A cento anni dalla “Voce”.
L’eredità culturale del
primo Novecento
 
 
 


di Umberto Carpi*
 
 
 
 



«La Voce» cominciò a uscire, direttore Giuseppe Prezzolini, a Firenze nel dicembre del 1908: Carducci – quasi il Risorgimento che tramontava – era morto l’anno prima, Croce aveva già pubblicato, dopo l’estetica, anche la logica e la pratica, dando un sistema e per così dire un ordine (con «La Critica» anche una rivista semiufficiale, mentre con il disegno dei Classici Italiani per Laterza un canone della letteratura nazionale) alla rinascita idealistica e neoromantica che stava disordinatamente investendo l’Italia fra reiezione di quel pensiero ‘positivo’, non necessariamente positivista, di cui si erano in buona sostanza nutrite le correnti di democrazia laica e lo stesso movimento socialista, irruzione delle mitologie ‘violente’ del pansindacalismo alla Sorel ovvero ‘aristocratiche’ dell’elitarismo alla Pareto e alla Mosca, magico-pragmatiste alla Papini, imperialiste alla Morasso, neo-nazionaliste alla Action française o catto-agrarie alla Péguy, variamente razziste alla Weininger con qualche nostalgia per Gobineau. La base politica di questa cultura intuizionistica e volontaristica era una critica violenta del giolittismo come sistema di governo fondato sulla corruzione parlamentare, del parlamentarismo stesso come luogo dell’inefficienza e del burocratismo, della democrazia come, si diceva, mediocrazia: invocazione delle élites, rifiuto dei partiti come elemento disgregatore (Croce scrisse in proposito un saggio famoso), liquidazione del socialismo (il medesimo Croce lo dichiarò morto in una non meno celebre intervista), critica radicale alla Oriani del processo unitario risorgimentale.
E non dimentichiamo che, praticamente negli stessi giorni in cui usciva «La Voce», nasceva anche il movimento futurista di Marinetti, del quale pure, dunque, stiamo per registrare il centenario: una strana avanguardia, molto diversa dalle altre europee tutte radicalmente critiche del primato della macchina sull’uomo, della intrinseca bruttezza etica ed estetica della produzione di serie e dell’individuo a sua volta serializzato, antibelliciste e internazionaliste; il futurismo marinettiano, invece, fu apologetico della velocità, del record, della macchina-violenza, fu nazionalista e bellicista. Diversissimo Marinetti, si badi bene, da Prezzolini, e i futuristi dai vociani (quando Papini e Soffici con «Lacerba» si fecero per una breve stagione futuristi diedero luogo ad un curioso futurismo di sensibilità estetica molto agraria e toscana, estranea al marinettismo industrialista e milanese): diversi, Prezzolini e Marinetti, per formazione culturale, diversi politicamente, diversi come editori e organizzatori di cultura. Però, ed è un punto di grande significato, una cosa in comune la ebbero: entrambi accarezzarono l’ambizione di sfociare con la loro iniziativa in un Partito politico. Il Partito Intellettuale di Prezzolini, il Partito Politico Futurista di Marinetti. Croce si muoveva in modo più discreto e prudente, tendeva piuttosto a permeare e a formare che a mobilitare, ma l’obiettivo di dare una direzione alla società attribuendo alla cultura una funzione di supplenza della politica era il medesimo. Interventismo insomma della cultura e degli intellettuali nella politica, l’organizzazione politica degli intellettuali intorno a una rivista o ad una sigla come gruppo elitario: fu un fenomeno dirompente, un modello essenziale, negli anni successivi, per la formazione delle riviste e dei gruppi gobettiani (Gobetti considerò sempre Prezzolini, a prescindere dai dissensi politici, quale proprio ispiratore), essenziale per lo stesso avvio dell’«Ordine Nuovo» come gruppo, aggregato intorno a un giornale, di iniziativa interna e insieme autonoma e scissionistica rispetto al Partito Socialista. Ma fu un proliferare diffuso su tutto il territorio nazionale: e si badi che il fenomeno esplodeva in concomitanza con una novità sociale e istituzionale altrettanto dirompente, l’introduzione (d’altronde avversatissima da Croce) del suffragio universale, anche se noi oggi fatichiamo a considerar tale un provvedimento riguardante solo i maschi. Soggettività politica dirigente degli intellettuali in quanto ceto e inserimento delle masse nella dinamica politica: il Novecento italiano che cominciava.
