La Sapienza
del poi



di Umberto Curi





Dopo tanti discorsi astratti sulla laicità, con la convinzione ormai diffusa di aver raggiunto un buon grado di consapevolezza su un tema così delicato, è bastato un episodio di per sé marginale, quale l’annunciata presenza del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico alla Sapienza, per far franare tutto miseramente. Dei sottili distinguo, delle dotte disquisizioni, delle raffinate precisazioni – presenti anche nelle pagine di questa rivista, e in almeno un paio di seminari svoltisi nell’arco degli ultimi mesi – non sembra essere rimasta alcuna traccia consistente. Alla prima occasione, è prevalso il riflesso condizionato ingenerato dall’abitudine, o si è imposto il richiamo alla Realpolitik. Con buona pace della “novità” che dovrebbe essere rappresentata dal Partito democratico. Raramente, ad essere schietti, si sono visti atteggiamenti così poco “nuovi”, così convenzionali, così ispirati a considerazioni meramente tattiche, a valutazioni contingenti. Il fatto che tutti si siano precipitati ad esprimere solidarietà al Papa, neanche fosse stato oggetto di chissà quale aggressione, la dice lunga sul persistere di una cattiva coscienza, quasi che si dovesse comunque espiare per il solo fatto di non essere credenti. Accorrere in piazza San Pietro, accogliendo il richiamo tutto spudoratamente “politico” del cardinal Ruini, come hanno fatto tanti dirigenti del PD, mescolandosi a personaggi talora di dubbia reputazione, gomito a gomito con Borghezio e Gasparri, è stato un segno di una persistente subalternità culturale, dalla quale non sembra si sia capaci di liberarsi. Giunti a questo punto, non si sa se possa avere ancora un senso proporsi di svolgere un ragionamento “laico”, viste le ambiguità e gli equivoci che su questo termine si sono addensati in questa circostanza così incresciosa. Pur con queste avvertenze, si può almeno tentare di mettere in fila alcune considerazioni del tutto obbiettive. Forse non saranno laiche - speriamo che almeno appaiano di buon senso.
Anzitutto, è necessario chiarire la “cosa”, vale a dire quale sia stata la natura effettiva dell’iniziativa assunta dai 67 docenti della Sapienza. Come da più parti si è cercato di precisare – inutilmente, visto l’uso che ne hanno fatto i mass-media – circa un paio di mesi prima dell’inaugurazione, costoro si sono limitati ad inviare al Rettore una lettera con la quale esprimevano il loro dissenso circa l’ipotesi di affidare al Papa l’incarico di tenere una lectio magistralis. La lettera, pur non essendo riservata, non era tuttavia destinata ad essere pubblicata, e rifletteva un’opinione (non importa quanto condivisibile) di alcuni membri del corpo accademico, rivolta a colui che svolge un ruolo di rappresentanza del corpo accademico nella sua totalità. La lettera contiene alcune valutazioni, in particolare per quanto riguarda l’atteggiamento di Ratzinger nei confronti della scienza, e di Galileo in particolare, che sono del tutto opinabili. In dettaglio, ad esempio, si contesta al Papa di aver rilanciato – citandolo – il giudizio fornito da Paul Feyerabend a proposito della controversia fra lo scienziato pisano e la Santa Inquisizione. Nel merito di queste contestazioni, vi sarebbe da osservare che si tratta di una catena di equivoci. Non si è capito, per cominciare, che la presunta “critica” di Feyerabend a Galileo riproduce in realtà un’argomentazione per antifrasi, nel senso che ciò che l’epistemologo rileva, e cioè che le tesi dello scienziato non erano suffragate da evidenze sperimentali incontrovertibili, non è affatto finalizzato a ridimensionare l’importanza di Galileo ma, esattamente al contrario, vuole sottolineare che quel modo di procedere, non necessariamente inchiodato a prove indiscutibili e a modelli logici rigorosi, è precisamente il modo col quale, a suo giudizio, la scienza cresce e si sviluppa. Insomma, secondo Feyerabend, Galileo sarebbe il fondatore della scienza moderna, proprio in quanto avrebbe canonizzato un “metodo” nel quale il caso, la fantasia, gli elementi irrazionali – e non il rigoroso rispetto di un codice di astratta razionalità – sono fattori determinanti. Da questo punto di vista, è difficile dire se, citando Feyerabend, Ratzinger intendesse associarsi al suo elogio di Galileo, e dunque anche del suo anarchismo metodologico, ovvero se volesse distorcere il “senso” della posizione di Feyerabend, per muovere un’accusa allo scienziato pisano. Ad essere franchi, la questione non è fra le più appassionanti; ma la si sarebbe tranquillamente, e più opportunamente, potuta affrontare in chiave di dibattito epistemologico in un’occasione e mediante strumenti diversi da quelli di un’inaugurazione accademica.
