, strizzando l’occhio qua e là – attraverso riferimenti impliciti o criptocitazioni, ma anche richiami espliciti, sebbene abbastanza generici – al lettore avveduto (pretesa che mostra la sua ingenuità proprio nel dare prova di ignorare che le buone letture, quando effettivamente ci sono, traspaiono da sole) si lascia intravvedere nella trama del discorso tremontiano. Ma la sostanza della questione è un’altra.
    Il libro di Tremonti ha suscitato molto interesse giornalistico, non solo per la personalità dell’autore – più noto come protagonista, da qualche anno a questa parte, della vita politica, nella quale ha ricoperto cariche di primo piano, che come studioso (benché sia un esperto di sistemi tributari e un docente universitario) – ma anche (e soprattutto) per le tesi “protezionistiche” e statalistiche (o, come forse lui preferirebbe dire, “colbertiste”) che vi sono sostenute. E questo, in particolare, per via del pulpito dal quale vengono proposte, essendo Tremonti, com’è noto, un rappresentante – e non qualsiasi – del centrodestra. Ora, ciò che è significativo non è tanto il fatto, sul quale hanno insistito giornali e dibattiti, che un esponente di destra, e della destra ufficialmente moderata e tradizionalmente liberista, sostenga tesi più consone a posizioni di sinistra (cosa che colpirebbe assai di meno se la destra rappresentata da Tremonti fosse quella più radicale ed estrema, che non ha mai nascosto simpatie per un ruolo attivo dello Stato in ogni ambito della vita sociale) quanto, piuttosto un’altra cosa. Ciò che mi sembra degno di richiamo è, per dirla in breve, la constatazione che in questo libro si realizza una sorta di frattura tra il programma politico-economico, che sembrerebbe non rispettare i canoni classici dell’alternativa destra/sinistra nei sistemi democratico-liberali a noi noti, e l’orientamento etico chiaramente di destra ispirato ad un insieme di valori morali e religiosi propri della tradizione conservatrice (Dio, famiglia, cultura a base etnico-territoriale, autorità, ordine, coincidenza di morale e diritto, ecc.). E non è un caso che se nel 2001 il centrodestra ha vinto facendo leva sul problema dell’eccesiva pressione fiscale, questa volta la sua affermazione sia dipesa piuttosto dal richiamo alla diffusa esigenza di una maggiore sicurezza fisica (e non sociale). Si potrebbe, per mettersi in pace la coscienza ed evitare di fare i conti con una realtà nuova e con i cambiamenti (anche e soprattutto di mentalità) che essa impone, sostenere che tutto questo corrisponde semplicemente ad uno spostamento a destra, sulle posizioni più radicali della Lega, per un verso, della vecchia AN, per l’altro, del PDL, e che, da questo punto di vista, c’è perfetta coerenza tra il programma di politica economica bandito da Tremonti e la “carta dei valori” cui si ispira il suo discorso. Ma sarebbe un’ingenuità e una semplificazione. E’ vero, naturalmente, che nelle tesi “atimercatiste” di Tremonti si rispecchia una posizione più ideologica che pragmatica, ma nel suo discorso sembrano combinarsi due orientamenti tradizionalmente diversi e incompatibili: una “chiusura” che a tratti si direbbe riproporre i temi di una propaganda isolazionista e autarchica, da un lato, e, dall’altro, la denuncia di un eccesso di normatività e controlli in campo economico, contrattuale e fiscale. Questo mélange, più o meno d’effetto, potrà piacere e convincere oppure no, ma è indizio – al di là del pamphlet tremontesco e delle sue intenzioni, delle sue furbizie e ingenuità – di una cosa che vado sostenendo da diverso tempo a questa parte (si veda appunto, al riguardo il mio primo intervento su questo portale), ossia che oggi, la politica economica non è più un terreno di confronto primario, sul piano delle identità, fra destra e sinistra, perché tale confronto si è spostato ormai su un terreno diverso: quello delle concezioni etiche, dei valori, delle visioni della vita (in senso lato, non semplicemente politico-sociale, ma anche, e in primo luogo, individuale, esistenziale, biologico). E su questo terreno (che, per le diverse provenienze culturali dei suoi esponenti, è per lui il più difficile e insidioso) il PD non ha ancora potuto (più che saputo) darsi un profilo netto e chiaramente comprensibile.
 
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