Sulla crisi delle 
sinistre estreme....




di Carmelo Meazza


	




Dopo queste ultime elezioni politiche la sinistra radicale (ma non solo) dovrebbe finalmente interrogarsi, sulle forme del suo linguaggio e della sua retorica. 
Bisognerebbe partire da una teoria dei tropi più che dal rosario dei contenuti mancati per capire qualcosa di più di questa catastrofe elettorale, come l’ha definita un segretario, nella commozione dei grandi momenti.
Prima o poi qualcuno sentirà come un dovere morale abbandonare, seppure per poco, l’apparentemente solido terreno dei programmi e dei contenuti per dedicarsi, con calma, anche con un certo affetto, a  una teoria dell’argomentazione e dell’elocuzione degli enunciati che organizzano, da molto tempo, il campo simbolico dell’identità delle sinistre più estreme. 
E’ sbagliato sottovalutare l’importanza che le figure del discorso hanno nelle forme della politica in generale, ma è un errore ancora più grave sottovalutare l’importanza che la scena della parola ha sempre avuto nella tradizione della sinistra italiana.
Il discorso è come il fuoco semantico che organizza lo spazio pubblico dell’impegno politico della sinistra. E’ come una forza vettoriale intorno a cui si sviluppa un’intera organizzazione degli spazi e dei tempi. 
Una topologia dei luoghi della politica della sinistra nel Novecento, dalle antiche cellule, alle sezioni sino alle federazioni verificherebbe come tutto ha il suo punto di fuga nella sovranità della parola influente, organizzata e persuasiva incardinata intorno alla relazione introduttiva e conclusiva o finale. Almeno per alcune generazioni questo rituale ha segnato lo spazio pubblico della politica così come ha modulato i tempi della militanza. Quest’ultima non sarebbe comprensibile senza una certa animazione che proviene da questa messa in scena della parola nel flusso delle riunioni in cui si tramanda. Il rango del discorso organizza  un’antropologia e un’economia. 
Per generazioni ha orientato un certo senso della militanza, i rapporti tra cultura e politica, tra interno ed esterno, tra pubblico e privato. 
Si dirà che gran parte di queste semplici osservazioni sono riferibili alla organizzazione della politica del Novecento. Si dirà che le forme del politico della prima Repubblica, di tutte le esperienza partitiche, ne sono ugualmente segnate. 
La vecchia Dc non era anch’essa un partito della militanza discorsiva, della parola impegnata? 
Solo in parte è così. La parola come militanza poteva radicarsi solo in un’esperienza che doveva per varie ragioni attribuirle il massimo del valore pratico. In un’esperienza che aveva alle sue spalle una filosofia della prassi in cui la bontà di una teoria si misurava a partire dalla sua efficacia storico-pratica, in cui un impegno teorico veniva considerato senza intuizione o senza sostanza se mancava di immersione nella fatticità del reale e il reale fosse senza luce e cieco, senza l’intelligenza del momento teorico. La sintesi di tutto questo non poteva che dare alla parola discorsiva un rango speciale su cui caricare buona parte del peso della qualità della politica.
In questa scena della parola la sinistra italiana ha costruito la sua critica sociale, ha reso possibili veri e propri salti di coscienza e di consapevolezza, ha senz’altro contribuito a diffondere tra grandi masse popolari esperienze culturalmente elaborate e ricche, ha contribuito a combattere pericoli tremendi. Ha reso possibile anche un ceto dirigente che ha saputo comprendere i cambiamenti, interpretarli e seppure con non poche tensioni e contraddizioni, reinventare il ruolo della sinistra.
Ma per varie ragioni la scena della parola è stata anche il luogo dell’identità impotente di una parte della sinistra italiana. Dove le parole si sono irrigidite e trasformate in riflessi mentali. Dove una cultura e una pratica della differenza ha coltivato una secessione virtuale rispetto a una comunità più vasta e al destino comune di un intero Paese. 