Nella iconoclastia della «Voce», prudente anche per l’eclettismo del suo direttore abile fino all’opportunismo, trovarono inizialmente posto le personalità più diverse, con i giovanissimi Slataper e Boine, con Soffici e Papini, i Croce e i Mussolini, gli Amendola e i Salvemini, giovani ‘rivoluzionari’ e più anziani oppositori, tutti uniti chiaramente nel segno dell’antigiolittismo e dell’antiriformismo, più confusamente in una domanda di modernizzazione che riguardava insieme la cultura, la politica, le istituzioni (molto meno l’apparato industriale, perché i vociani sentirono la provincia agraria e la città degli impieghi e della burocrazia, non la città della fabbrica, e la loro stessa Milano fu quella degli agrari Casati e Jacini non la metropoli della crescita industriale): ma le convergenze finirono presto, ognuno prese la sua strada, cominciò quella suddivisione all’infinito tipica dei gruppi intellettuali-rivista, e un documento affascinante di quei rapporti di odi et amo con «La Voce» è la raccolta di saggi e noterelle Cultura e vita morale, uno dei libri ‘minori’ di Croce e però tra i suoi più appassionati e politicamente significativi. 
Ricordo questo libro perché fu proprio attraverso le sue pagine che mi accostai, tra il 1960 e il 1961, alla «Voce»: ne faceva allora oggetto delle sue lezioni uno storico della filosofia marxista e storicista molto ‘illuminista’, Nicola Badaloni. Fu quello il mio approccio al primo Novecento, insieme alla lettura delle ancora recenti Cronache di filosofia italiana di Garin, in cui al movimento vociano veniva sì dedicata larga attenzione, però entro un’alba del Novecento sentenziata ‘irrazionalista, pragmatista, mistica’: un segno storicistico ed anti-irrazionalista, quello di Badaloni e Garin (non a caso con Paolo Rossi i due maggiori storici della nostra tradizione filosofica rinascimentale e illuministica), che per me rimane determinante. Ma, mentre ascoltavamo Badaloni e leggevamo Garin, da fuori cominciavano a giungere gli echi dissonanti del Gruppo 63 e dei «Quaderni rossi», dell’Asor Rosa antigramsciano di Scrittori e popolo e del Timpanaro materialista leopardiano ed engelsiano. Negli anni del centro-sinistra i giovani di sinistra avvertivano una confusa e torbida insoddisfazione, cominciavano a cercare nuovi orizzonti, nuovi modelli, una nuova identità: uno dei segni distintivi del clima culturale fra 1955 e 1968 fu proprio l’attenzione verso le riviste primonovecentesche e in particolare verso il foglio e movimento vociano, via via assunto e da diversi punti di vista, da «Ragionamenti» e «Officina» a «Nuovo Impegno», come modello di auto-organizzazione politica degli intellettuali.
Da un lato ci fu l’interpretazione dell’antologia vociana curata per Einaudi da Angelo Romanò, che isolava e privilegiava una prima fase della rivista molto caratterizzata da Salvemini, da Amendola, dal forte impegno sui problemi concreti della vita nazionale: era insomma una «Voce» posta all’origine della successiva cultura democratica ed antifascista. Veniva suggerita una lettura della rivista fiorentina come suscitatrice di problemi politici e culturali, di indagini ed inchieste sociali ed amministrative, di dibattiti etici ed estetici. Esattamente l’opposto di quella «Voce» a tinta teppista e antiborghese poi voluta dal Sessantotto, d’altronde complementare alla coeva apologia di Marinetti rivoluzionario: che entrambi si prestassero particolarmente bene ad una lettura di tipo estremista, neosoreliano, non c’è dubbio. In buona sintesi, «La Voce» di Romanò fu salveminiana e preludeva all’«Ordine Nuovo» curato da Spriano per la medesima collana Einaudi, quella del Sessantotto fu anarco-sindacalista e preludente ad un Gramsci consiliare contrapposto a quello del Pcd’I e dei Quaderni. Ma l’insoddisfazione ‘di sinistra’ per il quadro ‘democratico-progressivo’ einaudiano (e anche per il panorama filosofico disegnato da Garin, che dieci anni prima non a caso aveva ricevuto al suo apparire un memorabile avallo su «Rinascita» da parte di Togliatti) si agganciava ad una lunga fase di impazienze verso la politica culturale del Pci, per molti versi analoghe a quelle dei giovani vociani di cinquant’anni prima verso il socialismo riformista, che prepararono il ’68. 