Chiarito questo, il secondo passaggio che va sottolineato è che il “caso” è nato – ed è stato artificiosamente gonfiato, per scopi tutt’altro che nobili – nel momento in cui la lettera è stata pubblicata dai giornali, tradendo le “intenzioni” degli stessi sottoscrittori. Altro è, infatti, l’espressione di un dissenso rivolta privatamente ad un collega primus inter pares, altro è il rendere di pubblico dominio il contenuto di questo dissenso. Con questo atto, la questione, originariamente appartenente al novero delle questions de bagatelle, è stata trasformata in un vero e proprio casus belli, sul quale hanno affondato tutti coloro che, soprattutto nel centrodestra, ma anche nello stesso centrosinistra, aspettavano l’occasione buona per rilanciare polemiche ideologiche del tutto prive di senso, oltre che (si sperava, almeno) completamente anacronistiche. A partire da questo vero e proprio turning point, è accaduto di tutto e di più. La discesa in campo degli “atei fedeli”, come Giuliano Ferrara o Marcello Pera. La scomposta corsa a “chiedere scusa” al Pontefice, neanche avessero fatto un’altra breccia a Porta Pia. Il compiaciuto intingere il biscotto in questa insperato zabaione di stupidità da parte di Bruno Vespa ed Enrico Mentana, alla ricerca di qualche argomento con cui sostituire il delitto di Cogne o l’omicidio della studentessa americana a Perugia. Il frenetico succedersi di dichiarazioni di amore sempre più ardente per il Papa, anche da parte di agnostici incalliti, ma provvisti di dosi elevate di pelo sullo stomaco. Come se qualcuno avesse davvero messo in discussione il diritto ad esprimersi da parte del Pontefice. Come se davvero da qualche parte si fosse impedito con la violenza la sua partecipazione alla cerimonia della Sapienza.
Ci si imbatte qui nel terzo punto, sul piano di questa cronaca tutt’altro che esaltante. Ciascun Ateneo, per tradizione ormai plurisecolare, costituisce una comunità governata da regole scritte e da consuetudini non scritte, le quali insieme concorrono nel sottolineare un dato di fondo, vale a dire l’autonomia formale e sostanziale di tutte le sedi universitarie. Con i provvedimenti legislativi assunti negli ultimi anni, fra l’altro, questa autonomia è stata altresì ulteriormente rafforzata anche dal punto di vista amministrativo. Ebbene, è cosa perfettamente normale che l’occasione annuale più solenne e significativa nella vita di queste comunità venga organizzata e gestita secondo criteri definiti in piena autonomia dagli organismi di governo delle università. In particolare, il Senato Accademico, o lo steso Rettore, possono ritenere opportuno invitare questo o quel personaggio, al quale si riconosca, per motivi diversi, la capacità di riscuotere la stima e il consenso della comunità che lo invita. Ma è del tutto evidente che, poiché l’invitato non può che essere di volta in volta uno solo, coloro che non siano stati invitati non sono stati, per ciò stesso, privati della parola, censurati, messi coercitivamente a tacere. Sarebbe come se il rabbino capo di Roma protestasse per non essere stato invitato all’inaugurazione dell’anno accademico. La stessa cosa varrebbe per esponenti di altre chiese, o anche per rappresentanti delle istituzioni o dei partiti politici, i quali non è verosimile si sentano discriminati per non essere stati invitati. Perché, ad esempio, Fini o Berlusconi o Franceschini non si lagnano di non essere stati invitati a tenere una lectio magistralis? E dunque, per ritornare al contenuto della famigerata lettera: si chiedeva di non invitare il Papa, con motivazioni certamente del tutto discutibili, ma non si lanciava nessuna fatwa contro il Santo Padre, non si chiedeva che fossero portate fascine di legna a Campo dei Fiori, non si auspicava che riaprissero le celle di Castel Sant’Angelo. Semplicemente, si dichiarava di ritenere preferibile che altri, e non lui, fossero invitati. Poiché nessun “obbligo”, di nessun genere, né alcuna prassi o consuetudine più o meno consolidata, induceva ad invitare proprio il Papa (invece che, che ne so, del Ministro per l’Università, o di qualche Premio Nobel), gli sfortunati 67 chiedevano di soprassedere sulla decisione assunta. Tutto qui. Un’autentica banalità. Un episodio del tutto irrilevante se, come si è visto, non ci si fossero buttati a pesce da tutte le parti: settori della stessa università romana, presunti maître à penser, intrattenitori televisivi, giornalisti d’assalto, esponenti politici. Uno spettacolo indecoroso. Un segno, fra i molti, del grave deterioramento culturale e civile del nostro paese. Dal quale è poi scaturito il tocco finale a questa avvilente telenovela: il raduno dei 200 mila in Piazza san Pietro, per acclamare il martire, per testimoniare la propria illibata fede nella Chiesa di Roma.