Tra i tropi che meriterebbero una disamina attenta ci sono sicuramente i rituali dell’iperbole critica, del rilancio sindacale, dell’eccesso costante, a cui si accompagna come per forza sistemica, la possibilità sempre in agguato di una rottura interna, di una scissione, di una separazione. Andrebbe studiata a fondo questa retorica della differenza e questa pratica della scissione. I due momenti costituiscono come i due fuochi di un’unica ellisse che per una strana coazione a ripetere compromette ogni volta le virtù della sinistra ( ...molto di più di una malattia infantile). Occorrerebbe una mappatura minuziosa di tutte le forme in cui questo rituale della differenza s’imprime nel lessico e nella sintassi, nei temi, nelle ambizioni, nei tipi umani. La capacità della critica sociale è una virtù, anche morale, che la sinistra del Novecento può lasciare in eredità al nuovo secolo e tuttavia è sempre un errore confonderla con questa retorica della differenza. 
Se si facesse una genealogia attenta di questa pratica e dei suoi effetti di campo sul piano delle idee e sul piano dei fatti si vedrebbe che la forza positiva della critica sociale può avere a che fare con un’esperienza dell’alterità ma non della differenza. Si vedrebbe che differenza e alterità stanno su bande di frequenza molto diverse, che la prima, nonostante diverse apparenze, è molto più complice del tempo che contesta di quanto sia disposta ad ammettere la sua coscienza ideologica.
Appena si traccia l’ellisse a partire dai fuochi dell’iperbole critica e della possibilità della scissione, questa sinistra chiude le porte e le finestre e vive di se stessa. Senza referenza o in autoreferenza. Così tende a ripetersi il più solenne dei suoi rituali: quello dell’autocritica. Nessun altro luogo è così carico di pathos semantico, così spesso inutilmente autoriflessivo come questo interiore momento di verifica, il quale si ripete con straordinaria puntualità, con un strana necessità, quasi sempre preludio di ulteriori secessioni, di memorie cancellate, di biografie improvvisamente respinte o rimosse, di condanne senza appello e di promesse un po’ vuote di non ripetere l’errore. 
Il linguista, ma anche lo storico o il filosofo della politica troverebbe un immenso materiale in queste pratiche dove la scena della parola e del discorso sta al centro di tutte le linee di forza. Bisognerebbe studiarla a fondo questa discorsività come pratica di identità , di differenza e di autoriconoscimento simbolico, con le sue cadenze, con i suoi stilemi anche mimici e facciali (...retorica dell’intervento con le sue pause, il suo respiro, nel talento della traccia o dell’appunto, della citazione, della replica), poiché è su questo terreno che questa sinistra tende ad autorappresentarsi, nel senso letterale di darsi una rappresentanza. E’ qui che questa sinistra ha progressivamente smarrito referenti e retroterra, coltivando più i salotti della parola che le realtà vivissime del Paese. Una sinistra comunista a cui farebbe bene una giusta dose di quell’intelligenza del reale che pure è contenuta in un sano materialismo storico. E’ proprio qui, in queste pratiche di autorappresentanza, che essa diventa un simulacro impotente dove le buone intenzioni, le tante buone intenzioni di cui pure è capace, subiscono una incredibile eterogenesi. E questa eterogenesi delle buone intenzioni non meriterebbe da sola uno studio attento e accurato? L’anima delle buone intenzioni viene da lontano e segna il momento in cui questa esperienza è vicina a cogliere la distanza tra alterità e differenza. E tuttavia, ripetiamo, le buone intenzioni anche quando restano vive nella forza di cause finali dell’azione sono sempre nel pericolo di produrre controeffetti pesanti e negativi: così la difesa dei salari reali può tradursi in un ulteriore impoverimento; la difesa dell’ambiente in un’ulteriore devastazione del territorio; una maggiore democrazia scolastica in una pedagogia eticamente devastante; la prossimità del potere ai cittadini nel decentramento amministrativo in una casta estesa di mestieranti della politica, l’ospitalità allo straniero in una comunità che implode rendendola infine impossibile. E si potrebbe continuare. 
Non basterà una rituale autocritica per far fronte a tutto questo. 
Occorrerebbe un nuovo pensiero critico del contemporaneo fuori e oltre la cultura e la pratica della differenza. Non è cosa facile: richiederebbe un investimento straordinario di energie non solo culturali, una passione civile diventata rara, la capacità di evitare i luoghi rituali della differenza ma anche le tentazioni troppo ireniche, l’emulazione di ciò che andrebbe invece contestato, la memoria troppo leggera e cinica uno sguardo non vuoto verso il futuro, un’attenzione viva alle culture che fanno costume ma soprattutto a quelle che fanno epoca, una cultura dei diritti ma anche una nuova cultura dei doveri e della responsabilità. Ciò che preoccupa è che il cantiere è stato aperto da non molto ma tutto è in rapida e temibile accelerazione.
 
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 SCHIBBOLETH
 
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