Ennesimo e forse ultimo episodio di quel fenomeno ricorrente nel secolo che era stato il ‘vocianesimo’, la ricorrente assunzione cioè della rivista di Prezzolini come pietra di paragone, se non come modello, per definire metodo e fini, le ragioni medesime dell’interventismo politico degli intellettuali. Ciò, ripeto, si era verificato con il Gobetti di «Energie nuove» e di «Rivoluzione liberale», con lo stesso primo Gramsci (che in effetti guardò con interesse a questi fenomeni di sovversivismo culturale – non solo alla «Voce» ma anche al movimento futurista-ardito e poi allo stesso fiumanesimo dannunziano – come espressioni della crisi borghese egemonizzabili, comunque non trascurabili dalla sinistra, in ciò molto diverso da Togliatti, più tetragono fin dall’inizio a queste zone torbide della critica della democrazia e incline a vedervi tout court una cultura reazionaria), e si sarebbe ripetuto alla fine degli anni Trenta anche nella fronda fascista delle riviste di Bottai. Il tentativo postresistenziale compiuto da Romanò di definitiva sistemazione storica della «Voce» entro un primo Novecento in cui a fronte degli innegabili germi di fascismo stesse anche la radice della cultura democratica venne insomma accantonato, reso quasi inattuale dall’irrompere di questa nuova interpretazione, anzi partecipazione ideologica, che fu il sovversivismo neovociano degli anni Settanta.
Ricordo con immutata avversione tutto quel che mi crebbe intorno di estremismo massimalistico, di spontaneismo anarchicheggiante, di negativismo irrazionalistico, di disprezzo per le istituzioni democratiche, di dileggio per le forme organizzate della sinistra e per la loro storia: con quali risultati devastanti per la sinistra e per la democrazia si è visto e si continua a vederlo. Faccio fatica ancora oggi (tanto più oggi, che molto di quelle idee lo ritrovo nell’attrezzatura ideologica della destra attuale) a formulare un giudizio storico sulla «Voce» senza farmi condizionare dal fastidio per quel neovocianesimo. Del resto, va tenuto conto che la divergenza era di fondo, storiografica e politica insieme, e perpetuava lo scontro – serpeggiante già negli anni Quaranta di «Quarto Stato» e del «Politecnico» poi esplosa negli anni Cinquanta (ma già prima del fatale ’56) – sulla politica culturale del Pci togliattiano. Nella fattispecie si trattava della nuova luce in cui il primo Novecento era stato collocato da Togliatti in un celebre discorso del 1950, Giolitti e la democrazia italiana, uno di quelli in cui, con l’aria di svolgere a margine della politica una pacata riflessione storica, il segretario del Pci attraverso la puntualizzazione storiografica si proponeva di definire la linea politica stessa inserendola in un’idea generale della storia d’Italia. Il metodo di Gramsci, con contenuti assai diversi dai gramsciani.
Le pagine di Togliatti si chiudevano sul riconoscimento di Giolitti come l’uomo politico della borghesia spintosi «più innanzi sia nella comprensione dei bisogni delle masse popolari, sia nel tentativo di dar vita a un ordine politico di democrazia, sia nella formulazione di un programma nel quale si scorge, anche se in germe, la speranza di un rinnovamento»: ma si erano aperte con una condanna senza appello – esplicita e sprezzante la citazione di Prezzolini – dei giovani antigiolittiani, «studenti e intellettuali inesperti che proprio nel primo decennio del secolo, rotte le precedenti simpatie col movimento operaio e col socialismo, andavano in cerca di nuove guide ‘geniali’ e queste trovavano in dilettanti di sistemi filosofici e di idee generali volgarizzate, hegeliani per le dame, poeti del superuomo, vati della nazione e cose simili». Fatta naturalmente salva la sostanziale differenza dei punti di vista fra questa valorizzazione togliattiana delle aperture di Giolitti verso i socialisti in polemica contro la politica antioperaia degli attuali governi borghesi e l’apologia crociana del liberalismo del medesimo Giolitti contrapposta all’illiberalismo fascista, si trattava di un giudizio per molti versi analogo a quello a suo tempo sentenziato da Benedetto Croce nella Storia d’Italia in sostanziale palinodia – di fronte alla dittatura fascista che si affermava – del proprio stesso antigiolittismo degli anni vociani e soprattutto dei passati civettamenti non solo coi vociani ma perfino – in funzione antisocialista – coi futuristi e coi fascisti (non dimentichiamo che il senatore Croce giunse a votar la fiducia a Mussolini financo nella crisi Matteotti): anzi, nell’avversione di Togliatti per i geniali io ho sempre avvertito un’eco diretta della medesima insofferenza argomentata da Croce contro i creatori già in un lontano saggio di Cultura e vita morale.
