Stato e
sicurezza



di Umberto Curi




A chi spetta provvedere alla sicurezza dei cittadini? Esclusivamente allo Stato centrale, ovvero anche ai sindaci, secondo quanto richiesto nell’ormai famosa riunione di Parma dai primi cittadini di molti capoluoghi del Nord, in prima fila Flavio Tosi (Lega Nord) e Flavio Zanonato (PD)? Come certamente si può intuire, questo interrogativo è tutt’altro che marginale, visto il ruolo decisivo che la questione sicurezza ha svolto nel decidere l’esito delle recenti elezioni politiche, e più ancora in considerazione del fatto che essa, a torto o a ragione, continua ad essere percepita come una priorità assoluta. D’altra parte, proprio per l’obbiettiva centralità di questo problema, la risposta è meno semplice di quanto potrebbe apparire a prima vista, soprattutto per le molte e spesso trascurate implicazioni ad esso connesse. Cominciamo con lo sgombrare il campo da alcuni equivoci, tenacemente riaffioranti nel dibattito in corso. Il primo e più ricorrente è quello che riguarda il presunto “colore” politico di questo tema. Non basta ripetere che la sicurezza non è né di destra né di sinistra. Occorrerebbe aggiungere qualcosa che è per così dire a monte di questa stessa affermazione, e cioè che dal punto di vista storico e concettuale lo stato moderno  si costituisce precisamente come risposta all’esigenza di sicurezza, come vincolo “contrattuale” che è alla base della stessa ragion d’essere dello Stato. Ove questo obbligo non fosse rispettato, i cittadini sarebbero liberi da ogni tipo di dipendenza, e potrebbero riaffermare il loro diritto naturale su tutto, ivi compreso l’uso della violenza. Di conseguenza, stare a discutere se lo Stato (il solo Stato centrale o anche le sue articolazioni periferiche) debba o meno garantire la sicurezza equivale a chiedersi se sia la Chiesa a dover provvedere alle pratiche religiose o se, in caso di guerra, siano le Forze armate a dover intervenire. Si potrebbe semmai aggiungere che, nelle trasformazioni realizzatesi nella natura stessa e nelle funzioni dello Stato, soprattutto nel corso degli ultimi decenni, la tutela della sicurezza è rimasto un tratto distintivo, una sorta di irrinunciabile principio di individuazione.  Al punto da poter motivatamente affermare che, se lo Stato non fosse in grado di provvedere alla sicurezza dei cittadini, e questi ultimi fossero perciò indotti a provvedere in altri modi a tutelarsi, esso decadrebbe, dal punto di vista della sua legittimità, e dunque della sua stessa ragion d’essere.
Il problema, dunque, non è questo. La vera questione è un’altra e riguarda una meno frettolosa definizione di cosa debba intendersi per sicurezza. Nel nostro paese, per un complesso di ragioni che sarebbe troppo lungo qui richiamare, questo tema è ormai da alcuni anni identificato semplicisticamente con una sola delle sue dimensioni, vale a dire con la tutela dalle minacce alla propria incolumità fisica o al proprio patrimonio. Si dimenticano – e molto spesso nient’affatto in buona fede –  altri e non meno rilevanti aspetti della sicurezza: quella nei luoghi di lavoro (il numero dei morti ammazzati in un anno è meno della metà dei morti sul lavoro), quello connesso ad un sistema sanitario effettivamente funzionante (a parte le “cliniche dell’orrore”, quanti morti o invalidità si potrebbero evitare, se se vi fosse un maggiore impegno finanziario per la salute pubblica?), quello legato ad un contesto ambientale che non provochi inquinamento o vere e proprie forme di avvelenamento, quello conseguente al potere pressochè incontrastato del crimine organizzato, la cui “produttività” in termini di pericolo è incomparabilmente superiore a quella dei campi nomadi o dei borseggi di strada. Per questa via, si giunge insomma a individuare la questione di fondo, trascurata per ignoranza o occultata per disonestà intellettuale, e cioè che le inadempienze dello Stato sul piano della tutela della sicurezza dei cittadini non riguardano affatto semplicemente la sua capacità di evitare l’accattonaggio o lo scippo, ma investono più in generale il modo in cui esso provvede a garantire la sicurezza a 360 gradi. E si comprenderà allora per quale ragione dare ad intendere che si sia imboccata la strada giusta, destinando un contingente di soldati alla vigilanza dei centri urbani, o auspicando l’intervento dei sindaci, sia soltanto un espediente per nascondere una verità amara, coincidente con un tragico paradosso: i veri nemici della sicurezza dei cittadini sono coloro che, in tutti questi anni, hanno lavorato per “indebolire” nel suo insieme le funzioni dello Stato, per ridurre i finanziamenti alla sanità, per rendere di fatto inapplicate le norme della sicurezza sul lavoro, per allentare i controlli sulla tutela dell’ambiente, per convivere con la criminalità organizzata. Per dirla in termini più espliciti ed argomentati: anche se non sempre il nesso può risultare evidente, ogni intervento di “alleggerimento” dello Stato, ogni iniziativa che proceda nella direzione di ridurre le potenzialità di intervento dello Stato in settori come la sanità, la lotta alla grande criminalità  o le garanzie sul luogo di lavoro, implica di fatto una dimissione dello Stato dai suoi compiti precipui di tutela della sicurezza. In ciò, dunque, il fraudolento inganno dell’attuale maggioranza governativa. Nel voler far credere che sia possibile prendersi realmente a cuore la sicurezza dei cittadini varando normative dannose o inapplicabili, e contemporaneamente agendo in modo da ridurre al minimo le funzioni e le prerogative dello Stato. Di tutto ciò, senza le risibili scorciatoie spettacolari dell’intervento dell’esercito, dovremmo ricordarci quando giustamente esigiamo che lo Stato provveda alla nostra sicurezza.
 
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 SCHIBBOLETH
 
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