Analisi di un partito in cerca di identità
 
 
 

di Ivana Bartoletti
 
 
 
 
 

Si discute molto, in queste settimane, di crisi del New Labour. Il leitmotiv e' sempre lo stesso: l'inconsistenza di Gordon Brown, la crisi economia, elezioni anticipate.
Un dibattito sui nomi e le persone, con un leader Tory – Cameron – ormai tronfio e sicuro di vincere il prossimo turno elettorale.
Giorni di analisi su una lettera che David Miliband ha scritto a The Guardian: una lettera intelligente e pacata, un ”vorrei ma non posso” pronunciato a bassa voce, un invito apprezzabile a “parlare di noi”, di cosa il New Labour ha da offrire alla nazione. 
Gia', bella domanda.
Vivo qui oramai da mesi, e divoro le notizie di politica interna ed internazionale, leggo libri di storia piu' o meno recente e saggi di autorevoli esponenti del progressismo in salsa british. Frequento dibattiti alla London School of Economics cercando, nel cenacolo che invento' il New Labour e la terza via, delle risposte, delle indicazioni su come la sinistra inglese puo' costuire se stessa. E invece, del cenacolo che diede via alla “Terza via” meglio non parlarne: l'eredita' lasciata da Tony Blair e' un vero fardello. 
Gordon Brown, affermatosi senza contesa (che errore per David Miliband! Ricorda qualcuno in salsa italiana?) ne ha portato avanti idee e fatti, e i risultati – non tutti – non sono stati all’altezza delle aspettative.
Per questo consiglio vivamente a chi in Italia pensa ancora che la politica inglese abbia avuto quel quid di liberta' e democrazia da Tony Blair di non pronunciarlo troppo ad alta voce. 
Purtroppo. Perche’ davvero l’Inghilterra di quell mix ha creato quell’identita’ che mescola allargamento delle opportunita’ e crescita economica e che ne ha fatto un faro ineguagliabile per quasi un decennio.
La guerra, certo. Ma non solo. E' strano vivere in un paese che consegna quotidianamente il suo tributo in vite umane agli Stati Uniti d'America. 
Ma non solo la guerra: Education, degrado sociale, sicurezza... sono tanti i terreni in cui il New Labour ha dimostrato di mettere in campo delle politiche senza rinnovare la sua “Politica”.
Vorrei qui analizzarne alcuni.
Quello piu' lampante e' l'Education. Il sistema scolastico e' al centro del dibattito quotidiano. La vocazione maniacale a fare test ha il pregio di avere a che fare con dati inoppugnabili. Ofsted, l'ente che valuta le scuole, fa un lavoro certosino. E quindi scopriamo c'e' un nesso diretto tra qualita' della scuola e studenti che non pagano i pasti, quartiere, comunita' e profilo etnico della zona. E mentre nelle aree depresse le scuole non preparano i giovani, il motto di questi anni del New Labour e' stato una sorta di “Study. Success. Achieve”. Orde di genitori temono con angoscia l'arrivo della primary school, spulciano i report di Ofsted, trasferiscono residenza, comprano un altra casa pur di mandare il figlio nella scuola giusta. E come dare loro torto? Sbagliare e' drammatico, visto che, come le cronache mostrano ogni giorno, errori possono essere drammatici.
Il divario sociale inglese e' altissimo. Alta privacy e presenza di centinaia di aziende dell'alta finanza, fanno di Londra il posto giusto per godersi stipendi d'oro. I divari salariali sono spaventosi.
Ma la vera scoperta dell’Inghilterra recente e’ la seguente: il motto labour “Education per tutti” non basta per scatenare mobilita' sociale. La genuine convinzione di permettere a tutti di studiare a prescindere dalle condizioni socio – economiche di partenza in realta’ non ha fatto altro che permettere ai ricchi di tutelare i propri pargoli mandandoli in selezionate scuole private lasciando ai meno abbienti le scuole povere di fondi, di saperi e di insegnanti qualificati.
Di questi tempi il Regno Unito guarda molto alla Svezia: in generale nei paesi nordici la mobilita' sociale non e' mai stata perseguita come fine, ma e' arrivata come conseguenza di una politica volta ad abbassare le diseguaglianze salariali. Cosi' in Svezia, il figlio del professionista va tranquillamente a fare l'operaio, e viceversa. Ma quel che conta e’ che in Svezia – e in generale nel modello nordico – I divari salariali non sono cosi’ elevate, quasi fosse una questione morale. L’opposto del modello british che va avanti senza troppi danni quando l’economia va bene, ma crolla in momenti di crisi economica. E questo e’ uno di quei momenti: il Regno Unito attraversa una crisi mostruosa e l’OCSE ha appena detto che tra tutte le economie forti, quella UK sara’ l’unica a non dare nell’immediato alcun segno di ripresa. In questo contesto, il Ministero dell’Interno ha rivelato quanto drammatica la crisi possa essere per la coesione sociale, e quanto possa acuirne il conflitto e la violenza urbana.
Dunque, il nesso tra education e motore sociale dovra’ essere ridiscusso. 
Tra le alter, Cameron ha una ricotta semplice semplice, quella di permettere alle famiglie di organizzare scuola per i propri figli in casa.