Ma nella «Voce» c’era stato anche altro, ben diverso dai ‘geniali’, per esempio due storici-politici come Salvemini e Anzilotti. La critica del giolittismo svolta sulla «Voce» da Salvemini era legata all’analisi del processo di massificazione terziario-intellettuale – la piccola borghesia impiegatizia – che stava connotando lo sviluppo, anzi il mancato sviluppo della società meridionale; Anzilotti per parte sua svolgeva una critica ‘nazionalista’ della democrazia, cioè del rapporto Stato-popolo venutosi a determinare nell’Italia postrisorgimentale, e lo faceva sì con orecchio attento alle voci del nazionalismo francese, ma soprattutto puntando sulla revisione della lettura del Risorgimento: non dimentichiamo che il primo veniva dalla grande reinterpretazione ‘classista’ dello sviluppo dell’Italia comunale e della Rivoluzione francese e che il secondo stava diventando protagonista della storiografia revisionista dell’Italia unitaria sulla base d’una particolare idea della nostra tradizione liberale come sviluppatasi fra Settecento riformista e Risorgimento, poi interrottasi con lo Stato unitario.
Salvemini, Anzilotti, ma anche Slataper e Amendola, Boine, Jahier, Rebora, i cosiddetti ‘moralisti’ o ‘religiosi’, il meglio della «Voce»: evitando di porre al centro, ideologicamente parlando, il peggio, a cominciare da quel Prezzolini giornalista di genio ma da sempre intimamente – come poi volle autodefirsi – ‘apota’, di quella furba genia che non la beve. Non i lacerbiani Papini e Soffici (anche se a Soffici si devono alcune iniziative nel settore delle arti figurative, impressionismo cubismo Rodin, di grande apertura europea), responsabili – l’uno con l’omo salvatico o finito che fosse, con il Lemmonio Boreo l’altro – di quei toni teppistici che cercavano i propri valori nella più fonda, conservatrice Toscana agrario-mezzadrile, alle origini del cattolicesimo integralista alla Giuliotti, del resto già germogliante nella senese «Torre», o del futuro fascismo ‘selvaggio’. 
Certo la questione vociana, se come discussione ancora militante su un modello di intellettuale-politico auto-organizzato si è chiusa trent’anni fa (e infatti da allora della «Voce» si è parlato e studiato pochissimo), interesse come problema storico non lo ha perso affatto. Da questo punto di vista, anzi, la rivista di Prezzolini chiede nuove indagini nell’ambito di una riconsiderazione complessiva della crisi primonovecentesca dello Stato liberale sfociata nel fascismo, crisi di cui fu effettivamente tra le manifestazioni cruciali: ma non può più venir assunta, se non a un rischio del grottesco già sfiorato dalla cultura sessantottesca, come riproducibile modello di attualità militante.
Adesso la perdita d’identità intellettuale non si verifica più nella massa burocratica del terziario bensì nella solitaria virtualità eterodiretta di Internet e il problema della democrazia, nell’Europa della moneta senza costituzione, non si pone tanto come equilibrio tra individuo, partiti e Stato, ovvero come rapporto fra politica e cultura, quanto come questione, appunto, di un brutale primato dell’economico sul politico. La questione stessa del riformismo è diventata tutt’altra cosa da come se la poneva Prezzolini sulla «Voce», da come a Togliatti conveniva riprenderla nel 1950 ovvero dal criterio con cui la si poteva ancora discutere negli anni Settanta/Ottanta: del riformismo sono cambiati i soggetti e gli oggetti, gli strumenti, direi la stessa nozione. È perciò che riproporre oggi le marce di Slataper sul Carso come plausibili percorsi della coscienza rischierebbe di trasformarsi in un esercizio di jogging, la vecchia casa fra gli ulivi di Boine non è più luogo di abbandono dell’agricoltura ma ristrutturato rifugio per week-end, gli opprimenti registri dell’ufficio ferroviario di Jahier sono condensati in un leggero cd-rom: Prezzolini andrebbe in rete, «La Voce» non uscirebbe settimanalmente per la revanche di intellettuali-massa, bensì fluirebbe on line tra folle di intellettuali-precari.
Ci stiamo avvicinando al 2011, anno centocinquantenario dell’Unità, mentre la tenuta unitaria del Paese e la sua Costituzione sono poste pesantemente in discussione nelle loro stesse premesse di movimento storico, il Risorgimento e la Resistenza: più che di celebrazioni quella data avrà dunque bisogno – bisogno innanzi tutto politico – di un forte impegno storiografico, di una riflessione sullo sviluppo della società italiana e dei suoi snodi cruciali fino a questa crisi della Repubblica. Uno di tali snodi, per l’appunto, va certamente individuato negli anni della «Voce», che di quel periodo e di quella generazione divenne in certo senso la rivista eponima: serva perciò questo anniversario vociano ad avviare il prossimo e più complessivo proprio a partire dall’analisi – quasi metaforica – di un momento nazionale di crisi di sistema, di declino di una classe dirigente, di profondo ricambio culturale in un contesto prebellico internazionalmente già attraversato e scosso da tensioni e ricomposizioni globali. 



* In collaborazione con la rivista “Argomenti Umani” diretta da 
Andrea Margheri
 
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