Tentiamo qualche considerazione riassuntiva. Le questioni - quelle sì, serie – della laicità e del doveroso rispetto nei confronti delle religioni, di qualunque religione, non c’entrano assolutamente nulla con la farsa o il vaudeville andati in scena a ridosso della cerimonia della Sapienza. E’ vero: se ci si riferisce unicamente agli interessi della coalizione di centrosinistra, e all’incerto e travagliato futuro del PD, visto il putiferio che ne è seguito sarebbe stato meglio che quella lettera non fosse stata scritta, o almeno che non fosse stata resa pubblica. In questa prospettiva, di pura opportunità tattico-politica, si può perfino condividere il giudizio espresso da Massimo Cacciari (“cretinismo politico”), palesemente infastidito dal sentirsi messo in difficoltà per le conseguenze di un’iniziativa certamente poco “tempestiva”, se gli unici “tempi” che si devono tenere presenti sono quelli della politica quotidiana. 
Il fatto è che, oltre agli interessi più immediatamente politici, vi sono, o vi dovrebbero essere, anche esigenze di genere diverso, attinenti al piano scientifico e culturale, e a quello delle scelte di valore. E allora non si vede perché si dovrebbe sempre soggiacere all’iniziativa degli altri, perché farsi trascinare a rimorchio nell’ossequio – tra l’altro, puramente formale – al capo della Chiesa di Roma, perché non avere il rigore di denunciare le mistificazioni e le volgari strumentalizzazioni messe in campo senza alcun autentico “riguardo” nei confronti del Papa, al solo scopo di suscitare difficoltà al centrosinistra. Poteva essere questa l’occasione per un colpo d’ala, per una testimonianza concreta di un modo nuovo, più maturo e coerente, di concepire i rapporti fra Stato e Chiesa, fra scienza e religione. Si poteva cogliere lo spunto per chiarire tutta la radicale differenza che sussiste tra fede e religione, l’incondizionato rispetto dovuto a tutte le espressioni della prima, la necessaria vigilanza “critica” (che non vuol dire affatto pregiudiziale svalutazione) nei confronti della seconda. Si poteva far capire lo scarto tra laicità e laicismo, fra la preziosa autonomia di due ambiti fra loro pienamente compatibili, quali sono quelli della fede e della ricerca, e l’aprioristica opposizione verso tutto ciò che appartiene ad un’istituzione ecclesiastica.
Tutto ciò avrebbe richiesto alcune fondamentali distinzioni, senza le quali rischiano di risultare inevitabili pasticci come quello recentemente accaduto. Si è proceduto, invece, nella direzione esattamente opposta, mettendo insieme e confondendo piani e temi diversi ed eterogenei. Nell’invito al Papa, anzitutto, non è in discussione la questione della fede – argomento troppo importante, delicato e degno di rispetto, per potere essere mescolato con le contingenze di quell’avvenimento. Se è coerente con la propria posizione, e col riconoscimento della propria indigenza, il non credente sa bene di essere compagno di strada del credente, poiché con lui condivide il punto decisivo, vale a dire la consapevolezza dell’impossibilità di un compiuto “render ragione”, e dunque del limite costitutivo ed insuperabile dell’esercizio della propria ragione. Altra cosa è il problema del rapporto con il massimo esponente di una religione che, in tutta obbiettività, almeno in Italia non può essere messa sullo stesso piano di altre confessioni. Questo rapporto, e quello ad esso collegato della relazione con colui che è anche Capo di uno Stato straniero, indipendente da proprie opzioni di fede, esige da parte di tutti accortezza e senso dell’opportunità. Cosa diversa è, ancora, la valutazione della linea tenuta da Benedetto XVI nel campo della pastorale e del magistero, dove molte e legittime possono essere le obiezioni, soprattutto in rapporto alle direttrici seguite dai Pontefici precedenti, essendo tuttavia attenti a motivare nel merito – non sulla base di “simpatie” epidermiche, ma nel dettaglio anche tecnico di certo orientamenti – la propria opposizione. Altra cosa ancora, infine, del tutto diversa, è la posizione di Joseph Ratzinger come studioso e intellettuale, rispetto al quale sono ovviamente del tutto leciti il dissenso e la polemica, scegliendo tuttavia accuratamente il terreno e le forme per esprimere le proprie convinzioni. Insomma, per essere davvero fedeli alla propria responsabilità di studiosi e di intellettuali, queste perfino elementari distinzioni avrebbero dovuto essere presenti fin dall’inizio, sconsigliando dunque l’assunzione di atteggiamenti massimalistici, ed evitando dunque di cadere nel trappolone escogitato dai propri avversari politici. Disgraziatamente, così non è stato. Si è preferito attingere al repertorio di formule e atteggiamenti ormai inservibili, rispolverare antichi slogan, farsi catturare nelle angustie di una querelle di infimo profilo. Alla fine, accettando di fatto che altri gettassero lo scompiglio nel proprio stesso campo, intellettuali ed esponenti politici del centrosinistra hanno finito per perdere tutti, oscillando fra un logoro anticlericalismo e l’ipocrita compunzione di chi abbia chissà cosa da farsi perdonare. Insomma, dopo questa brutta vicenda, sarà probabilmente necessario ricominciare daccapo. Ripartendo dal concreto di casi come questi, piuttosto che discettando sui massimi sistemi.
 
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