Piu’ recentemente ho notato Cameron ha assunto i tratti di Margaret Thatcher,  continuando ad affermare che chi viene da un quartire degradato deve impegnarsi, studiare di piu' e otterra' di piu'. Perche' l'Inghilterra dara' le opportunita' a tutti a prescindere dalle condizioni di partenza. Con un messaggio subliminale che suona piu’ o meno cosi’ (ed e’ cosi’, nella semplificazione anglosassone): se un povero non ce la fa, la responsabilita’ e’ sua di non essersi impegnato abbastanza.
Piu’ di un decennio di Labour dimostra invece che non ci sia nulla di piu’ lontano dal vero. Lo sforzo immane e apprezzabile dei Governi Blair e Brown di diminuire il peso delle provenienze economiche e sociali, ha dimostrato che le premesse sono sbagliate: non basta garantire le possibilita’ a tutti perche’,in una societa’ cosi’ frammentata dai divari salariali, dietro uno che riesce ce ne sono mille altri che guadagnano poche sterline al giorno per pulire le scale o vendere giornali. La pretesa immaginifica di creare uguaglianza sociale senza ripartire il peso della societa’ e, soprattutto, senza investirci denaro e’ pura utopia. 
Io credo davvero che su questo terreno si misuri la forza vera di un partito progressista, e non solo in Gran Bretagna.
Cito qualche esempio. 
L'era di Blair dette vita ad alcuni programmi di riqualificazione di complessi abitativi. Sto parlando di ghetti, con alto tasso di violenza e criminalita'.
Questi programmi hanno permesso agli inquilini di organizzarsi e gestire la comunita', di finanziare scuole e centri di aggregazione. Molte donne e uomini di quelle aree hanno acquisito una formazione professionale e la violenza e' nettamente diminuita.
Dopo poco tempo pero' e' accaduto che chi ha acquisito gli strumenti per andarsene l'ha fatto, lasciando il posto a nuova poverta', a nuove criminalita'.
Questo dimostra che senza un patto tra cittadini, senza una vera Politica capace di generare politiche sociali innovative, le migliori intenzioni non bastano.
Education, mobilita’ sociale e divari salariali saranno temi centrali della campagna elettorale, nonche’ tre grandi questioni identitarie del Labour che si presentera’ all’appuntamento elettorale (sul quando questo accadra’, ci sono varie idée): la conferenza di Manchester di fine settembre ci dira’ qualcosa di piu’.
Oltre a questo, pero’, trovo che una moderna identita’ progressista non possa prescindere dalla collocazione internazionale.
Ora, io non sono un economista ma non posso fare a meno di pensare che l’interdipendenza con gli Stati Uniti sia uno dei motivi principali dell’acutezza di questa crisi economica in terra British. Il credit crunch qui si e’ abbattutto con una forza mostruosa.
Il prezzo delle case precipita a vista d’occhio mettendo in ginocchio il mercato immobiliare. Su questo terreno peraltro trovo ci sia poca responsabilita’ collettiva da parte di media e politica e troppo abuso di informazioni (insomma, il crollo dei prezzi dei prezzi delle case non puo’ essere additato come l’unico responsabile della minacccia della recessione, e’ un errore grossolano). 
L’OCSE ha detto ieri che l’economia inglese sta scivolando nella recessione mentre David Blanchflower della commissione sulla politica monetaria della Bank of England ha appena detto che 2 milioni di Britannici potrebbero essere disoccupati entro Natale.
Ora, e’ chiaro che la crisi e’ ovunque e attraversa il mondo e l’Europa. Negli Stati Uniti la preoccupazione economica ha preso il posto della Guerra nell’elenco delle priorita’ dei cittadini.
Il punto che vorrei sollevare qui non e’ solo di natura economica. La questione che mi pare dirimente e’ la collocazione della Gran Bretagna tra oltre – oceano e oltre – Manica. Non e’ un punto secondario. 
Anche la crisi Georgiana ha visto lo straordinario spettacolo dei distinguo britannici. E senza dimenticarci che la Guerra in Iraq e’ realta’ quotidiana, tributo di vite umane ma anche sperpero di denaro che potrebbe essere utilizzato altrove.
Insomma, credo che una riflessione sulla collocazione internazionale del Regno Unito sia essenziale.
Tra poche settimane si svolgera’ il Congresso del Labour Party a Manchester: vedremo li’ quali risposte e quale futuro. Come e’ normale, si tentera’ di imputare a Gordon Brown la crisi economica e tutto il resto. Non so se un Labour rinnovato e capace di parlare alla Nazione ce la possa fare ancora una volta. Tony Blair tocco’ corde profonde, ma erano piu’ di dieci anni fa e il paese era reduce dal fallimento dei conservatori. Ora il Regno Unito e’ un paese in crisi, ma ha la forza di aver attratto le migliori energie e i migliori talenti. Sopratutto, non mi pare – il Labour Party – un partito incapace di affrontare riflessioni serie, e vere, di rinnovare idée e politiche, di sedersi intorno ad un tavolo, decidere una linea, una nuova leadership e marciare compatti. 

