Una proposta:
la scuola e gli immigrati



di Marco Filippeschi e Carmelo Meazza





Ci chiediamo se non sia necessario rinnovare profondamente il ruolo e le funzioni della scuola pubblica in una società che diventa progressivamente multiculturale. 
Forse dobbiamo interrogarci con più radicalità sul legame che tiene insieme una certa nozione di laicità, la convivenza e lo spazio pubblico della scuola.
Come dovrebbe cambiare la scuola, in tutti i suoi ordini, nel momento in cui le società dell’Occidente, in particolare in Europa, subiscono la pressione crescente di un’immigrazione multietnica e multiculturale, che sempre più intensamente abita la civitas della nostre comunità? 
Sappiamo che questi processi sono destinati ad aumentare per la spinta della globalizzazione dei mercati, per l’allargamento dei confini dell’Europa, per gli squilibri planetari tra ricchezze e povertà. Le grandi città italiane somigliano sempre più alle metropoli europee: in un unico spazio coabitano popoli, appartenenze identitarie, linguistiche e religiose assai diverse tra loro. 
Dobbiamo tenere conto che la globalizzazione nello stesso momento in cui promuove modelli omologanti può indurre una reazione identitaria. Questo significa, come si sa, che la rivendicazione di radici identitarie può rappresentare una forma di coesistenza con gli effetti destabilizzanti prodotti dall’attuale sviluppo delle forze della civiltà dell’economia globale.
Le identità culturali e religiose possono dunque affermarsi con molto energia e delimitarsi in confini molto netti. 
Nelle nostre città, vie, quartieri o territori, anche molto estesi, appaiono cittadelle estranee, non raramente con una propria lingua, un proprio codice e un proprio stile, con un’economia qualche volta sommersa e clandestina, con una diversa aderenza alle regole di convivenza. Soprattutto le comunità islamiche tendono a costituirsi come isole autoctone dove si esercitano funzioni religiose, sociali, assitenziali, economiche e culturali. Mentre da più lungo tempo si osserva l’esperienza, silenziosa quanto eccentrica ai precorsi d’integrazione, delle comunità cinesi.
Dobbiamo chiederci dove può condurre tutto questo. Dobbiamo interrogarci se la nostra reazione sia adeguata.  Se siano appropriate le culture politiche, le misure legislative con cui affrontiamo tutto questo.
Un arcipelago di comunità autoreferenziali delimitate da confini molto definiti non può che generare aree di tensione molto forti, separatezze e conflitti che prima o poi precipitano nella violenza. 
Il più grave errore che possiamo commettere è quello di ridurre questa emergenza a una questione di ordine pubblico. Lasciare che queste comunità si chiudano nei loro limiti, anzi in qualche modo sostenerli in questa autodelimitazione, e poi sorvegliare e pattugliare le frontiere con l’efficienza delle forze dell’ordine è un modo sbagliato per affrontare questa situazione. Ci sono aspetti tipici della sicurezza e dell’ordine pubblico, naturalmente, che non possono essere trascurati, la sicurezza è un bene primario da garantire e solo garantendolo si legittimano le istituzioni democratiche ai diversi livelli. Ma, guardando alle esperienze più mature, occorre convincerci della parzialità e dunque dell’insufficienza di un simile approccio (basterebbe la conflittualità ormai permanente nelle banlieux parigine per dimostrarlo).
Altrettanto illusorio è ritenere che un risolutivo passo in avanti sia rappresentato dalla condizione economica dell’immigrato. L’integrazione economica è certo importantissima ma di per sè non è in grado di promuovere frontiere condivise, come appunto dimostra il caso delle comunità cinesi, in qualche caso, la forza economica può incrementare le linee di tensione e di separazione.
Non riflettiamo a sufficienza sul fatto che la multiculturalità impone una revisione radicale dei luoghi cardinali della cultura: a incominciare dalle istituzioni educative.
Dovremmo chiederci cioè se propria la scuola pubblica non possa essere la frontiera più adeguata per diventare un ambito attivo di accoglienza degli immigrati che giungono nel nostro Paese. Se ci pensiamo bene il momento della trasmissione delle tradizioni storiche e culturali da una generazione all’altra comporta una frontiera mobile e discontinua.
Anche quando avviene nella condizione di criticità o di sclerosi delle istituzioni preposte, il passaggio dei saperi comporta una certa energia di innovazione, di criticità, di sconfinamento, di alleggerimento della forza dei confini tradizionali. Non è un caso che dalla seconda metà del Novecento le tensioni sociali, i modelli di innovazione politico-culturale, la critica anche radicale verso l’insufficienza dei poteri costituiti, si sia prodotta in quest’ambito del sociale. Tanto più i saperi sono la risorsa fondamentale delle sociatà avanzate tanto maggiore è il quoziente di criticità e sismicità che in essi è possibile riscontrare. Il potere dominante che volesse imporre una camicia di forza a tutto questo troverebbe resistenze infinite e dovrebbe esercitare una violenza senza misura.
Sulla frontiera della trasmissione dei saperi dunque c’è come una energia naturale che occorrerebbe impegnare per costruire un’ethos della convivenza in una società sempre più multiculturale. 
Per i più giovani la scuola è già un luogo di fusione di provenienze diverse. Dai giovani l’attenzione deve e può trasmettersi alle famiglie, nel luogo dove forse è più naturale una socializzazione di saperi diversi e l’apprendimento di saperi e di valori civici condivisi. Perchè dunque non immaginare percorsi scolastici per gli immigrati adulti che decidono di vivere nel nostro Paese? Percorsi di socializzazione e scolastici naturalmente completamente nuovi rispetto a quanto saremo in grado di offrire nell’attuale condizione di crisi e precarietà della scuola italiana. Percorsi che dovrebbero avere tempi, spazi, discipline, saperi, pedagogie, docenti, finalità e obiettivi assai diversi da quanto la scuola forse offrirebbe ai propri cittadini adulti. 
Una riflessione intorno a questa eventualità, ci porterebbe intanto a ricollocare la scuola al centro del dibattito pubblico. A valutare attentamente il ruolo storico che essa ha avuto nella storia della nostra identità nazionale, i percorsi di laicità che ha reso possibile, la funzione di progresso civile che ha facilitato e promosso, le barriere di classe, di culture e di appartenenze che ha contribuito a modificare; ma anche i gravi limiti che in varie epoche ha avuto, gli abusi che in suo nome si sono commessi, 
le ingiustizie che si sono tramandate, l’oppressione dei modelli dominanti sulle identità linguistiche regionali, pedagogie insufficienti, per arrivare ai giorni nostri in cui la scuola vive ancora più intensamente, nella sua crisi, la condizione di impotenza in cui si trova la società italiana.
Pensare alla scuola come spazio privilegiato per l’accoglienza di chi è nuovo cittadino italiano può sollevare alla giusta altezza il dibattito sulla riforma della scuola. Può rendere ancora più evidente quanto la scuola sia l’ambito delle relazioni sociali più intrecciato con le questioni della laicità. Pensare un percorso scolastico per immigrati adulti significa interrogarsi dentro un volo radente, con la questione dello spazio comune, dei limiti e delle frontiere delle identità.
 
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