Gelmini e
l’economia



di Umberto Curi





In visita sabato scorso a Venezia, il ministro Mariastella Gelmini si è detta scandalizzata  per essere stata accolta da una  manifestazione ostile di alcune centinaia di insegnanti,  allievi e genitori. “Mai avrei pensato che” – ha affermato – “facendo il ministro della Pubblica Istruzione. Mi sarei dovuta avvalere della collaborazione delle forze dell’ordine”. Ha ragione. Il titolare di un dicastero al tempo stesso delicato e strategico, come quello da lei ricoperto, non dovrebbe essere né protetto né condizionato da “poteri” esterni. Dovrebbe agire in piena autonomia, guidato esclusivamente da una considerazione di ciò che si debba fare per organizzare nel modo migliore i processi di formazione a tutti i livelli. Non dovrebbe perciò dipendere dal ministro degli Interni e dalla sue forze dell’ordine. Per la stessa logica, in sé ineccepibile, se ritiene doverosa la tutela della propria autonomia, non dovrebbe neppure prendere ordini dal ministro dell’Economia. Ma la coerenza, al giorno d’oggi, è virtù sempre più rara, in modo particolare tra i politici. Dovrebbe infatti spiegare, la ministra, come mai le uniche motivazioni addotte per giustificare i provvedimenti assunti, per la scuola elementare e per l’Università, rimandino ai tagli di spesa imposti da Tremonti. E’ questo, infatti, il vero nodo della controversia, sorprendentemente eluso nelle molte discussioni di queste ultime settimane. Un ministro che decida di ritornare al maestro unico, non sulla base di argomentate ragioni di carattere culturale, pedagogico e psicologico, ma esclusivamente per tagliare i costi dell’istruzione, è un personaggio che rinuncia in partenza ad ogni autonomia, è  letteralmente uno che ha tradito la missione che gli è stata affidata. Un ministro che, d’imperio, senza nessun’altra giustificazione, cancella dall’organico delle università 4 posti su 5, sia fra i docenti, che nel personale tecnico-amministrativo, senza fare alcuna distinzione fra aree disciplinari, facoltà e atenei, senza curarsi di verificare quali squilibri, inefficienze o vere e proprie paralisi tutto ciò possa produrre, il tutto nel nome dell’inderogabile risanamento economico del paese, è un incompetente, indegno di occupare quella poltrona. Di più: è evidentemente una vittima della pseudocultura generata e messa in circolazione dal berlusconismo -  prima dalle sue televisioni, e poi dalla sua politica. Una mentalità miope e angusta, interessata esclusivamente alla partita doppia, incapace di concepire altri obbiettivi, che non siano quelli del profitto, impossibilitata a capire la differenza che passa fra la realtà e i reality show, fra la cultura e il gossip, fra la ricerca scientifica e le chiacchiere televisive di Zichichi e Odifreddi. Una mentalità secondo la quale conta solo la quantità, in tutte le sue declinazioni, soprattutto monetarie, mentre la qualità è un optional del quale si può serenamente fare a meno. E dunque, che importa se, ripristinando il docente unico, si rischia di compromettere il livello qualitativo di una scuola, quale è la nostra elementare, che è miracolosamente ai primi posti delle classifiche internazionali? Che importa se il taglio indiscriminato degli organici universitari aggraverà ulteriormente il fenomeno della fuga dei cervelli, produrrà un generale abbassamento della didattica, metterà in pericolo la sopravvivenza stessa di dipartimenti e centri di ricerca? Quello che conta – l’unica cosa che conta – è poter sbandierare le cifre dei risparmi fatti, delle spese tagliate, dei costi ridotti. Senza però dire con quale contropartita queste “economie” siano state realizzate, senza essere sfiorati dal dubbio che, per il futuro di un paese, e per il suo stesso sviluppo economico, il taglio dei fondi per la ricerca non è la stessa cosa del taglio delle auto blu, delle scorte dei politici o della cancelleria per gli uffici. Anche nella prospettiva economicistica scelta dalla Gelmini, non tutte le spese sono uguali, non ogni risparmio è equivalente. Tagliare sulla sanità è incivile. Tagliare sull’assistenza è barbaro. Tagliare sulla scuola è miope. Intervenire così pesantemente, e in maniera così indiscriminata, sulla scuola e sull’università, vuol dire compromettere le prospettive a venire di questo paese, equivale a segare l’albero sul quale si è seduti. E’ vero che le sciagure non vengono mai sole. Ma chi poteva immaginare che, assieme alla Carfagna e a La Russa, ci toccasse anche la Gelmini?
 
PAGINA 2
 SCHIBBOLETH
 
In
Home
Articoli
PAGINA 1
 
STAMPA