*** ***

Si sta svolgendo in queste ore la conferenza dei Conservatori a Birmingham, e l’altra settimana si e’ tenuta quella Labour a Manchester.

Le ho guardate e studiate entrambe, e ne scrivero’ nel prossimo numero della rivista.
Alcune riflessioni pero’, mi sembrano immediate:

1.	Cameron, il leader dei Tory e’ veramente migliorato, ed e’ un pericolo temibile per il Labour. Due anni fa stava per perdere il partito ora ne e’ il leader indiscusso;
2.	Gli slogan dei due congressi segnano la differenza e l’identita’. Il congresso conservatore punta su “change”, il congresso Labour puntava sull’esperienza e Gordon Brown stesso ha affermato nella sua relazione: “This is no time for novice”. Forse, in tempi di crisi davvero non e’ il momento delle novita’ e, forse, di questo Gordon Brown potra’ approfittare;
3.	La confusione politica regna sovrana: il Labour e’ accusato di non aver governato gli speculatori finanziari, Cameron propone invece controllo ed etica in ambito finanziario;
4.	Da quell che ho visto fino a qui del congresso dei conservatori, ho notato una retorica incredibile, demagogica e populista, ma certamente ho anche visto un partito certo tra pochi mesi di governare il paese. I cosidetti “fringe events”, organizzati dai vari think thanks sono luoghi di piu’ approfondita analisi e riflessione culturale e politica. Mentre in quelli del Labour ho notato una certa spinta all’elaborazione, nei documenti dei Tory ho invece trovato una grande confusione intellettuale e politica. 

Queste sono alcune considerazioni a caldo.  Nel prossimo articolo parlero’ diffusamente di entrambi I due appuntamenti politici.
 
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